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Quando si vive in una città come Venezia, dove ogni angolo è segnato da un evento storico e in ogni chiesa, in ogni palazzo ci si sente sopraffatti dall’arte, dagli stucchi, dagli intagli, dalle stoffe e dagli arredi, si può credere che qualsiasi visitatore ne percepisca allo stesso modo la bellezza e l’incanto. 
In realtà è l’abitudine al contatto con il patrimonio che crea un legame identitario con la storia e allo stesso tempo ci apre alla seduzione e al potere dell’arte. 

Molti anni fa, quando ancora lavoravo con le scolaresche tedesche, notavo un’attenzione diversa dei ragazzi a seconda della loro provenienza. Se venivano da città storiche come Monaco o Colonia, riuscivano a seguire il filo del discorso. Molto più difficile era tenerli a bada se abitavano nelle città moderne della Ruhr. Non avevano confidenza con i monumenti antichi, non riuscivano a capirne il significato, si annoiavano. Tra di loro molti erano i ragazzini di origine turca, diffidenti dell’imponente e impositiva storia europea. A loro mostravo gli elementi che richiamano il Mediterraneo orientale, chiedevo se anche nelle città dei loro nonni ce ne fossero di simili, raccontavo degli scontri e dei grandi affari tra turchi e veneziani e, magicamente, quei ragazzini ribelli sentivano di trovarsi in una dimensione dove c’era posto anche per la loro cultura. 
Ho fatto fatica a rinunciare ai servizi guida con i ragazzi perché rappresentavano una sfida continua a trovare un punto di mediazione culturale, di linguaggio e di reciproco apprezzamento. Se ne conquistavo la metà, era una vittoria. Non m’interessava che mi ascoltassero in silenzio, tenevo di più alle loro domande. Purtroppo i gruppi erano di trenta-quaranta studenti e negli ultimi anni la pressione dei visitatori ha reso questo tipo di turismo insostenibile per la città.

I miei clienti, di solito famiglie di buon livello economico e istruite, vengono per lo più dai paesi di lingua tedesca e dagli Stati Uniti.
Ora, concesso che molti di loro hanno già sentito il nome di Tiziano e letto da qualche parte che a Venezia c’era il doge, lo sfasamento rispetto alle conoscenze di chi è cresciuto in una città storica rimane quello relativo alla funzione, originaria e attuale, dei monumenti che visitano.
Capiscono cos’è una chiesa? In parte. Se vengono da una città novecentesca, sanno che i cattolici ci vanno a pregare. Posso parlare di Tiziano a un pubblico così? Un poco. Prima devo raccontargli attraverso l’antica tecnica della narrazione, senza gli strumenti digitali cari alla lettura contemporanea, perché nel Rinascimento si costruivano tante chiese. Cerco di fargli immaginare il rapporto di allora con la religione, fatto di piccoli riti quotidiani, ma per parlare del passato ho bisogno di trovare degli esempi nel presente, di usare parallelismi e paragoni spesso arditi. 

Quando ero piccola, invece, la religione faceva parte del mio mondo linguistico e narrativo. Nel discorso quotidiano c’erano riferimenti alle parabole, si conosceva il significato delle feste comandate, gli episodi più importanti delle Scritture. Capire una chiesa richiedeva uno sforzo di apprendimento estetico, ma era un ambiente a me familiare. Anche la storie della mitologia greca e romana erano popolari e il significato di un quadro a tema mitologico mi era abbastanza comprensibile. 
Quella frequentazione di testi, di luoghi, di abitudini non c’è più, o quasi.

I cambiamenti nei programmi scolastici e nella cultura contemporanea costano una graduale perdita degli strumenti per conoscere e interpretare il patrimonio, e se continuiamo a storicizzarlo, a separarlo dalla vita di ogni giorno si rischia uno scollamento emotivo e affettivo nelle prossime generazioni.
La questione non è nuova e in molti paesi europei c’è un dibattito in corso. Da noi lo storico dell’arte Tomaso Montanari ha stigmatizzato più volte che in un paese come l’Italia, dove in qualsiasi cappella di campagna ci si può imbattere in un’opera d’arte, lo studio della storia dell’arte è fondamentale per rendere i cittadini consapevoli dei beni preziosi che possediamo. Montanari critica l’industria dell’intrattenimento “culturale”, la ritiene una delle cause della banalizzazione delle opere d’arte, della riduzione delle feste fokloristiche medievali a “fantasy” senza sostanza; trova le proiezioni di quadri famosi su architetture antiche ridondanti, eccessive e inutili visto che i capolavori artistici sono visibili dal vero nei musei.

A tutto questo io aggiungerei che ogni epoca porta con sé altre priorità e altri valori, e per mantenere vivo il patrimonio culturale servono non solo nuove forme di comunicazione, ma una sua attualizzazione anche attraverso usi diversificati.
Il patrimonio culturale mantiene il suo valore se continua a far comprendere la nostra società, se continua a parlarci del nostro presente e non solo del passato.
L’educazione a scuola o attraverso i laboratori didattici nei musei non è però sufficiente perché spesso si limita al momento della creazione delle opere e qualche volta alla loro evoluzione nel tempo. 
Per fortificare il rapporto con il nostro patrimonio si potrebbe pensare di aprire gli spazi museali ad attività – ovviamente compatibili con il luogo – che non siano solo quelle della visita. 
Ricordo che a Casa Goldoni fino a qualche anno fa si organizzavano dei piccoli concerti, spettacoli della Commedia dell’Arte, di teatro. Tutto a misura delle ridotte dimensioni delle sue sale. Era un bell’esempio di un museo che interagiva con i cittadini.

