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L’Europa è tornata protagonista indiscussa dopo anni di “oscuramento” dovuti ad alcune involuzioni politiche, a molte pastoie burocratiche, ma nello stesso tempo alle forsennate campagne populiste, nazionaliste e sovraniste.

L’azione a 360° delle Istituzioni europee di fronte alla pandemia le ha ammutolite, le ha rese inascoltabili, le ha messe nell’angolo. Con la sconfitta di Trump il cerchio si è chiuso ancor di più venendo a mancare il loro massimo profeta.

La scienza, le azioni combinate della ricerca scientifica, gli sforzi e gli enormi investimenti convergenti sulla “scoperta” del vaccino e la sua distribuzione che è già fortunatamente iniziata cambiano la prospettiva.

Si passa dai profeti di sventura, dai seminatori di panico, dai dispensatori di paure, alle azioni efficaci per uscire da questo di stato di emergenza sanitaria, di blocco, prima di tutto mentale, prima ancora che sociale ed economico.

Il virus, sconosciuto e imprevedibile, ci ha colpito prima di ogni altro Paese europeo. L’inizio del tunnel. Con la drammatica contabilità dei contagi, delle morti. Le immagini delle strade e delle piazze deserte. Le tante solitudini. Il pensiero straziante di chi moriva senza avere accanto i propri cari. (Sergio Mattarella)

Con queste parole del Presidente chiudiamo qui il pregresso, che ci sarà tempo e modo di approfondire i colpevoli disastri che sono stati perpetrati in conseguenza di questa situazione inaspettata.

Perché se è pur vero che siamo stati i primi è altrettanto vero che abbiamo fatto peggio di altri, almeno di quelli che dovremmo considerare al pari del nostro standard sociale, economico, oltre che sanitario.

Nonostante i vaccini l’emergenza sanitaria del coronavirus però non è ancora finita. Abbiamo davanti ancora molti mesi di sacrifici personali e collettivi. Va organizzata, speriamo meglio di tante altre cose degli ultimi mesi, una vaccinazione di massa convincente e rapida.

Non vogliamo ripetere la storia delle mascherine, dei banchi a rotelle, dei vaccini antinfluenzali. Che non sono stati certo un buon viatico per il plenipotenziario a tutte le emergenze: quel Domenico Arcuri da Melito (RC).

Si deve abbattere la curva del contagio per riaprire in sicurezza le scuole e permettere alle tantissime attività messe in ginocchio dai lockdown (negozi, bar, ristoranti, alberghi, musei, cinema) di riaprire senza il rischio di tornare indietro rapidamente.

C’è da dire che fra qualche tempo gli effetti del vaccino avranno i loro effetti positivi su tutto questo.

Poi c’è la Politica e la situazione appare quantomeno ingarbugliata.

Il Presidente del Consiglio non ha evidentemente più in mano la guida della sua maggioranza, il nervosismo palese nella conferenza stampa di fine anno ne è stato la dimostrazione.

Le sue performances in conferenza stampa sono la summa del campionario di supercazzole prematurate di cui il nostro è un vero campione.

Non ha detto nulla e non ha annunciato nulla. Qualche esempio.

Dalle carceri («la situazione carceraria è all’attenzione del governo, e poi ovviamente tutte le discussioni per quanto riguarda soluzioni che richiedano una chiara connotazione politica sono all’ordine del giorno e dovremo discuterle tutti insieme»)

al piano vaccini («per quanto riguarda il piano, abbiamo fatto una scelta anche qui che credo di grande prova democratica, se mi permette, cioè il ministro della Salute è andato in Parlamento»)

fino all’annosa questione del federalismo («in prospettiva futura si può lavorare secondo me all’autonomia differenziata, a decentrare alcune attività amministrative e potenziare da questo punto di vista anche, come dire, le competenze regionali, ma nello stesso tempo, a futura memoria, dobbiamo anche dotarci di un sistema che quando ci sono delle sfide così complessive per tutta la comunità nazionale un meccanismo di coordinamento più efficace ci dev’essere»).

La cosa sta diventando imbarazzante anche per i contiani del PD, ormai costernati anche loro dall’atteggiamento, diciamo così, inerziale del presidente del Consiglio: tanto è vero che per la dichiarazione di voto sulla legge di bilancio al Senato il gruppo ha dato la parola a Luigi Zanda, notoriamente molto critico con Conte, che in questa occasione è andato in rotta di collisione nientemeno che sugli strappi istituzionali che si stanno producendo con questo governo e chiudendo il discorso ha citato la frase sul “debito buono” coniata da Mario Draghi, lo spauracchio dell’avvocato del popolo.

E Matteo Renzi nelle sue dichiarazioni in Aula ha sottolineato la cosa schernendosi persino di fronte alla durezza di uno dei suoi più ferrei critici quando era segretario del PD.

E così “per non sapere nè leggere nè scrivere” tutti a prendere le distanze dal segretario di Italia Viva.

Poi però il PD, non avendo argomenti seri da contrapporre alla road map suggerita da Renzi con la sua lettera a Conte del 17 dicembre https://www.italiaviva.it/enews_674_giovedi_17_dicembre_2020

passa alle “minacce” di elezioni anticipate dei vari Franceschini, Boccia e compagnia (neanche fossero tutti investiti della carica di Presidente della Repubblica).

