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La condizione di crisi generale in tutti i campi determinata dall’emergenza sanitaria dovuta al Covid19 sta portando cambiamenti radicali in campo sociale, economico e dell’organizzazione del lavoro e del territorio. Difficile pronosticarne gli esiti definitivi in una condizione ancora incerta, ma la sensazione è che stiano emergendo molteplici opportunità in grado di manifestare insospettabili forme, per dirla con una parola in voga, di resilienza. Abbiamo chiesto alla dott.ssa Silvia Oliva, ricercatrice della Fondazione Nord Est, la sua opinione sull’immediato futuro in relazione ai mutamenti che si stanno evidenziando soprattutto, ma non solo, nel campo delle tecnologie digitali con le loro ricadute complessive. La ringraziamo per la sua disponibilità.

1) Quali sono secondo lei gli ambiti sociali ed economici in cui, dopo questa crisi pandemica, si imporranno cambiamenti radicali nell’approccio dei problemi e nella loro gestione e risoluzione?

Penso che questa crisi, così improvvisa, duratura, ma soprattutto generalizzata porterà con sé la necessità di un ripensamento complessivo nell’approccio ai problemi e alle loro soluzioni. La pandemia ha reso concreto quanto da anni ormai viene ripetuto rispetto alla complessità del contesto in cui viviamo, alla pervasività e rapidità dei cambiamenti, all’incertezza come unico fattore certo con cui confrontarsi. Tutti elementi che impongono una crescente capacità di anticipare i rischi, affrontando la visione del futuro non come un mero esercizio astratto, ma come strumento per decidere e costruire strategie. Un esercizio di futuro che parte da un’analisi complessiva delle questioni. Non si possono considerare separatamente i diversi problemi: da una parte la demografia, dall’altra il lavoro, slegato dal tema della scuola o del welfare. Per parlare di un tema a me vicino, a Venezia non si può più parlare di residenzialità senza parlare di lavoro, di mobilità, di sostenibilità, di digitale, pensare che una volta venuto meno il turismo torneranno i residenti! Che lavoro faranno? Quali attività potranno far tornare a Venezia tenendo conto della sua fragilità? Che ruolo avranno il digitale, la sostenibilità nello sviluppo di una nuova economia per Venezia? E nella fase di transizione, come si riconvertiranno gli spazi, le professionalità, i servizi? L’incertezza rende possibili più futuri, ma ci deve essere anche un futuro desiderabile a cui tendere con progetti di sistema che valutino anche i rischi e la necessità di immaginare percorsi diversi per il raggiungimento dell’obiettivo. Personalmente, trovo il richiamo alla solidarietà fatto da Papa Francesco, un ottimo punto di partenza perché mette al centro di questa visione le persone, il loro benessere, la loro salute, la loro possibilità di contribuire allo sviluppo complessivo. E questo non significa non comprendere quanto sia fondamentale la ripresa economica, il sostegno alle imprese – strada prioritaria per la salvaguardia del lavoro – ma progettare queste azioni avendo come priorità l’uomo, l’ambiente, i giovani intesi come futuro.

2) In particolare, lo smart working, messo alla prova dell’emergenza, ha rivelato insospettabili virtù in grado di ottimizzare il rapporto spazio/tempo, ovunque venga applicato, non solo nei rapporti di lavoro ma anche nel campo delle relazioni in genere, sociali, interpersonali, collettive e associative. Potrebbe trarne giovamento la mobilità, ma non solo, incidendo positivamente sulla salute dell’ambiente?

Senza dubbio lo smart working è stata, così come la DAD, una grandissima opportunità che ha permesso di non interrompere l’attività e la formazione di lavoratori e studenti. Più in generale, l’utilizzo del digitale per mantenere vive le relazioni sociali e familiari, le attività culturali e associative si è mostrato un valido supporto in un momento imposto di distanziamento sociale che, tuttavia, difficilmente potrà sostituire le relazioni dirette. Al di là di questa considerazione generale, certamente l’esperimento del lavoro agile ha mostrato che un numero importante di spostamenti può essere ridotto se non evitato del tutto, limitando da un lato i costi, dall’altro i tempi e l’inquinamento, rendendo la mobilità più sostenibile. Sostenibile sia dal punto di vista dell’ambiente, dell’intasamento delle arterie di comunicazione, ma anche delle persone che ridurranno il commuting casa-lavoro, risparmiando stress e risorse.

