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Ci siamo. Il 21 di questo mese ricorre il centenario della nascita del Partito Comunista Italiano avvenuta nella città di Livorno. Se ne sta già un pò parlando, ma non tanto quanto mi sarei aspettato, a parte l’editoria libraria che coglie sempre l’opportunità delle ricorrenze per recuperare il terreno perduto. Forse c’è altro a cui pensare, i dibattiti pubblici non si possono fare, forse le televisioni e i giornali maggiori, le uniche tribune che possono veicolare a molti una celebrazione, sanno che non c’è troppo spazio nelle loro prime pagine e tutti gli elzeviri, gli editoriali e le interviste arriveranno concentrati a ridosso. E mi aspetto, con una certa sottile ansia, il profluvio di celebrazioni retoriche, strumentalizzazioni, distorsioni, che un argomento del genere inevitabilmente tiene in serbo.

Con sottile ansia perché so già che ne verrò disturbato per l’impotenza di non poter interloquire, e di non avere neppure argomenti per farlo. Non perché sono pochi, ma perché al contrario sono troppi. Troppi e attorcigliati tra di loro in un groviglio di contraddizioni, di valori e disvalori che porta con sè un evento epocale che comunque è accaduto. E, come continuo a ritenere per molte cose che sono accadute anche se non tutte, in quelle condizioni sociali e politiche di un secolo fa forse non poteva non accadere.

Per cui l’unica dimensione in cui un avvenimento del genere può essere trattato e inquadrato oggi a distanza di un secolo è quella della storia. Che racconta i fatti e non dovrebbe troppo interpretarli, né discuterli con gli stessi parametri dell’attualità politica. Come invece si può e si deve fare non solo per il presente, ma anche per il passato prossimo. In cui dei fatti ci sono ancora la memoria di tutti i viventi da rispettare e le conseguenze politiche e sociali molto concrete sul presente. Ma quattro generazioni, tante sono passate da quel gennaio del ’21, sono sufficienti per far cambiare scaffale a un evento. Da quello della politica a quello, appunto, della storia.

Il Congresso di Livorno, è cosa nota, era nato da un’autoconvocazione di fuori usciti dal Partito Socialista Italiano, fuori usciti ‘a sinistra’, secondo un lessico spaziale ancora in voga oggi, ma allora nel pieno dello sviluppo dei suoi significati. I rivolgimenti dottrinari e ideologici con cui al suo interno fin dall’inizio nasceva il PC d’Italia – questo il nome iniziale – soprattutto nei rapporti con la III internazionale e con l’Unione Sovietica, non mettevano in discussione la visione comune di fondo che univa tutti gli scissionisti di allora, che pure in altri aspetti non irrilevanti già si diversificavano, dando loro una forza straordinaria: la Rivoluzione sociale con la R maiuscola. Per cui lo stato borghese andava abbattuto con la violenza armata per poi instaurare un nuovo regime rivoluzionario e dittatoriale insieme, condizione necessaria per reprimere probabili reazioni e controrivoluzioni fino all’instaurazione dell’ordine nuovo. Approdo coerente se si pensa che la rivoluzione comunista è figlia legittima di una Rivoluzione, anch’essa violenta, avvenuta centotrent’anni prima, quella di Francia.

Utopica o realista che fosse, ma per i comunisti era solo realista (sic), la Rivoluzione, guidata, secondo il filo rosso del giacobinismo che aveva attraversato un intero secolo, da un’avanguardia cosciente, era una linea politica chiara ed evidente, un elemento netto di riconoscimento. E si manifestava immediatamente per tutti gli anni ’20 ed oltre, anche nella clandestinità, nei confronti dei compagni di partito appena lasciati e considerati da allora ‘socialfascisti’. Tutti. E non solo i riformisti moderati dichiarati del PSI, i primi della lista, ma anche i socialisti della corrente maggioritaria, i “massimalisti”, che dottrinalmente non erano distantissimi dai fuoriusciti. Insomma ‘socialfascisti’ tutti coloro che intendevano avere come unico riferimento del perseguimento del socialismo lo stato borghese, cioè una democrazia parlamentare come si andava delineando allora, pur stentatamente, anche in Italia. Questi anzi diventavano immediatamente i nemici più pericolosi da combattere e da screditare per dimostrare che esistono due democrazie: quella autentica e proletaria e quella falsa borghese. Un vezzo che ha percorso tutto il secolo anche con altri attori quello di trovare i nemici nelle fila dei democratici.