Prima dell’avvento del turismo di massa, i luoghi storici facevano ancora parte della vita di ogni giorno.
Andavamo a scuola in palazzi con gli stucchi sbrecciati e i maniglioni cigolanti; andavamo in chiesa con la nonna che diceva “guarda che bella la Madonnina”, feste di Carnevale, recite scolastiche, persino la ginnastica ritmica la ricordo sui parquet di legno. Ci si arrampicava sui monumenti, si camminava tra le rovine. Ogni generazione si sentiva parte di una storia collettiva e, dentro a quella, portava anche la propria, generando così una stratificazione di storie e di significati. 
Per fare un esempio veneziano, si può pensare all’ex-Cotonificio e alla Manifattura Tabacchi, luoghi che ricordano non solo lo sviluppo industriale della città, ma anche le lotte femminili per i diritti di equità salariale e di condizioni di lavoro. Nell’ex Cotonificio grazie a un restauro rispettoso e alla sua trasformazione in università, la fabbrica continua a formare l’immaginario dei giovani che là studiano.
Oggi i monumenti sono transennati, scollegati, accessibili solo a pagamento.
Mi chiedo se la musealizzazione del nostro patrimonio non sia eccessiva.
C’è una tendenza a separare gli spazi della vita contemporanea da quelli antichi, reclamati dall’industria dell’intrattenimento come parchi tematici del passato. Aggiungiamo pure anche la più nobile attività di studio, conoscenza e cura, ma il risultato è che più si sottrae il patrimonio al cittadino, in nome della sua tutela o del bilancio comunale, tanto più aumenta la distanza tra il primo e il secondo. 

La gestione dei musei su modello aziendale, non solo priva il cittadino di un suo bene, ma non è nemmeno soddisfacente dal punto di vista economico.
Secondo i dati dell’Assessorato al Turismo per il 2019 (che potete trovare qui), negli ultimi anni c’è stato un costante aumento di visitatori sia nel Comune di Venezia (quasi 13 milioni di presenze) che nell’area metropolitana (complessivamente quasi 38 milioni di presenze). 
Gli ingressi ai Musei Civici è stato di quasi 2,3 milioni, in leggera flessione rispetto al 2017. Solo per Palazzo Ducale sono stati staccati oltre 1.351,000 biglietti, che significa poco meno di un milione per gli altri musei, tra i quali ci sono gioielli come il Museo del Vetro, Ca’ Rezzonico, Palazzo Fortuny.
Stabile, invece, il flusso nei musei statali con circa 800.000 visitatori.
I numeri non sono apprezzabili e gli stessi musei si interrogano su come avere più visitatori. Imbarazzante è la scelta della Fondazione Musei di chiudere i Musei Civici fino all’arrivo dei turisti; le Gallerie dell’Accademia, invece, sulla loro pagina Facebook hanno recentemente chiesto suggerimenti per migliorare l’offerta e attrarre un pubblico maggiore.

L’idea di far rendere un museo con la logica di un’azienda su cui non si vuole investire, costringe spesso a puntare al ribasso: chiusura di sale considerate di pregio minore, servizi inadeguati, mancato aggiornamento degli allestimenti ed eventuale chiusura in mancanza di turisti. In tutto questo manca il richiamo all’articolo 9 della Costituzione italiana: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.”
Se si riducono le basi su cui si fonda il senso d’identità e l’amore per l’arte, intesa in tutte le sue espressioni, credo che la conseguente diminuizione del numero dei visitatori sia inevitabile; molto più grave mi sembra il pericolo di una disaffezione da un patrimonio che non viene più sentito come parte della storia e della socialità collettiva. 

Sono dell’idea che sia necessario un ripensamento del nostro patrimonio e che nuove forme di gestione dovrebbero rientrare nelle priorità di investimento decise da Ministero, Regione, Comune.
Come già fanno alcune istituzioni private, si potrebbe puntare a far diventare i musei luoghi di studio, di scambio culturale, di performance artistiche; promotori di giovani artisti, attori, musicisti; spazi moltiplicatori di eventi culturali e di incontro tra i cittadini, magari introducendo formule associative a pagamento, donazioni e altri modi di contributo e sostegno. Le esperienze ci sono; a Venezia penso alla Fondazione Querini Stampalia, uno dei luoghi più amati dai veneziani, dove alla frequentazione per motivi di studio si somma l’esperienza di un palazzo veneziano e un ricco calendario di eventi. Forse tali gestioni non sono ancora del tutto autosufficienti, anche per la scarsa attenzione delle istituzioni pubbliche verso i luoghi della cultura, ma al momento rappresentano i progetti più interessanti, inclusivi e orientati al futuro di salvaguardia del patrimonio.
Siamo vicini alla fine della pandemia, con la voglia di recuperare il tempo perduto e i fondi europei in arrivo; credo non ci sia momento migliore per un impegno delle istituzioni ad elaborare nuove forme di relazione tra patrimonio e cittadini. 

guida e scrittrice, è nata a Trieste e dal 1991 vive a Venezia. Per anni si è impegnata per la difesa del patrimonio culturale della città nell’ambito della Convenzione di Faro del Consiglio d’Europa.