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C’è un’espressione, fatta di un nome e di un aggettivo, che ricorre in questi mesi di emergenza e di conseguente crisi economica e sociale ed è: tempo sospeso.

Le due parole non sono neologismi, ma non c’è dubbio che abbinati finiscano per esserlo. Eppure a differenza di molte frasi fatte e neologismi o tic linguistici, questa volta ho l’impressione che le due parole provengano non da emulazione o da moda, ma da un sentimento profondo e spontaneo. E’ la condizione che ha spontaneamente coniato l’espressione. Dandole una patina di autenticità. E quando una cosa è autentica bisogna darle credito.

Per la prima volta dopo tanto tempo la società globale, e le società parziali dei singoli paesi, si sono trovate nella condizione di fare i conti con le priorità, in parte con le rinunce, e con il tipo di produzioni materiali e immateriali con cui sono organizzate. E il sentirsi sospesi dipende dal non conoscere gli esiti della crisi, dalla difficoltà di scegliere, per alcuni dal mantenere la fiammella della speranza che tutto ricomincerà come prima. Si dirà che questo sta capitando al solo mondo sviluppato, che non è solo europeo e occidentale, ma in buona parte si, e parliamo di un sesto della popolazione mondiale.

Vero è però che questa sospensione non può non interessare anche una vasta gamma di paesi che ormai da decenni stanno vivendo il decollo verso un certo tipo di sviluppo, ricopiato su quello occidentale dell’otto novecento, basato sull’industria e la produzione di beni materiali, con tutto quello che ne consegue per le forme di inquinamento e le sue conseguenze. Sono un discreto numero di stati prevalentemente asiatici e latino americani, ma due sono colossi demografici e oggi anche economici, quantomeno in termini assoluti, India e Cina. Che sommati tra loro fanno tre miliardi di persone e insieme a tutti gli altri sono ugualmente investiti dal tempo sospeso, che ha appunto ‘sospeso’ o anche solo rallentato una loro corsa cieca verso un’espansione forse incontrollata.

Mi ha infatti destato impressione la notizia che per la prima volta dopo decenni, in questa fase di contenimento delle attività, dalla pianura gangetica indiana, solitamente avvolta da un giallino appannato e indistinto che somma l’inquinamento all’umidità, si è rivista spuntare la vetta bianca dell’Everest a stagliarsi come da decenni non accadeva. Chissà se anche in India si sono fatti qualche domanda su questo panorama cambiato…E allora sommando il vecchio mondo sviluppato a quelli che eufemisticamente vengono detti paesi in via di sviluppo si arriva, stando molto larghi, a cinque miliardi di coinvolti a vari gradi dal tempo sospeso. Ma ce ne restano due, poco meno di un quarto dell’umanità.

Prevalentemente in Africa, ma non solo, anche qua e là nel resto del pianeta, c’è un’umanità per cui questo tempo non è sospeso (o se si vuole è sempre sospeso), perché è il loro consueto tempo gramo, che semplicemente varia di nome aggiungendone un altro. Cosa vuoi che cambi un’epidemia per uno che rischia l’annegamento per naufragio di un barcone nel Mediterraneo, dopo essersi fatto duemila chilometri di deserto? O per uno che rinuncia al viaggio e sopravvive accampandosi nelle discariche delle metropoli, si chiamino Nairobi, o Adis Abeba, o Managua?

Eppure non li riguarderà direttamente, ma la loro condizione induce alla sospensione da parte del resto del mondo che non può non interrogarsi sul futuro collettivo dell’umanità che coinvolge questo cosiddetto quarto mondo, in un momento in cui la pandemia non fa che aggiungere una sofferenza alle sofferenze. E non, o non solo, per un doveroso filantropismo e solidarismo, per i quali non pochi umani hanno una reattività negativa istintiva, ma più semplicemente per un’utilità complessiva che invece riguarda tutti. Potrebbe essere anche un semplice calcolo di convenienza collettiva a spingere verso un cambiamento di paradigma che riguarda veramente tutti, e non starei lì a filosofeggiare che questa è una motivazione più cinica delle altre più nobili, se poi ottiene il risultato di spingere ad operare un mutamento. Se la casa va a fuoco do una mano a spegnere l’incendio e lo faccio per me e solo per me, prima ancora che per gli altri che sarebbero carbonizzati. Sarà un ragionamento cinico, ma aumenta esponenzialmente la forza dell’azione e, magari hai visto mai, spegne l’incendio.

Questa pandemia ci ha riportato alla realtà di fatti globali che riguardano tutta l’umanità. Si unisce all’emergenza climatica, al mai risolto tema delle guerre come inutile spreco di risorse umane ed economiche e alla povertà come emergenza che riguarda per le sue conseguenze, leggi emigrazione, anche chi povero non è. Non è retorica, è tutto veramente globale. E forse è improprio chiamarle emergenze, perché alcune si mantengono stabili e non temporanee, forse potrebbe essere così anche per lo stesso covid19.

La sospensione del tempo va colta per una riflessione su come da oggi è impossibile uscire da queste emergenze-non-emergenze se non tutti insieme, nella misura in cui colpiscono direttamente o indirettamente tutti insieme; e poco importa se se ne esce insieme sulla spinta di un tornaconto anche individuale.

Con una prima regola. A fenomeni sempre più stabili non si possono dare risposte temporanee, ma durature, capaci di visione. L’uomo è un’animale che nei tempi più duri ha affinato l’ingegno ed è stato capace di strategie e non di tattiche del giorno per giorno.

Le conseguenze sul piano politico, economico, sociale e culturale di scelte strategiche necessarie di fronte alle sfide globali del pianeta vanno in molte direzioni e toccano molti temi.

Uno è quello dell’obsolescenza degli Stati Nazionali. E anche in questo caso più che rifarsi a nobili sentimenti unitari, per l’Europa per esempio, bisogna che le suggestioni sovraniste vadano messe in crisi dalla loro stessa incapacità di dare risposte utili, efficienti e vantaggiose di scala ampia e con strategie unitarie (la stessa cosa si potrebbe dire del regionalismo rispetto agli Stati). Questo tipo di forma politica, lo Stato Nazione, denuncia tutta la sua età decrepita, vale a dire i quasi quattrocento anni che ci separano dalla Pace di Vestfalia (1648), in cui si affermarono definitivamente, dopo lunga gestazione, gli attuali principi degli Stati sovrani su cui ancora ci basiamo. Forse un passo avanti di modernità allora, sicuramente una zavorra inefficiente oggi. E quello degli assetti giuridico istituzionali non è un livello di ragionamento accademico, così come i principi che essi esprimono non sono carta straccia. L’immane tragedia delle due guerre mondiali è riuscita a partorire istituti ancora troppo deboli e limitatamente autorevoli. Centinaia di milioni di vittime hanno ottenuto come risposta una Dichiarazione dei Diritti Universali dell’Uomo molto circostanziata e che tuttavia cita la parola pace una sola volta e non cita mai la guerra come violazione di un diritto e come atto da ripudiare. E parliamo di una carta avanzatissima per tutto il resto.

E’ ora che si vada oltre. Ma non è solo il sovranismo di routine ad essere messo in discussione dalla condizione sospesa attuale. Il sovranismo peggiora i suoi stessi limiti quando, per affermarsi o anche solo difendersi, pretende addirittura egemonie politiche sia nelle aree regionali a cui appartiene, sia anche sullo scacchiere mondiale. Esagero se dico che, pur con modalità diverse, Russia, Turchia, Stati Uniti, e Cina mantengono questa loro tendenza ad un sovranismo aggressivo ed espansivo, giocato sul piano politico, ma anche economico e persino culturale, qualcosa che un tempo si sarebbe detto imperialista, riproponendo blocchi e frontiere che credevamo superate? E se non c’è aggressività per debolezza e impossibilità ad attuarla, la si rivolge in non pochi casi all’interno, dove cacicchi locali pensano nell’anno di grazia duemila venti di poter giustificare la negazione dei diritti di cittadinanza e poteri familistici e personali come normale prassi politica. Accade frequentemente in non pochi stati disseminati nel pianeta, se non anche in Europa sul versante orientale. Ma tutte queste sono solo variabili di un sovranismo fuori dal tempo, una retroguardia storica.

Questo tempo sospeso interroga poi le forme della politica e la dialettica politica interna che poi interna non è mai, come ben si vede. Ormai lo si dice da più parti e non sono il solo, sentendomi confortato. La politica è incapace di rispondere a sfide globali perché la partecipazione alle scelte con i sistemi democratici vigenti è inficiata alla radice da appartenenze identitarie non rispondenti a criteri oggettivi. Le sfide globali richiederebbero coesione sociale e il tifo da stadio viscerale per i propri schieramenti, di qualsiasi matrice, contraddice questa possibilità.

E’ pur vero che in una parte del mondo viviamo in pace da settantacinque anni, ma si è trasferita nelle rappresentanze della politica l’aggressività che evidentemente le guerre soddisfacevano, non posso pensare che questo. La divisione netta nella società statunitense palesata nelle ultime elezioni è la plastica dimostrazione di come di traverso le società siano divise come una mela. Penso però anche alla Brexit, penso alle elezioni nei paesi dell’est Europa, divisi regolarmente tra tendenze diametralmente opposte, integrazione da una parte e chiusura nazionale dall’altra. Ma penso anche alla mia italietta e alla mia venezietta. Quando capita che si fanno come in questi giorni, in Italia e a Venezia, scelte bipartisan, si capisce lontano un miglio che sono tregue armate, tregue dai piedi di argilla, perché accompagnate dai soliti distinguo. Ed è paradossale che questa disunità evidente avvenga anche nelle situazioni in cui il sovranismo si ammanta della giustificazione dell’unità nazionale o regionale o cittadina. Dov’è quest’unità per favore?