Ci sono poi i quotidiani pieni di esperti che ci spiegano perché Giuseppe Conte piace agli italiani, “nonostante tutto” con lo stesso tono con cui gli esponenti del comitato tecnico-scientifico sono soliti spiegarci che le misure prese contro il Covid stanno funzionando benissimo, nonostante continuiamo ad avere centinaia di morti al giorno, e i ministri ci ripetono che il ritorno a scuola è un obiettivo prioritario, nonostante metà dei ragazzi resterà a casa anche al prossimo giro.

Qui val la pena di aprire una parentesi su “il sostegno degli italiani”. Parliamo del “gradimento/fiducia” non dei risultati elettorali.

Solo per flash ripercorriamo la storia 1994-2020: Berlusconi – Monti – Renzi – M5S+Salvini – Conte.

Ce n’è qualcuno di questi che nel momento del massimo fulgore si sia attestato sotto un gradimento/fiducia del 50%?

Eppure, neanche fossero degli scommettitori incalliti i nostri concittadini hanno cambiato cavallo con la stessa rapidità – relativamente ai tempi di maturazione delle scelte politiche che dovrebbero essere consapevoli – con cui hanno cambiato modello e dimensione di televisore.

Tornando alla politica e all’azione di Governo la ministra dei Trasporti e quella dell’Istruzione ci spiegano che per l’apertura delle scuole il 7 gennaio siamo prontissimi, mentre tutto il governo, la maggioranza e l’opposizione gridano che la scuola dev’essere la nostra primissima priorità, e che mai e poi mai, per nessun motivo al mondo, si potrà tornare a chiuderla. Che è esattamente quello che dissero questa estate a proposito della riapertura di settembre, e sappiamo com’è finita.

E così andremo avanti, sulle scuole come su tutto il resto. Ascoltando i ministri ripeterci, nel consueto profluvio di “faremo”, “decideremo”, “valuteremo”, che le grandi novità questa volta saranno il potenziamento del trasporto pubblico locale e gli scaglionamenti degli orari di scuole e aziende.

Che è quello che ci hanno detto in questi giorni, ma anche, letteralmente, quello che avevano solennemente annunciato a maggio, ai tempi del primo lockdown.

Attendiamo fiduciosi.

E quando dico che andremo avanti così, sulle scuole come su tutto il resto, intendo proprio tutto. Non c’è letteralmente argomento del dibattito politico che non sia risucchiato in questo loop: che si parli del MES, della crisi di governo o del vaccino, per il quale ovviamente siamo prontissimi (peccato che  siamo già partiti a rilento), salvo imprevedibili eventi esterni quali la neve in inverno o la possibile terza ondata di gennaio – stando alle parole del commissario Arcuri – vale a dire nel caso in cui il virus non ci facesse il favore di andarsene da solo (nel qual caso resterebbe da capire a cosa ci servirebbe il vaccino, ma questo è un altro discorso).

In questo quadro, che definire abborracciato sembra fin troppo generoso, il solo Renzi ha deciso “di mettere i piedi nel piatto” e di seguire un sentiero stretto, accidentato.

Deve riuscire a far modificare in meglio le scelte e i modi di lavorare del Governo, vuole riuscire a far passare alcune osservazioni di merito sul Piano Italiano per il Recovery Fund (New Generation EU) – il governo deve stabilire obiettivi economici che l’opera da realizzare può generare sapendo che l’erogazione finale delle risorse avviene solo se anche gli obiettivi vengono raggiunti – ma nello stesso tempo non vuole passare per “lo sfascia carrozze” di questa maggioranza.

I sondaggi (sempre quelli) non gli sono a favore, e la fiducia nel suo operato è piuttosto bassa ma Renzi conta molto sul fatto che la strada delle urne è preclusa dal semplice fatto che né il PD né tantomeno il M5S possono permettersi di andare alle elezioni, pena venire messi in seria minoranza da un CentroDestra molto articolato (eufemismo) ma che elettoralmente riesce sempre a ricompattarsi.

Matteo Renzi pensa perciò di avere gioco facile nell’accettare il confronto parlamentare che Giuseppe Conte ha promesso/minacciato di fronte all’ostinazione di Italia Viva nel sostenere le sue più che valide ragioni. Che detto molto in sordina sono le stesse che fino a qualche tempo fa sosteneva anche il PD o perlomeno il suo segretario Zingaretti.

A fare da sfondo a tutto questo c’è poi l’enorme partita dell’economia e della situazione sociale di un Paese cloroformizzato dai bonus a pioggia e ad minchiam, da interventi a sfondare il Debito pubblico a livelli che saranno un macigno per le prossime generazioni a venire.

Un Paese che ha di fronte a sé la debolezza di un sistema economico che ha avuto negli ultimi 25 anni un tasso di crescita lontano dagli standard necessari e ancora più lontano da quello dei paesi del sistema Europa.

E che senza un trend più che gagliardo di crescita e produttività non sarà mai in grado di ripagare il debito accumulato.

Un Paese che conta già la sparizione di più di 300mila attività economiche (di vario genere e dimensione), che ha già perso più di 450mila posti di lavoro, che tiene in pancia – pronto a scoppiare come una bomba ad alta deflagrazione – il numero dei possibili “licenziamenti” stimato in più di 1Milione.

E quindi?

Si potrebbe andare ad una ricomposizione della stessa maggioranza – forse appena appena allargata – ma con un nuovo PdC.

Se questo è un Governo…

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)