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Curiosa concindenza : “Revolutionary road” fu scritto da Richard Yates nel 1961, l’introduzione al libro nell’edizione Minimum Fax del 2017 di Richard Ford è del 2001, quarant’anni dopo, e chi scrive si permette un’ulteriore serie di riflessioni oggi, ancora vent’anni dopo, nel 2021.

Forte di questa coincidenza, che mostra l’assoluta attualità di questo libro a sessant’anni dalla sua uscita negli Stati Uniti, vorrei cominciare citando alcune righe illuminanti sul potere di queste pagine :”…La casa, emergendo tra le foglie verdi e gialle, si stagliò netta e candida; in fondo non era poi così brutta. Come aveva detto una volta John Givings, aveva l’aria di un posto dove la gente viveva davvero – un posto in cui il difficile, intricato processo dell’esistenza poteva risolversi a volte in incredibili armonie di felicità e a volte in un disordine quasi tragico, come pure in risibili intermezzi privi di importanza (That’s All, Folks!); un posto in cui per tutta l’estate ci si poteva comportare in maniera un po’ stramba, in cui ci si poteva sentire soli e frastornati in vari modi, e in cui la situazione poteva sembrare piuttosto grigia di tanto in tanto, ma dove ogni cosa, in ultima analisi, andava a finire bene.”

E’ la casa dei Wheeler , quella di cui si parla in questa descrizione, la casa di questo quartiere lindo ed ordinato di casette allineate su viali alberati, con viale d’ingresso, bambini vocianti, mariti impiegati in centro e mogli in grembiule col fiocco che li salutano al mattino dalla soglia di casa quando escono in auto facendo scricchiolare le gomme sulla ghiaia .

Soltanto che, in questo caso, per la prima volta nella letteratura americana, il mito, la speranza di vita decorosa e serena in un limbo abitativo a metà tra campagna e città, in questo caso il primissimo esperimento di questo  genere del secondo dopoguerra, viene sgretolato piano piano, con implacabile precisione, dall’autore, che sceglie April, Frank, i loro due bambini e una ristretta rosa di conoscenti e vicini, per affondare nelle radici dell’apparenza e della sostanza della società americana di quegli anni.

E’ impossibile non pensare immediatamente alle migliaia di immagini che il cinema nel corso di tutti gli ultimi decenni ci ha consegnato proprio di questi ambienti : è stato tratto tra l’altro anche un film omonimo proprio da questo romanzo, nel 2008, dove il regista Sam Mendes riesce come di rado accade a riportare sullo schermo con grande efficacia la vicenda psicologica dei protagonisti. E vorrei citare anche, provocatoriamente, anche “Truman show” di Peter Weir, del 1998, dove, in epoca di “Reality show”, l’immagine di un tranquillo sobborgo americano, risulta ancor più irreale nella sua pacifica quotidianità, in quanto fatta in gran parte da attori, per uno spettacolo spietato e falso seguito in diretta da tutta l’America.

 Al di là della vicenda , che si sviluppa fino al tragico finale con un crescendo di complessità e di contrasti sempre più evidenti, quello che rimane soprattutto nella memoria del lettore è lo stile di scrittura , è la forza e la spietatezza con cui ogni situazione di apparente normalità (una serata coi vicini, un giorno al lavoro, una recita di dilettanti) assume, attraverso le note esplicite dell’autore, una chiarezza diversa, diventa una sorta di vademecum per scarnificare fino all’osso educazione, senso della famiglia, maternità, amore coniugale.

April e Frank hanno una caratteristica che segnerà la loro rovina: si atteggiano a tipi controcorrente, criticano esplicitamente i limiti di una vita piccolo borghese come la loro, in cui affermano di essersi trovati impantanati loro malgrado, e da cui la città di Parigi, con le sue magnifiche opportunità, emerge come la soluzione radicale alla loro insoddisfazione cronica.

Le figure che li circondano, la coppia dei vicini con cui condividono settimanalmente numerosi drink serali, l’agente immobiliare col marito sordo e il figlio John ospite di una struttura per malati di mente, i colleghi di Frank , nel contesto del piano di grattacielo gremito di scrivanie dove Frank svolge di malavoglia mansioni ripetitive, tutte assumono la funzione di controcanto alla crisi dei due protagonisti.

Ma è la figura di John Givings, nelle due visite ai Wheeler assieme ai genitori, che, unico nella sua diversità e nella sua lucidità, svela ad April e a Frank la loro verità. Non sa nulla di loro, se non quanto i suoi genitori gli hanno detto, ma, con l’intuizione fulminante della sua intelligenza, segna un giudizio che resterà nell’aria a lungo anche dopo che se ne è andato.

Le visite non si ripeteranno più, troppo scomode risultano le sue parole.

“Il complesso residenziale di Revolutionary Road non era stato progettato in funzione di una tragedia. Anche di notte, come di proposito, le sue costruzioni non presentavano ombre confuse né sagome spettrali. Era invincibilmente allegro: un paese dei balocchi composto di casette bianche e color pastello, le cui ampie finestre prive di tende occhieggiavano miti in un intrico di foglie verdi e gialle. Fasci di luce sfacciata spazzavano i prati, le eleganti porte d’ingresso e le curve delle automobili color panna ormeggiate davanti”.

Pagina dopo pagina, descrizione dopo descrizione, noi lettori siamo accompagnati in questi tinelli, attraversiamo l’autostrada per poi infilarci nelle strade tranquille, assistiamo allo spettacolo amatoriale nel teatro di quartiere, andiamo a ballare d’estate con tutti loro nel locale all’aperto, rintracciando nel nostro immaginario americano, uno dopo l’altro, gli stereotipi del benessere middle class, del sollievo di tale benessere crescente dopo i disagi della guerra.

Ma Richard Ford, con le sue pagine, non ci permette mai, neppure per un minuto, di illuderci : l’America degli Anni Cinquanta , sotto la superficie levigata e sorridente, può mostrare una faccia di inquietudine, di disagio, di incertezza profonda , capace di toccarci ancora oggi nel profondo.

Con questo libro l’autore ce l’ha consegnata in modo magistrale, e lo ringraziamo per questo.

RICHARD YATES  , REVOLUTIONARY ROAD , MINIMUM FAX 2017

Elisabetta Ticcò è nata ed attualmente risiede a Mestre. Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università di Padova, nella stessa Università ha poi conseguito un Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Architettura ed Urbanistica. Le sue attività si sono sempre suddivise tra il teatro, con una lunga attività giovanile nella “Bottega del Teatro” di Dario Ventimiglia, e il mondo della scuola, dove ha lavorato presso un Liceo locale per più di 30 anni. Negli ultimi vent’anni si è specializzata inoltre nella disciplina anglosassone del “drama in education”, dopo due Summer Schools presso l’UCE di Birmingham , ed ha operato come organizzatrice di corsi di lettura drammatizzata nelle Biblioteche della Provincia e come formatrice di insegnanti delle Scuole Primarie e Secondarie Inferiori