Ma, come detto precedentemente, è necessaria una visione di insieme. Nel corso del 2020, ad esempio, sempre a causa della pandemia si è registrato un crescente interesse per le vendite on-line da parte dei consumatori e una crescente attenzione dei venditori, anche di prodotti nel passato esclusi da questa tipologia di commercializzazione, verso questo canale di vendita. Superata l’emergenza è probabile che le imprese adotteranno una strategia multicanale che porterà ad un incremento dei trasporti legati alle spedizioni. Non si può quindi abbassare la guardia quando si tratta di investire sulle tecnologie che possano rendere più sostenibili i trasporti.

O, ancora, non si può dimenticare il fatto che lo smart working sarà utilizzato soprattutto dalle attività terziarie che operano prevalentemente nelle città con una ricaduta sul fronte immobiliare, sul fonte dei negozi e sulla domanda verso bar e ristoranti da parte dei lavoratori nelle pause-pranzo. Le città, quindi, dovranno ripensarsi e cambierà la relazione tra le stesse e le aree non urbane. Si può anche immaginare che si svilupperanno spazi di co-working in cui svolgere il proprio lavoro, superando anche quel senso di isolamento che invece può generare il lavoro da casa e lo sviluppo di relazioni con persone portatrici di esperienze eterogenee. Allo stesso tempo, potranno nascere soluzioni in grado di mitigare gli effetti negativi anche valorizzando le grandi capacità di adattamento che hanno manifestato molte attività della ristorazione, ad esempio con il delivery, che potrebbe essere proposto in convezione dalle aziende anche per i lavoratori a distanza.

Sull’altro fronte, e con un’attenzione agli effetti positivi e negativi, lo smart working sarà un’opportunità per le imprese per accedere a competenze pregiate e lontane, non sempre disponibili in loco, facilitando aree non facilmente accessibili, come le aree montane o alcune zone industriali anche del Veneto.

3) Si è visto che in alcune situazioni, per esempio anche nel nostro Veneto, lo SW può avere delle controindicazioni sulla produttività dovute ad una generale impreparazione delle imprese. Quale riflessione concreta si può fare e quali azioni mettere in atto per evitare delle ricadute negative?   

Le ricerche svolte in questi mesi (Istat, Università, Fondazione Nord Est-Umana) portano a un giudizio ancora sospeso sullo smart working, da un lato valorizzandone il ruolo fondamentale svolto in questi mesi, dall’altro indicando le criticità e le azioni necessarie per renderlo utilizzabile e utile anche nella normalità. Innanzitutto, quello fin qui sperimentato più che smart working è stato lavoro a distanza o meglio lavoro da casa, che in molti casi si è tradotto in un mero “trasloco” del lavoro dall’ufficio alle abitazioni. Viceversa, il lavoro agile presuppone un nuovo approccio e una nuova cultura del lavoro, in cui il controllo fisico lascia il posto alla fiducia, la definizione di compiti viene sostituita da obiettivi condivisi, l’esecuzione del lavoro si trasforma in responsabilità. In cui lo spazio e il tempo del lavoro assumono nuove dimensioni, rendendo necessario porre in essere tutte le misure utili a garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori anche fuori dall’ufficio, così come assicurare il diritto alla disconnessione e a un adeguato bilanciamento tra i tempi di vita e i tempi di lavoro.

Nel 2020 a utilizzare il remote working sono stati soprattutto le imprese più grandi che hanno più facilmente potuto adottare, o avevano già adottato, gli investimenti digitali adeguati a mettere tutti i lavoratori e l’azienda in grado di operare anche in ambienti virtuali: non solo device, ma anche cluod, spazi collaborativi, piattaforme di comunicazione. Allo stesso tempo, sono stati facilitati tutti i lavoratori, compresi i manager, che avevano già adeguate competenze digitali o che hanno potuto accedere ad adeguati percorsi formativi.

