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Agitu Ideo Gudeta è un’imprenditrice agricola etiope che alleva capre e produce formaggi biologici in Val dei Mocheni, in Trentino.

Detto così sembra piuttosto banale. Ma in realtà non si tratta di un formaggio qualunque, dato che ha ricevuto vari riconoscimenti: da Slow Food, da Legambiente, dalla Provincia Autonoma di Trento, che l’ha premiato come miglior prodotto trentino e addirittura scelto per rappresentarla all’Expo di Milano nel 2015. E neanche le capre sono capre qualunque, ma esponenti della razza mochena, in via di estinzione dopo essere state allevate per secoli dai valligiani.

E decisamente lei non è una persona qualunque: nata in Etiopia, a 18 anni si trasferisce a Trento, dove si laurea in Sociologia. Rientrata in patria, nel 2010 scappa nuovamente dall’Etiopia, dove è diventata un personaggio scomodo per il suo attivismo contro il cosiddetto land grabbing, cioè l’accaparramento di terre ufficialmente senza proprietario (ma in realtà coltivate da sempre dai contadini locali con colture di autosussistenza) da parte di multinazionali, per impiantarci monocolture intensive. E così se ne torna in Trentino, dove ha investito tutti i suoi risparmi ed energie per realizzare il suo sogno: un piccolo allevamento di capre in Val dei Mocheni, una valle piuttosto remota dove si parla un’antica lingua germanica, anch’essa ormai in via di estinzione.
Se qualcuno l’ha visto, è qui che è ambientato ‘La prima neve’, il bellissimo film di Andrea Segre che forse non a caso parla di integrazione e incontri/scontri tra mondi e culture diversi.
Anche Agitu fa lavorare nella sua azienda i richiedenti asilo, ma ai pascoli, a darle una mano e imparare a curare e ad allevare capre, salgono anche molti ragazzi trentini, che grazie ad una donna straniera vedono il loro territorio in modo diverso, più vicino a quello in cui lo vedevano e vivevano i loro antenati.

La storia di Agitu ricorda un memorabile film di Giorgio Diritti del 2005, ‘Il vento fa il suo giro’, che come tanti film molto veri ma scomodi e con scarso ‘appeal’ ha avuto una distribuzione assai limitata nelle sale italiane, anche se grazie al passaparola diverse persone sono riuscite a vederlo e apprezzarlo. Le analogie con la storia (vera) narrata nel film sono molte, a testimonianza del fatto che problematiche e opportunità sono simili in tutto l’arco alpino italiano, dalle remote valli occitane al profondo nord-est delle montagne trentine. Pascoli e borghi abbandonati, e la difficile sfida che spesso devono affrontare coloro che vogliono tornare a far rivivere paesi ormai disabitati e terreni trascurati, a cominciare dall’insormontabile diffidenza degli abitanti nei confronti dei ‘foresti’ (anche Agitu ha subito qualche tempo fa minacce e aggressioni fisiche da parte di un vicino, poi condannato a nove mesi di carcere).

Ma Agitu ce l’ha fatta: ha superato quella diffidenza, la sua azienda – ‘La capra felice’ – ha ottenuto riconoscimenti e una certa fama, il gregge è arrivato a quasi 200 capre, i prodotti sono apprezzati, aumentano i punti vendita, vengono sottratti all’abbandono più di 10 ettari di pascoli, l’azienda dà lavoro a diversi dipendenti che contribuiscono a ripopolare la valle, e viene mantenuta viva un’attività tradizionale ormai data per perduta.

L’abbandono, che non vuol dire solo spopolamento, è infatti il problema principale delle nostre montagne: prati, campi, boschi e pascoli abbandonati significano dissesti idrogeologici, maggiore rischio di incendi e valanghe, perdita di biodiversità e di saperi, colture, culture e modi di vivere millenari. Ripopolare la montagna e i suoi paesi è fondamentale, e sicuramente le nuove tecnologie, lo smart working e una viabilità più efficiente potranno fare molto.
Ma non basta, perché la terra delle nostre montagne, abitata e coltivata per secoli, ha bisogno di essere curata, lavorata, vissuta. E la storia di questa donna, forte come le montagne, ce lo testimonia coraggiosamente.
Non è stata l’unica, ci sono numerosi esempi di ritorno alla terra: che poi ‘ritorno’ non è perché strumenti, forme e processi sono cambiati rispetto a una volta, come è inevitabile e giusto che sia.

Ma la sua è una storia particolare. Perché è una donna minacciata dal governo del suo Paese, straniera in Italia, e perciò teoricamente fragile: in realtà forte, fortissima, determinata, coraggiosa, visionaria, concreta. Non ha paura di niente, non la spaventano i pregiudizi nei confronti di una donna, per di più straniera e nera, né la faticosa vita di allevatrice e i gelidi inverni delle valli trentine. Dice: ‘Non bisogna mai fermarsi, la paura rischia sempre di paralizzarci. Il futuro si costruisce con i sogni che abbiamo e se ci blocchiamo non partirà mai nulla”.

Temeva soltanto gli orsi, da cui cercava in tutti i modi di proteggere le sue capre. Non è stata l’orso però a fermarla, ma la brutalità bestiale dell’uomo, nella forma peggiore del femminicidio, se pure ha senso parlare di una scala di crudeltà in un delitto di per sé così ributtante: la violenza sessuale e l’omicidio slegati persino dalla cieca passione, dalla gelosia, ma finalizzati soltanto ad imporre la propria supremazia, un dominio maschile che vuole schiacciare e umiliare, tanto più se la vittima è una donna emancipata e coraggiosa.

Agitu Ideo Gudeta è stata violentata e uccisa la sera del 29 dicembre da un uomo, un suo dipendente che ha ammesso di averlo fatto per una questione di soldi.

Ma il tragico, tristissimo epilogo della sua storia non deve far dimenticare la lezione che rappresenta la sua vita, anzi. In Etiopia si è strenuamente battuta per difendere le terre coltivate dai contadini, che danno loro da vivere, dall’accaparramento da parte di forze esterne. In Italia, sulle Alpi, ha rivitalizzato terreni che a lei saranno sembrati incomprensibilmente e sacrilegamente abbandonati.
Mostrando, a chi voglia intraprenderla, una strada faticosa e ripida come quella che porta a Frassilongo, il paese dove viveva, ma percorribile, se ci si arma del suo coraggio, determinazione e ottimismo.

Il vento fa il suo giro, e tutto prima o poi ritorna. Nella speranza che qualcuno raccolga la testimonianza di Agitu e tenga accesa la sua fiamma vitale nella valle.

Laura Fagarazzi, veneziana di nascita e per scelta, è laureata in Scienze Ambientali e ha un dottorato in Analisi e governance dello sviluppo sostenibile. E’ direttrice dell’Ufficio Ricerca Internazionale all’Università Ca’ Foscari e da 20 anni si occupa di fondi europei.