Lasciamo pure perdere il fatto che questa linea rivoluzionaria sia stata condotta nei decenni successivi con evidenti contraddizioni e rivolgimenti tattici tali, per cui, con piroette repentine, i ‘socialfascisti’, provvisoriamente perdonati, diventavano alleati nei cosiddetti ‘fronti popolari’: la Rivoluzione restava comunque, anche in quella fase, la cifra di riconoscibilità del Comunismo, durata per molto tempo. Con epigoni ed interpreti, del tutto coerenti con l’esordio di Pietroburgo e poi di Livorno, a riproporla in piena continuità, in modo più o meno settario, fino agli ultimi decenni del ‘900. Nel mondo occidentale e in non poche rivoluzioni terzomondiste. Tutti orgogliosamente ‘bolscevichi’, cioè secondo la traduzione dal russo, ‘minoritari’, volutamente minoritari, quale solo può essere un’avanguardia.

Devo dire che la motivazione principale, se non l’unica, della Rivoluzione comunista, l’uguaglianza, ha posto fin dall’inizio un tema che, nonostante la necessaria storicizzazione, resta attuale, senza per ora addentrarsi a chiedersi se uguaglianza e giustizia marcino parallele e se l’una tenga l’altra. Il tema posto si sintetizza in una domanda la cui risposta per i Comunisti di Livorno era scontata in negativo e che giustificava il prezzo della libertà negata nel processo rivoluzionario: si raggiunge un’uguaglianza sociale sostanziale per via parlamentare?

Marx e i marxisti ottocenteschi, i maestri del Comunismo novecentesco, avevano polemizzato a lungo con certo socialismo considerato fino all’irrisione come utopico e fuori dal mondo. Un giudizio mantenuto per gran parte del‘900 anche sulle chance egualitarie (nulle secondo loro) di una democrazia parlamentare basata sulle libertà e sui diritti civili. Utopia per utopia, la prima domanda ovviamente poteva e può ancora essere ribaltata in una seconda: l’uguaglianza la si raggiunge allora e la si mantiene per via rivoluzionaria, per quanto al prezzo ritenuto necessario della soppressione del non casualmente primo sostantivo dell’89, la libertà? Solo che in questo caso la risposta si è avuta. In un altro ’89, quello del novecento, il Comunismo realizzato si è sfarinato non principalmente per la soppressione delle libertà, ma perché il prezzo da pagare delle libertà sospese non era stato compensato dal raggiungimento in settantacinque anni delle uguaglianze formali e sostanziali e di una condizione economica e sociale dignitosa in tutti i parametri misurabili.  

Quanto al parlamentarismo e alle sue chance egualitarie, è curioso il fatto che nello stesso decennio della nascita del PCI e in parte del successivo, in cui esso veniva definitivamente bollato come strumento di potere della borghesia e quindi considerato come oggettivamente antiegualitario, un bel numero di rivoluzioni in Europa, ma questa volta di destra estrema, alcune responsabili di massacri feroci e di guerre atroci, prendevano il potere leggendo il parlamentarismo esattamente all’opposto dei comunisti: la democrazia parlamentare è la più pericolosa e da sopprimere ferocemente e subito, perché alla lunga potenzialmente soggetto maieutico di un’uguaglianza non solo formale, ma anche sostanziale, basata sui diritti di cittadinanza. Che, se estesi e applicati con coerenza, secondo la lettura delle destre totalitarie e soprattutto delle oligarchie che le appoggiavano e finanziavano, non possono che portare a questo esito.

