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Il riferimento alla Corea del Nord, fatto da Giorgia Meloni per commentare il consenso plebiscitario espresso nei due rami del Parlamento per il nuovo governo, fa pensare. Infatti in tutte quelle situazioni in cui sembra palesarsi un pensiero unico, un coro unanime, ci si interroga sul pluralismo, che sarebbe, secondo un certo ‘politicamente corretto’, il sale della democrazia. Una volta tanto un ‘politicamente corretto’ che di per sé non si può non condividere, è proprio ‘corretto’, al di là della fastidiosa retorica del ‘sale’. A ben vedere ovviamente la differenza tra Corea e Italia è abissale e la Meloni lo sa benissimo, anche se usa abilmente l’argomento. E nella logica della propaganda ci sta anche, suscita simpatia e si son viste strumentalizzazioni ben peggiori.

Va da sé che In Corea, e in giro per il mondo in tutte le situazioni similari dominate da satrapi e cacicchi che si sono autoproclamati leader, il consenso è imposto con la forza, mentre nel Parlamento italiano il consenso e la fiducia al governo Draghi è avvenuto attraverso una libera alzata di mano. E certifica che, in situazioni nelle quali ci sono condizioni di emergenza che riguardano tutta la comunità nazionale, il consenso che proviene da parte non della pancia ma del cervello della nazione è ampio e pienamente politico, nel senso dell’indirizzo politico che riesce a dare. Ma di una politica in questo caso una volta tanto ribaltata.

E’ infatti la cittadinanza attiva che ha mandato segnali ai partiti e direttamente ai parlamentari. “Che non si provi a non starci”, mandano a dire a Salvini gli imprenditori del nord, davanti ai suoi iniziali usuali traccheggiamenti da Capitan Fracassa. E altrettanto manda a dire a Zingaretti, di fronte al suo usuale equilibrismo, al contrario del primo sempre un pò fifone, la gran parte degli elettori del PD. Che fan capire chiaramente di considerare più completo  e garante questo governo del precedente. Anche a lui il residuo popolo del PD dice : “ che non si provi a non starci”. Solo tra gli elettori Cinque Stelle si verifica un certo disorientamento, ma una parte maggioritaria di quella base elettorale, attraverso le diavolerie delle piattaforme e dei clic, alla fine manda lo stesso segnale, pur tra le consuete convulsioni che agitano quel mondo.

Se qualcuno d’istinto ha voluto vedere nel governo Draghi un commissariamento della politica, dovrà allora fermarsi un attimo a riflettere da dove viene questo consenso, da quale accorata e severa richiesta dal basso. Un mandato che Draghi interpreta non come commissario, ma come chi si sente legittimato politicamente dalle componenti più dinamiche e pensanti della società. Vero è che sono i partiti e i loro apparati a trovarsi spaesati di fronte a questo esplicito ‘mandato’ sociale, loro si semmai commissariati, perché sempre più inadeguati nel rappresentare la coesione sociale, abituati ai distinguo, a marcare la loro identità di nulla, a procedere con i “mai con…”, con i “siamo alternativi a…”: i segnali evidenti provenienti dal tessuto sociale più vivo  li rimette nei ranghi, anche se ci vanno a denti stretti.

 E’ una svolta?

La gente ne ha veramente piene le palle dello scontro politico e vuole pacificazione?

Dipende.

Una parte del corpo sociale resta visceralmente antisistema per partito preso, scendesse a governare anche il Padreterno in persona, un antisistema trasversale che ormai va messo sempre nel conto perché è costitutivo antropologicamente di un certo tipo di gente anche ben oltre la politica. Gente che si incontra in una cena di amici, al bar, nello spogliatoio del tennis; ovunque si chiacchieri per qualsiasi argomento esprimono tutta la loro forza distruttiva e non solo nella politica. Anche se la politica è un campo d’azione perfetto per questi annientatori, che poi sono i veri soggetti dell’antipolitica. Il corpo sociale che ragiona, una maggioranza silenziosa che ora ha rotto il silenzio, al contrario esige pacificazione come condizione climatica per affrontare sfide difficilissime nelle quali è coinvolta direttamente. Ed è una richiesta pienamente politica a cui un nuovo governo altrettanto pienamente politico ha dato una risposta, per ora solo sulla carta, ma intanto l’ha data con l’ampiezza costituzionale richiesta.

