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Il governo Draghi è il primo governo “della Costituzione”.

Nasce direttamente dai poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio dei ministri: art. 92

a) l’incarico è stato determinato dal fallimento di un mandato esplorativo;

b) il presidente della Repubblica ha esplicitamente chiesto il consenso di tutte le forze parlamentari;

c) il presidente incaricato ha designato i ministri, avvalendosi delle sue prerogative costituzionali, senza consultare i partiti.

Quest’ultimo dato non è secondario perché allenta il rapporto tra i ministri politici e i partiti di appartenenza e consente quindi al presidente del Consiglio di esercitare pienamente le funzioni costituzionali di capo dell’esecutivo.

Nel frattempo in Italia le forze politiche sono tutte diventate europeiste.

Non si sa se per la forza di persuasione dei soldi che arriveranno, per convenienza elettoralistica o per convinzione, ma l’europeismo sembra essere uno dei pochi fattori comuni tra partiti divisi su quasi tutto il resto.

Può darsi che l’esito dell’ennesimo capitolo della storia italiana sarà una tendenziale tripartizione che all’incirca ricalcherà lo schema delle grandi famiglie europee: socialista, popolare, liberale

C’è chi ha già annunciato che sarà necessario lavorare alla costruzione di una «casa del buonsenso, dei riformisti» che in Europa guardi ad «un mondo liberal-democratico che in Francia ha Emmanuel Macron, in Danimarca Margrethe Vestager, in Belgio Charles Michel, in Lussemburgo Xavier Bettel e tanti altri riferimenti nel mondo».

C’è chi è alla resa dei conti interna, al fallimento delle sue certezze (le scatolette di tonno, l’uno vale uno, il vincolo di mandato, le regole economiche come una variabile dipendente dalle fantasie del capocomico).

C’è chi invece è lì a specchiarsi e a rimirarsi come se il Conte II fosse stato un orizzonte praticabile ancora per lungo tempo e all’avvocato del popolo si rifà come a “una risorsa per il Centrosinistra”.

Tutto si può dire dopo l’incarico a Draghi meno che il sistema politico italiano non sia entrato in un gran frullatore che ne scomporrà i pezzi, favorirà l’aggregazione di alcuni, provocherà una parziale dissoluzione di altri, porterà a un ripensamento dei fondamentali della politica di quasi tutti.

Sulla forza centrifuga dell’operazione Draghi convengono tutti, più oscuro rimane l’orizzonte della ricomposizione.

Anche perché a questo punto bisogna porsi alcune domande che travalicano il panorama politico, non solo quello più abitudinario, ma si spingono fino ai confini della fantapolitica.

L’incarico a Draghi non può essere a termine, se non quello naturale della scadenza elettorale del 2023.

Nel mezzo, più o meno tra un anno, ci sarà l’elezione del Presidente della Repubblica, e non sembra praticabile il bis dell’operazione “proroga” in stile Napolitano.

E Mario Draghi era ed è ancora indicato da molti come il candidato ideale per questo incarico.

A questo punto sorgono spontanee alcune domande: il quadro economico, amministrativo, anche quello sanitario, sono l’oggetto principale nel suo ruolo di Presidente del Consiglio.

Le risorse che l’Europa ci ha messo a disposizione attraverso il Recovery Fund New Generation EU, e più ancora le riforme che sottendono a questo piano, che non saranno una passeggiata perché dovranno entrare nella carne viva della burocrazia, della giustizia, dell’economia, avranno bisogno di tempo.

Non il tempo che si lascia passare sperando che nulla accada o tutt’al più che ci si possa adattare con comodo e con tranquillità.

No, saranno i tempi della realizzazione, dell’implementazione, del consolidamento e delle ricadute sul terreno della quotidianità.

E i 209Mld, una cifra impressionante che non trova confronti nella storia patria, avranno anche loro una tabella di marcia, un cronoprogramma, che non sarà opinabile o ad libitum.

Tempi e modi certi, progettazione, rendicontazione, erogazione sono scadenzati con il ritmo di uno schiacciasassi: o li rispetti o i soldi li vedi col binocolo.

Ecco in questo contesto è ipotizzabile che il lavoro di Draghi PdC sia interrotto appena dopo la presentazione e l’approvazione (da parte della Commissione Europea) del PNRR italiano?

È pensabile che Draghi molli tutto quando ancora non si è fatto niente o poco più di niente?

Chi le fa le riforme? Chi garantisce che il percorso virtuoso del Recovery Fund proceda sui binari stabiliti?

Allora chi va a fare il Presidente della Repubblica al posto suo?

E se SuperMario invece rimanesse al suo posto di PdC e in due anni impostasse come si deve tutto quell’immenso lavoro che richiederà uno sforzo davvero titanico, non è ipotizzabile che sia lui a farsi carico della guida politica futura di un pezzo di Paese che riconosce nelle riforme liberaldemocratiche il suo quadro ideale?

Non può essere lui che si mette alla testa di quelle forze politiche, sociali che si riconoscono nei valori della competenza, del merito, dell’equità fiscale, della solidarietà sociale, del rifiuto degli sprechi del denaro pubblico, della scuola rinnovata e riformata, della sanità pubblica come eccellenza, della libertà d’impresa, della concorrenza e così via sognando?

Sarebbe un coupe de theatre davvero destabilizzante per tutti quelli che invece la politica la riconoscono e la praticano come un ascensore economico più ancora che sociale, che la occupano per decidere nelle segrete stanze e che la riconoscono non come un mezzo ma come un fine.

Mario Draghi non sarebbe da solo in quest’avventura: cavalli di razza, che stanno una spanna sopra alla media, ce ne sono già oggi nella disponibilità della politica italiana e lo potrebbero affiancare, supportare, sostenere, aiutare in questa impresa.

Anche per non commettere l’errore di Monti che scelse la via di “Scelta civica” e si dimenticò di organizzarla come un partito e non come un movimento di opinione.

Un’impresa che più ancora di quella che gli è stata affidata da Mattarella lo metterebbe al centro dell’intero sistema Paese per tutti gli anni che servirebbero al Paese dei Guelfi e dei Ghibellini di ridarsi una prospettiva di convivenza civile e di crescita di lungo respiro.

E non solo per una gestione emergenziale.

Cosa costa sognare?

Veneziano, con i piedi nell’acqua, dalla nascita (1948). Già Amministratore Delegato di una Joint Venture italo-tedesca di accessori tessili con sede a Torino. Esperienze di pubblico amministratore nei lustri passati. Per lunghissimi anni presidente del Centro Universitario Sportivo di Venezia (CUS Venezia)