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In un anno da pazzi appena concluso, abbiamo assistito inermi a tutto e il contrario di tutto e a prevalere è stato il senso di disorientamento collettivo, sia ben inteso, non solo in Italia.Se però, come diceva Longanesi, è più facile assumere un sottosegretario che una responsabilità, allora nell’ambito dei Paesi dell’Unione siamo in grado di dare senz’altro ottime lezioni avendo preferito farci consumare dall’assunzione di un profluvio di retorica e di buone dosi di paternalismo.Dalla celebre frase: andrà tutto bene, abbiamo attraversato molti altri territori linguistici fino a quel momento inesplorati: ne usciremo migliori, il virus non esiste, il virus è clinicamente morto, è stato tutto un complotto, negazionisti sì, negazionisti no, neanche stessimo parlando di Brexit, poi il gioco. Quindi, stella comanda color: giallo, rosso, arancione poi ancora arancione, rosso, giallo (da perdere la testa), seconda casa sì, seconda casa no, boh, forse, discoteche sì/no (intendiamoci, mesi a parlare delle discoteche con centinaia di morti al giorno), il virus lo portano i migranti (buonanotte) e molte altre espressioni (a voler essere molto buoni), prive di senso oltre che di ogni logica se non quella riconducibile all’infodemia.Naturalmente si potrebbe continuare ma lo smarrimento diventerebbe inevitabile.Quindi meglio fermarsi qui per concentrare lo sforzo su quello che all’Europa serve da ora in avanti: una rotta e qualcuno che provi a tracciarla (fino adesso l’unico, in Europa, ad aver elaborato delle riflessioni di ampio respiro è stato Macron).Per dirla ancora più chiaramente, all’Europa di oggi e di domani serve un pensiero che guardi lontano.Alle braccia dell’Europa di oggi concretamente impegnate nel grande sforzo del Next Generation (embrione di debito e bilancio UE?), deve accompagnarsi una mente in grado di dare all’Unione un ruolo, una visione, ma soprattutto un pensiero.Un pensiero articolato da esprimere con un nuovo manifesto di Ventotene incentrato su 4 concetti chiave.Al primo posto la necessità di esprimere l’Universalismo europeo, fondato sulla centralità della libertà e della dignità dell’uomo di cui l’Europa non si deve vergognare o scusare, potendo le religioni e la secolarizzazione della politica coesistere.Una volta definita questa centralità, è possibile proporre un nuovo Washington Consensus, nel quale gli aspetti economici dovranno lasciare campo libero alla difesa dei valori democratici così da ostacolare la pericolosa deriva autoritaria liberista proposta da Russia e Cina cui non mancano adepti in altre parti del mondo.L’ipotetico manifesto dovrebbe essere aggiornato e una riflessione sull’uso dei social network non può mancare.Non è accettabile che l’abuso di questi strumenti possa essere tollerato senza ipotizzare alcun intervento e non è un caso che il Presidente di Microsoft, Brad Smith (tra le altre cose responsabile degli affari legali ed etici della Società), nel libro “Tools and weapons: the promise and the peril of digital age”, analizzi proprio i rischi che un distorto uso delle tecnologie digitali può avere sui sistemi democratici, invocando l’intervento della politica, considerato come “nessuna tecnologia si è mai sviluppata in modo così totalmente privo di norme come sta avvenendo per quelle digitali.” È lo stesso Smith a proporre una Convenzione di Ginevra digitale e non sarebbe cosa da poco se fosse proprio l’Europa a raccogliere questo suggerimento, del resto è tempo di idee, serve un pensiero.​Da ultimo, questo manifesto non potrebbe trascurare di dare una spinta in avanti all’integrazione rimarcando che la politica di difesa non può essere appaltata solo alla NATO e che lo spazio sociale europeo deve essere rafforzato.Da qui l’idea più che condivisibile di creare (se non ora quando) un grande centro di ricerche medico scientifiche da intitolare a Marie Curie per mettere le basi di una politica sanitaria comune, quantomeno nelle linee generali visto che ad oggi non esiste.All’Europa del 2021 serve un cervello che elabori un pensiero (non la sconclusionata ridda di voci e retorica da cui siamo stati bombardati inutilmente).Oggi a noi cittadini europei arrivano messaggi contrastanti e contraddittori che ci confondono.Ci viene detto che dobbiamo essere ecologici, ma che dobbiamo spendere, che dobbiamo difendere il lavoro, ma che i ritmi vanno ridotti, che i partiti non servono ma che la politica non fa abbastanza.La reazione a tutto ciò è spesso rabbiosa e impulsiva come dimostra la forza dei partiti populisti in Europa lo come dimostra che impegnati nella politica dei fatti compiuti dimenticano il lavoro da fare sulla difesa della sovranità democratica, sul nuovo Pensiero Europeo.

Nasce a Bassano del Grappa nel 1980, cresce a Venezia e si laurea in Giurisprudenza presso l’Università di Ferrara con una tesi in Diritto Costituzionale seguita da Roberto Bin e Giuditta Brunelli. Nel corso dell’Università studia materie giuridiche presso la facoltà di legge del King’s College di Londra. Nel 2007 consegue il Master in Istituzioni parlamentari europee e storia costituzionale, diretto da Fulco Lanchester presso l’Università “La Sapienza” di Roma, con una tesi finale su: Elezioni primarie tra esperimenti e realtà consolidate seguita da Stefano Ceccanti. Oggi vive a Milano dove lavora come avvocato.