Oggi la sfida è quella di trasformare il semplice lavoro da casa in reale smart working mettendo in campo alcune azioni: l’adozione di tecnologie che favoriscano la collaborazione e la partecipazione dei dipendenti, ripensare le relazioni tra lavoratori e azienda, con un nuovo stile di leadership, e infine, ripensare gli spazi del lavoro (non solo la casa). Con alcune attenzioni alle relazioni tra lavoratori che possono usufruire dello sw e quelli che non possono, al lavorare sul senso di appartenenza all’organizzazione e ai suoi valori, soprattutto in fase di ingresso, a qualificare il tempo in presenza.

4) Lavorare a casa è una novità a cui la società si è adeguata nell’emergenza, ma di cui ignoriamo il grado di accoglimento in un regime di normalità. Quali prospettive per questo specifico problema per il quale le residenze forse non sono attrezzate, per non parlare dell’insufficienza delle connessioni e dell’analfabetismo digitale?

Esiste certamente un problema connesso agli spazi da dedicare al lavoro smart all’interno delle abitazioni che coinvolgerà il settore immobiliare, il settore dell’arredamento e forse anche le scelte abitative delle persone. Tuttavia, il tema dell’analfabetismo digitale, e più in generale il gap sulle competenze digitali, rimane centrale perché non solo legato allo sviluppo del lavoro agile, ma alla capacità del nostro Paese di avviare realmente la transizione digitale necessaria e che coinvolge ogni ambito: le imprese, il lavoro, la scuola, la pubblica amministrazione, la sanità. Anche in questo la pandemia ha agito da acceleratore. Gli studiosi dicono che in quest’anno sono stati fatti investimenti in digitale che generalmente richiedono 7 anni ma, come già avvenuto con il Piano Industria 4.0, le tecnologie da sole non bastano: servono le competenze per far sì che le stesse diventino motore di nuovi modelli di business, di nuove modalità di erogazione dei servizi, di nuove forme di didattica eccetera.

5) Quali sono i progetti di indagine della Fondazione Nord Est legati a queste problematiche nell’immediato futuro?

A breve Fondazione Nord Est, presenterà il suo Rapporto Annuale. Quest’anno il titolo è “La Ripartenza” in cui proporremmo una lettura complessiva delle trasformazioni avvenute sul fronte economico, sociale e del lavoro e di come il Covid sia stato un incredibile acceleratore di processi già in atto da tempo, portando molti nodi al pettine. Nodi per il quale il pettine del Next Generation EU non sarà sufficiente, se non supportato da una visione di futuro condivisa cui tendere come Sistema Paese, se sarà immaginato solo come un insieme di spese e non come un progetto di investimenti coordinato, se guarderà solo al passato senza porre le condizioni per la ripartenza su nuovi binari di sviluppo, con attenzione ai giovani, alle diseguaglianze, alle fragilità emergenti, prima fra tutti quella legata alla povertà culturale e al gap di formazione che contraddistingue il nostro Paese rispetto ai nostri partener europei.

SILVIA OLIVA dice di sè

Silvia Oliva

Vivo a Venezia con mio marito e i miei tre figli di 18, 15 e 3 anni che mi costringono a guardare sempre al futuro con ottimismo. Laureata in Economia e Commercio lavoro come ricercatrice senior in Fondazione Nord Est, istituto di ricerca fondato nel 1999 da Camere di Commercio e Confindustrie regionali del Triveneto.  I miei interessi di ricerca si concentrano in particolare sui temi relativi al lavoro e all’analisi dello sviluppo territoriale. Ho coordinato e realizzato numerose ricerche relative all’evoluzione del contesto socio-economico del Nord Est e curato diverse edizioni fino al 2017 del Rapporto Annuale della Fondazione edito da Marsilio. Convinta ma critica cittadina europea sono nel consiglio direttivo di Fondaco Europa