E’ un governo ‘intelligente’ perché rappresenta questa ‘intelligenza’ che viene dalla società. Ripeto: richiesta dal basso, di cui s’è fatto portavoce primario l’unica figura bipartisan che dal basso è sempre stato tenuto in grande considerazione, il Presidente della Repubblica. Una prima azione di resilienza è stata compiuta, anche se è presto per dire che si sia trattata di una rivoluzione copernicana del rapporto tra politica, partiti e società civile. Perché evidentemente questa in cui ci troviamo è una condizione di emergenza visibile. Ma le ‘emergenze’, che sono cose decisive, che ‘emergono’ appunto, dovrebbero costituire la norma dei temi di cui la politica e le istituzioni si occupano, a tutte le scale, anche locali, lasciando da parte le quisquilie ‘non emergenti’ e sepolte. E si pensi solo alla situazione del territorio di Venezia, al centro di sfide decisive per il suo futuro in tutti gli ambiti. E se le emergenze sono la norma della politica, i governi di ampio consenso, di unità nazionale o cittadina che sia, dovrebbero essere anch’essi sempre la norma.

In tempi, come si dice, non sospetti (e chi ha voglia e tempo vada a vedere i miei scritti circa il governo Monti, otto anni or sono) ho cercato di far capire ai sordi che questo del consenso della totalità dell’arco costituzionale è lo schema di gioco perfetto per una politica che rappresenti l’intera comunità, a tutte le scale territoriali, se fosse possibile dal quartiere al pianeta.

Non è detto che il pluralismo, il confronto e persino lo scontro con questo schema largo vengano messi a tacere, perché esiste pur sempre il Parlamento, dove mi risulta qualsiasi legge e provvedimento dovrebbero andare prima o poi discusse e votate e di lì si deve sempre passare. Fa pensare anche quello che, per stemperare il proprio dissenso, è stato detto da chi non se l’è sentita di dare la fiducia a Mario Draghi: “valuteremo caso per caso”, una cosa tutt’altro che scontata e che però tradisce, per contrario, l’inconfessata ma consueta logica della dialettica maggioranza-opposizione in tempi non pacificati: si vota pro o contro non ‘caso per caso’, ma per partito preso, con maggioranze e minoranze blindate in anticipo. Mentre in un organo legislativo coerente alla sua natura il ‘caso per caso’ dovrebbe essere la norma. Se nel futuro immediato il Parlamento procederà tutto e sistematicamente ‘caso per caso’, il futuro della ‘democrazia’ non sarà così nebuloso come qualcuno lo vuole vedere con il nuovo assetto governativo, semmai più chiaro. E una prospettiva riformista è più garantita proprio per questo procedere libero da condizionamenti. Per tutti.

Valutare ‘caso per caso’ anche da parte di chi ha dato la fiducia non contraddice il fatto di averla data. L’atto di fiducia, di fronte a nomi di ministri e a punti programmatici, ci dice: per ora mi fido, poi vedremo all’atto pratico. Ed è l’atteggiamento che vorrei sposare anche come Luminosi Giorni nel valutare le azioni di questo governo, a cui nessuno, spero, abbia voluto consegnare con la fiducia un assegno in bianco. Né il fatto che i nuovi ministri siano competenti, e pare lo siano, può essere considerato di per sé un merito, ma solo una garanzia di partenza; a parte il fatto che i ministri che governano una comunità di sessanta milioni di abitanti competenti lo dovrebbero essere sempre. In questo governo anche ministri politici di lungo corso come Brunetta e Orlando, tanto per dire, un discreto pedigree di competenza nei settori in cui dovranno spendersi mi pare lo abbiano.

Certo personalmente non ho vissuto bene ‘climaticamente’ la fase che ci ha condotto a questo governo. E non ho controprove che si potessero usare altre leve per arrivarci che non fossero quelle di tenere sempre una pistola puntata alla tempia di chi, non solo per interesse ma anche in questo difficile momento per senso di responsabilità, non voleva andare ad elezioni; il mio giudizio sul governo precedente è ancora pieno di dubbi in tutti i sensi, anche sulla sua presunta inefficienza, visto che, per esempio, l’azione del ministro Gualtieri aveva ricevuto ampi consensi, con qualche buon risultato ottenuto in Europa. