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Il recente ricorso al TAR di Italia Nostra contro il progetto Cassa Depositi e Prestiti all’ex Ospedale al Mare del Lido offre lo spunto per considerazioni generali di carattere culturale e vagamente filosofico. Non entrerò dunque volutamente nel merito del progetto, limitandomi alla necessaria ricostruzione del contesto.

Nel 2003 chiude definitivamente l’Ospedale al Mare e il presidio sanitario di Lido e Pellestrina viene ristretto nel cosiddetto Monoblocco. Il grande complesso, costruito negli anni Venti, entra nella disponibilità del Comune. Questo (Giunta Cacciari) lo cede al Fondo Est Capital nell’ambito di una grossa operazione che asseritamente darà vita a un colossale rilancio del Lido, tra cui la costruzione del nuovo Palazzo del Cinema. Ne segue un fragoroso fallimento con pesantissimo contenzioso tra il Comune e il Fondo. La Giunta Orsoni, alla canna del gas quanto a finanze, cede il complesso a Cassa Depositi e Prestiti (CDP nel seguito) che se lo prende un po’ obtorto collo e, avendo acquisito quasi metà dell’operatore turistico TH Resorts, ne concepisce un uso ricettivo turistico. Nel frattempo, l’intero complesso versa inevitabilmente in condizioni di estremo degrado. Viene anche in qualche modo “sigillato” per evitare che diventi rifugio di sbandati. L’unico che se la passa decisamente meglio è l’arenile. Cessata l’attività antropica dell’Ospedale, grazie alla meravigliosa capacità della natura di riprendersi in fretta quello che l’uomo le lascia, (ri)diventa col tempo un sito trofico e riproduttivo per l’avifauna, analogamente a quanto avviene agli Alberoni e a Cà Roman.

Venendo alla cronaca recente, CDP mette sul tavolo un progetto che prevede la realizzazione di un complesso turistico all’interno del quale ci saranno un albergo della stessa TH Resort, un resort 5 stelle gestito da Club Med e un centro benessere privato aperto al pubblico. Verranno preservati il Teatro Marinoni e la Chiesa di Santa Maria Crescente e recuperati gli edifici costeggianti via Cipro. Ciliegina sulla torta, il recupero a uso pubblico (segnatamente sportivo) della contigua area ex Favorita. Naturalmente la spiaggia sarà destinata agli alberghi pur nel rispetto dei particolari valori naturalistici (ma sono cose che si dicono sempre, difficile..). Troverà spazio anche una Scuola Internazionale di Turismo, in prospettiva un Corso di Laurea vero e proprio di Cà Foscari, fortemente voluto dall’ex Rettore. Cinque padiglioni (su 22) verranno invece demoliti per fare spazio al resort. L’investimento, colossale (132 milioni), tutto a carico di CDP.

CDP ottiene tutti i permessi necessari, quello del Comune (che lo sposa senza riserve) e, importante, quello della Commissione Regionale per il Patrimonio Culturale del MIBACT (Corepacu) segnatamente per la demolizione dei 5 padiglioni che (assieme agli altri 17) nel 2008 sono stati vincolati in quanto “La singolare struttura a padiglioni dell’Ospedale al Mare, come sopra descritta, si ritiene di estremo interesse nel suo insieme in quanto complesso di immobili nato con precisa finalità di servizio sanitario pubblico, che vede al suo interno interessanti esempi di architettura del primo Novecento”.

Il progetto, come sempre avviene nel nostro Paese (e massime a Venezia), riceve una serie di critiche. Ci sono coloro cui il rendering del progettato resort non piace, chi pone interrogativi sul paventato ridimensionamento dell’attuale Monoblocco, chi sul senso finanziario dell’operazione visto l’esborso tutto a carico di CDP (quindi denari pubblici). Poi critiche alla Scuola Internazionale di Turismo (di cui sinceramente non sono riuscito a capire la natura) e c’è chi stigmatizza l’ennesima riproposizione di nuovi alberghi. Non manca altresì la preoccupazione degli ambientalisti per l’arenile e le sue ritrovate valenze ecologiche.

Sono tutte critiche con una loro ratio. Resta alla valutazione del singolo soppesarle con ciò che sta sull’altro piatto della bilancia (ovvero, per quanto sia superfluo: il recupero di un “buco nero” nel territorio, la creazione di centinaia di posti di lavoro diretti e di indotto, il recupero di aree ad uso pubblico). Personalmente non ho dubbi su dove pende la bilancia – e sono convinto che la maggioranza silenziosa sia d’accordo con me – ma, ripeto, non è questo il punto.

Il punto è il ricorso al TAR. Italia Nostra lo fonda su un motivo preciso: la progettata demolizione dei citati 5 padiglioni dell’ex Ospedale che, a dire dei ricorrenti, non meritava l’approvazione da parte del Corepacu. La tesi, in sintesi, è che poiché sono vincolati, questi non sono “disponibili”: obbligo di CDP, nella fattispecie, è la loro conservazione (figurarsi se può disporne la demolizione). La loro distruzione (ancorché stiamo parlando, ricordo, di soli 5 padiglioni su 22) “altererebbe irrimediabilmente il complesso monumentale sotto il profilo architettonico e paesaggistico e costituirebbe, inoltre, una inaccettabile ferita alla memoria storica dell’isola” (riporto le parole esatte dei proponenti).

Non importa che si tratti di edifici senza particolare interesse storico o architettonico, peraltro in rovina. Non fruibili né godibili dalla cittadinanza, destinati inevitabilmente al definivo collasso se questo progetto dovesse cadere. Non conta, si badi bene, il valore intrinseco del manufatto, non le sue potenzialità, non il costo di un eventuale recupero, non la possibilità di fruizione. Ma esiste, e per il solo fatto di esistere e di essere, inevitabilmente, “testimonianza” o “memoria storica” – nella fattispecie di un ambito ospedaliero del primo Novecento – deve rimanere. Anzi, nemmeno essere “alterato”.

Attenzione: non voglio certo mettere in discussione il principio, sacrosanto, della tutela e della preservazione di monumenti e bellezze naturali. Meno che meno intendo sindacare sull’obbligo morale del mantenimento della memoria e della conservazione delle testimonianze del passato, proclività che reputo una prerogativa distintiva della civiltà occidentale (http://www.luminosigiorni.it/2017/03/il-lascito-di-platone-alleuropa/) ma, proprio perché si tratta di un’attitudine virtuosa, deve essere esercitata in modo avveduto e ragionevole. Per tre motivi:

  1. Pena la sua stessa perdita di valore e significato. Perché se bastano, come nel caso di specie, “interessanti esempi di architettura del primo Novecento” o, ancora, si valorizza il solo essere esempio di immobili con finalità di sanità pubblica .. allora vale tutto. Allora si conserva tutto ciò che esiste e inevitabilmente è di per sé testimonianza e memoria. Anche (esagero volutamente) le famigerate Vele di Scampia diventano “originale esempio di edilizia economica e popolare, rivelatasi ideale per il proliferare di situazioni di degrado e criminalità, particolarmente rappresentativo del periodo storico degli anni ‘60”. E i lugubri capannoni industriali, ora vuoti, dissennatamente dispersi nella nostra campagna, costituiscono senza dubbio la memoria “dell’industre operosità della popolazione veneta e del suo riscatto da una situazione di povertà rurale”.
  2. Perché se non si seleziona ciò che è veramente degno di tutela, si finisce, per ovvie ragioni, con il non tutelare davvero nulla, per mancanza fisica di disponibilità finanziarie e impossibilità di valorizzare il patrimonio. Nella migliore delle ipotesi si finirebbe con il mantenere in piedi a fatica dei gusci vuoti.
  3. Perché così si nega lo stesso principio naturale e umano del “divenire”. Tutto scorre come un fiume, diceva Eraclito ed è inevitabile. Il voler artatamente mantenere tutto è concettualmente privo di senso. Venezia stessa, tutta la irripetibile magia della nostra città, è il frutto, nei secoli, di continue e coraggiose distruzioni e ricostruzioni. Certo, alcune dolorose, ma l’esistenza della nostra città (ma non solo della nostra città) è la prova stessa che si deve guardare avanti.

Certo, sarebbe ingeneroso prendersela solo con questa Associazione. E va detto che molto probabilmente, Italia Nostra, contraria al progetto verosimilmente per tutte le ragioni prima elencate, ha scelto la linea di resistenza sull’aggancio formalmente e legalmente più solido, ovvero l’effettiva presenza di un vincolo sui quei manufatti. Legittimo, dal suo punto di vista. Il problema sta dunque più a monte. Il fatto è che quei padiglioni non dovevano essere vincolati. Per i motivi che ho cercato di circostanziare, l’uso dello strumento del vincolo deve essere parsimonioso e ragionato. Ma immagino che sia una questione di potere e di prestigio del Ministero (più vincoli, più acquisti importanza).. e si torna alla vexata quaestio di un “sistema Paese” che non funziona..

Spero che il TAR rigetti il ricorso. Pena il rimpiangere l’ennesima occasione perduta per questa città.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.