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Sarà forse colpa dei filmoni apocalittici americani stile ‘The day after’, che ci hanno disabituati a pensare a un dopo. Oppure è nella natura umana sperare in un domani che sia una fedele e rassicurante riproposizione dell’ieri, un ‘ritorno alla normalità’.

Ma siamo sicuri che la ‘normalità’ sia effettivamente il modo in cui ci eravamo abituati a vivere? E che sia auspicabile un suo ritorno?

Penso sia ora il momento di chiederselo, prima che la memoria del mondo a.C. (avanti COVID) si attenui del tutto, lasciandoci appena un ricordo sfocato di com’eravamo, accompagnato soltanto dalla nostalgia e dall’urgenza di uscire dal tunnel in cui viviamo, scevro di qualsiasi senso critico. Allora non vorremo altro che tornare al prima, a come eravamo, e non saremo più in grado di riconoscerne tutti i difetti e le assurdità assurte a consuetudini ormai accettate, che caratterizzavano la nostra vita fino a qualche mese fa.

 ‘Alt un attimo, ferma un poco il gioco: mi sembra che, come minimo, si sia un po’ esagerato’ – cantava Eugenio Finardi in ‘Guerra Lampo’. Diciamocelo: stavamo esagerando, appunto.

Non so voi, ma io più di una volta mi sono trovata a urlare dentro di me: ‘Fermate il mondo, voglio scendere!’

E d’improvviso il gioco, il mondo, si è davvero sorprendentemente fermato, interrompendo qualunque cosa stessimo facendo o progettando: un investimento, un viaggio, un nuovo lavoro, un matrimonio.

E ora, che fare? Possiamo spingere perché le cose tornino come prima, o affacciarci alla finestra per assistere fatalmente a come evolveranno, o ancora cercare di inventare nuove regole del gioco. Quest’ultimo è certamente il compito più difficile, perché richiede un mix di fantasia, immaginazione, ottimismo, visionarietà e realismo al tempo stesso. Ma vale la pena almeno provarci.

E’ il mio pensiero fisso degli ultimi tempi: cercare di immaginare cosa tutto questo possa voler dire per Venezia, per la città che da quando sono nata ho visto cambiare così tanto e così spesso, nonostante il luogo comune che la pretenda immutabile nei secoli.

E oscillo tra sentimenti contrastanti: di volta in volta prevalgono l’ansia che ciò che stiamo vivendo possa decretare la morte definitiva di Venezia come città, o l’ottimismo che sapremo uscirne rinnovati e con un brillante futuro davanti a noi, o ancora il timore che non venga colta quella che nonostante tutto può comunque essere considerata come un’opportunità di cambiamento tornando inesorabilmente al ‘com’era – dov’era’, o infine il pensiero rassicurante che Venezia in fondo ha affrontato periodi ben peggiori di questo, anche se non ne è uscita sempre nel migliore dei modi.

Di sicuro la pandemia ci mostra quanto pochi siamo rimasti: senza turisti, ma anche senza studenti e persino proprietari di seconde case. Una città magnifica, come e anche più di sempre, ma anche un po’ spettrale e vagamente inquietante. Il sentimento possessivo da amante geloso che gode ad avere la propria amata tutta per sé, sottratta alle orde di avventurieri prevalentemente sbadati e malaccorti, sta via via lasciando spazio a un senso di inquietudine e alla tristezza e preoccupazione per le tante serrande abbassate e per coloro che svolgono un’attività che fa fatica e rischia di non riaprire più.

Che tutti ricevano un supporto e a ciascuno siano garantiti un reddito e un futuro, in questo periodo così difficile, è sacrosanto. Eppure a mio avviso non è né realistico né opportuno che tutte le attività commerciali riprendano esattamente come prima: ci siamo sempre detti che c’erano troppi bar, troppi ristoranti, troppi negozi per turisti, troppi alberghi, troppe locazioni turistiche, troppo, troppo…

A maggio mi ha colpita un sondaggio sui desiderata dei cittadini del Comune di Venezia, che metteva al primo posto, addirittura al 70%, ‘il ritorno dei turisti’. Ma è davvero questa la necessità, o non è piuttosto la soluzione più immediata e scontata ad un’altra esigenza primaria, che era, ed è tuttora, il bisogno di tornare a lavorare?

Perché non è sempre stato così, non ci sono sempre stati 30 milioni di turisti l’anno. Sono state le politiche, o meglio le non politiche, degli ultimi anni, ad aver creato una macchina infernale, un drago ingordo che ha bisogno di sempre più turisti per alimentarsi e che ha fagocitato qualsiasi altra forma di vita attorno a sé.

La risposta, l’unica che abbiamo saputo dare negli ultimi 20 anni, è stata ‘più turismo’, ma forse un’alternativa c’è, anzi ci deve essere, perché questa risposta non è sostenibile, neanche economicamente, come stiamo tristemente constatando.

E allora che fare per uscire da questo circolo vizioso, da questa spirale che ci ha avviluppati? Dove cercare per trovare dei modelli di riferimento cui ispirarsi? La cosa più ovvia che ci viene spontaneo fare è guardare al passato, più o meno remoto, cercando di ripristinare qualche vecchio scenario polveroso. Ma la Venezia del futuro non potrà, né credo dovrà, essere la Venezia del passato: anche perché dovremmo chiederci di quale passato, e scavando sotto la patina idealizzata scopriremmo che in ogni periodo della storia ci sono stati aspetti positivi, sì, ma anche negativi. Un po’ come i personaggi di ‘Midnight in Paris’ di Woody Allen, ciascuno di noi probabilmente vagheggia un’età dell’oro, desiderando ‘tornare’ ad un’epoca passata diversa da quella in cui vive; eppure tornare ad un passato più o meno lontano sarebbe anacronistico, oltre che probabilmente impossibile e sicuramente non auspicabile.

No, dobbiamo invece essere fantasiosi e coraggiosi, puntando dritti verso il futuro: dobbiamo inventarci qualcosa di completamente nuovo, che possa essere di modello per tutte le città d’arte che vivono problemi analoghi. ‘Se Venezia muore’ muoiono con lei tutte le città che soffrono degli stessi mali, ma ‘Se Venezia risorge’ può diventare un faro, un modello per il resto del mondo.

E allora vanno cambiati gli schemi, scardinati i paradigmi, cercate soluzioni ‘out of the box’: puntare sullo smart working, migliorare la vivibilità della città anche con tecnologie innovative, sperimentare nuovi modelli legislativi e fiscali, ospitare e incentivare – come faceva la Serenissima – tutti coloro che propongono idee all’avanguardia, facendo di Venezia una fucina di idee e un laboratorio a cielo aperto, che coinvolga tutti i suoi cittadini, senza lasciare indietro nessuno.

Più che ‘The day after’, dovremmo allora cercare di calarci nei panni di Marty McFly in ‘Ritorno al futuro’, immaginando di lasciarci trasportare dalla macchina del tempo avanti e indietro nella nostra storia, confrontando il mondo di oggi, di ieri e di domani, per capire cosa vogliamo tenere e cosa lasciare relegato nel passato, per il bene dell’umanità, nella consapevolezza che il modo in cui il futuro sarà plasmato dipende dalle nostre scelte di oggi.

Laura Fagarazzi, veneziana di nascita e per scelta, è laureata in Scienze Ambientali e ha un dottorato in Analisi e governance dello sviluppo sostenibile. E’ direttrice dell’Ufficio Ricerca Internazionale all’Università Ca’ Foscari e da 20 anni si occupa di fondi europei.