Fino a che non si farà piazza pulita dello schematismo delle appartenenze, politiche ma anche dei fronti di interesse che le determinano e che ci tengono in ostaggio; fino a che non si troveranno forme di coesione sociale quantomeno su alcuni punti base senza pretendere l’impossibile, non si andrà da nessuna parte e si rimarrà nella palude di un tempo che diventerà sospeso si, ma nella peggiore delle interpretazioni, la sospensione senza fine e senza soluzioni.

Infine mi pare di poter dire che il tempo sospeso interroga l’economia e i bisogni che la sostengono.

Mi impressiona il fatto che si sia tolto il velo a ciò che sta andando in crisi economica con le chiusure di questi mesi. Ci stiamo accorgendo che è, questa si in occidente, un’economia che evidentemente, se va in crisi, si regge sull’effimero puro, su bisogni indotti: le palestre, lo svago, la discoteca, il turismo (ma di scarsa qualità, di consumo usa e getta) l’aperitivo, le vacanze sulla neve, la sagra di paese, i regali di Natale, il campionato di calcio. Tutte cose che vanno a confondersi in uno stesso calderone con bisogni molto meno effimeri, ma duraturi e di qualità, peraltro meno rilevanti economicamente, l’istruzione, la cultura, i teatri, le mostre, il turismo sociale e qualificato, a cui tocca stare in pessima compagnia con tutti gli altri.

Certo se la pandemia fosse capitata settant’anni fa quando i bisogni, dopo una guerra devastante, erano, come dire, un attimo più essenziali, forse l’economia sarebbe andata meno in crisi di quello che va oggi con questa babilonia di piacevolezze – posso dire senza creare scandalo? – quantomeno inessenziali. E lo dice uno che ama con profondità il campionato di calcio e lo spritz al Campari. Credo che qualche domanda, in tempi di sospensione, vada fatta anche su questo piano e non per demonizzare un certo edonismo, che fa pure parte del carattere umano, ma anche per darsi una regolata sulle gerarchie e sulle priorità della vita. Magari la regolata comincia a dare una risposta ai temi climatici, sarebbe già qualcosa.
E’ insostenibile un’economia di sola qualità e di consumi votati soprattutto alla crescita sociale e culturale?

Infine mi pare che un’altra lezione riguardi l’economia lasciata alle dinamiche pure del mercato che, se lasciato libero, per la sua stessa essenza, spinge alla massimizzazione del profitto attraverso ottimizzazioni in tutti i campi. E le ottimizzazioni spingono alla riduzione delle differenziazioni e di fatto alle semplificazioni, tendendo inevitabilmente alle monoculture. Si veda per esempio il turismo a Venezia. Il paragone è fin troppo semplice e scontato con le monoculture agricole che azzerano le biodiversità, esponendo la natura all’aggressività dei trattamenti. Quando accade in certi luoghi dal clima fragile, ciò porta alla sterilità definitiva di certi suoli. Oppure ai rischi del mercato, se la domanda per N motivi cala o cessa. Inutile dire che, mutatis mutandis, il tempo sospeso non può non servire a rivedere urgentemente gli indirizzi economici monoculturali ovunque si palesino, diversificando e articolando la produzione e le offerte e tenendo il mercato sotto poche regole ma possibilmente inderogabili. E qui  a dare regole ci vorrebbe appunto più ancora che la politica, l’Istituzione autorevole rappresentativa della coesione sociale. Ci vorrebbe…

Certo che, se da una parte il dare regola al mercato viene tacciato di comunismo e se dall’altra promuovere il mercato come sistema economico dinamico di base viene tacciato per estrema destra economica e liberismo selvaggio, siamo sempre fermi al punto di partenza dell’incoesione permanente, indotta da letture faziose e prevenute come una qualsiasi curva sud.

Sono sempre restio ad allinearmi a luoghi che percepisco come comuni, e, quando sento un coro su qualsiasi tema, mi insospettisco e vado con i piedi di piombo. Questa volta però mi unisco al coro più volentieri, perché a volte qualche luogo comune può avere un fondamento, capita raramente, ma capita. Non sprechiamo questo tempo sospeso che ci ha messo in questa condizione irripetibile di una revisione generale. Come si dice, con un noto tic linguistico, abusato fino alla noia: una revisione a trecentosessanta gradi.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.