La storia del Partito Comunista Italiano si è sviluppata portando con sé tutti questi temi risolti e irrisolti e non può scindersi dal contesto internazionale in cui è sorto: la Rivoluzione Russa d’Ottobre, i partiti comunisti fratelli nel resto d’Europa e poi del mondo, l’Internazionale Comunista, Il Comunismo realizzato in molte parti del mondo. Tuttavia, anche questo è noto, il PCI, soprattutto nella Resistenza al Nazifascismo e poi nei decenni del dopoguerra ha avuto una storia con delle peculiarità che lo hanno reso un caso unico, oltre al fatto che è stato di gran lunga, e a lungo, il più grande d’Europa per militanza e per consensi elettorali.

Nonostante il settarismo delle origini è diventato un po’ alla volta un partito di massa molto radicato negli strati popolari. E’ stato un luogo di formazione e di alfabetizzazione politica autenticamente democratica per molte generazioni, la mia compresa, nonostante l’interpretazione della democrazia si sia mantenuta a lungo in un alone di ambiguità che i suoi stessi leader alimentavano coscientemente: la stessa ‘doppiezza’, attribuita a Palmiro Togliatti, più che un carattere era un metodo che lui e i suoi seguaci non facevano nulla per smentire. Certo le atrocità della guerra avevano lasciato il segno e la nuova democrazia nata dalla Resistenza con il suffragio universale non era quella di Giolitti.

Difficile quindi mantenere apertamente il giudizio distruttivo dell’esordio e la ‘doppiezza’ nasceva dalla maturazione della convinzione che il Comunismo in Italia doveva crescere di fatto dentro quella realtà democratico parlamentare e alle sue alleanze internazionali che a parole, e saltuariamente con fatti, continuava ad essere bollata  nello stesso modo di sempre. Anzi le parole incendiarie sulla borghesia, sui padroni e sui partiti che ne erano l’espressione, unitamente al mantenimento del mito sovietico anche nelle circostanze più repressive da parte dell’URSS, dovevano compensare e oscurare quell’accettazione di fatto. Che si manifestava in tutta una serie di atti e di scelte politiche inequivocabili: l’accettazione di governi di Unità nazionale nel corso della guerra prima e, sotto altre forme, poi, negli anni ’70, il voto positivo nel ’47 ad una Costituzione che secondo i parametri originari avrebbe dovuto essere pur sempre una Costituzione borghese, lo spegnimento sistematico da parte della dirigenza del Partito di ogni focolaio potenzialmente rivoluzionario attizzato da sue frange non controllate a partire dal 1948, per giungere al durissimo giudizio di condanna delle BR e dei loro adepti. I quali in effetti non facevano altro che interpretare, pur portandolo alle conseguenza più estreme, l’afflato sovversivo e rivoluzionario violento delle stesse origini bolsceviche del PCI.

La storia, si sa, è piena di paradossi a volte anche stridenti ed evidenti e piena di casi di eterogenesi dei fini. Il Partito Comunista, nato e consolidato nei modi che si è cercato di delineare, ha finito per diventare nella seconda metà del novecento un alveo di consolidamento di principi democratici con una predisposizione riformista e gradualista, istituzionale, di fatto una socialdemocrazia cammuffata alla fine solo nominalmente da comunismo. Da una parte. Dall’altra manteneva l’orgoglio della diversità e un’irritante, per gli altri, presunzione di essere la rappresentazione dei migliori anche sul piano etico. Finiva così nella direzione opposta, autoisolandosi dentro a un perimetro elettorale ampio ma inutilizzabile, quello del 35% e dei 13 milioni di elettori (tale fu il suo massimo dopo la morte di Berlinguer) che anche negli anni a venire, con tutte le sigle che gli si sostituiranno nel posizionamento a sinistra, non verrà mai abbattuto.

Ero presente nel piazzale dell’aereoporto Marco Polo di Venezia il giorno del passaggio del feretro di Berlinguer davanti al popolo del PCI in quel caldo maggio dell’84; e in quell’esatto momento del passaggio e degli ultimi pugni chiusi, ho avuto l’esatta percezione delle due polarità, l’afflato etico dell’uomo e di ciò che era riuscito a trasmettere e l’impossibilità di parlare a tutto il resto della comunità italiana, nonostante la commozione del momento avesse per un attimo abbattuto quel muro.

Il fallimento storico dei comunismi realizzati ha segnato la fine dei Partiti che ad essi si erano ispirati quantomeno nella loro fase propulsiva: non avevano scelta e hanno dovuto adeguarsi autosciogliendosi. Sono stato delegato al Congresso del nuovo PDS che nasceva dalle ceneri del PCI a Rimini nel gennaio del 1991, trent’anni fa e a settant’anni esatti dalla nascita del partito che lì si scioglieva. A quello scioglimento non avevo partecipato perché delegato solo per il nuovo partito in cui entravo dall’esterno. Ma il fatto che la sede fosse la stessa e che una parte dei delegati votassero contemporaneamente per i due atti diversi la dice lunga sulla incapacità di operare una rottura piena e integrale con il passato. E l’ambiguità della continuità con la storia precedente è durata a lungo e si è infilata persino nella storia del nuovo Partito Democratico. Ciò allora non era bastato alla piccola frazione di Rifondazione Comunista e ricordo bene l’orgogliosa uscita dall’aula nel corridoio centrale di Cossutta, Garavini, Libertini e di un giovane Niki Vendola che si avviavano a fondare in un’altra sede di Rimini la nuova formazione politica. Temo che la ricorrenza del 21 gennaio si presti a quello stesso tipo di orgoglio, a celebrazioni molto emotive e poco critiche su un trascorso storico.

La fine dei Comunismi realizzati in Europa ha chiuso nell’89 definitivamente anche in Italia il ciclo iniziato per coincidenza storica nello stesso anno di due secoli prima con la Rivoluzione Francese. Chiuso il ciclo per ciò che attiene alla versione rivoluzionaria comunista, uno degli esiti di quella prima rivoluzione. Non lo ha chiuso, ma anzi lo ha aperto di fatto per la prima volta, per la versione originaria in fondo mai sperimentata appieno. Quella che mantiene la barra sul primo principio della Rivoluzione, la libertà e sull’uguaglianza come pari diritto di cittadinanza di fronte alla legge. La responsabilità è adesso, senza più alibi e alternative interpretative, di fronte a questa proposizione dell’uguaglianza, che è poi quella che intendevano coloro che l’hanno formulata per primi.

E va detto che in questi trent’anni senza comunismo, quantomeno in Europa, le democrazie liberali non hanno dato prove incoraggianti e capaci di dare chance all’uguaglianza in un regime di libertà. Le disuguaglianze in Europa e nel mondo sono aumentate, mentre il neoliberismo economico proprio negli stessi anni in cui il Comunismo finiva diventava una dottrina dominante e un’applicazione concreta, in assenza di un contraddittorio credibile in grado di dare regole e di stemperarne gli effetti nello sfruttamento di uomini e natura. Per questo, nonostante la storicizzazione, la vicenda del Comunismo e di quello italiano in particolare, parla ancora per i temi che ha posto, pur nel fallimento delle sue soluzioni pratiche da cui non si può tornare indietro. Il tema dell’uguaglianza che il Comunismo rivoluzionario aveva posto con più forza, sacrificando volutamente la libertà quantomeno sul piano ideologico, resta irrisolto e aperto, al centro di ogni prospettiva democratica. Una sfida da continuare ad intraprendere e che non può e non deve lasciare indifferenti le nuove generazioni.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.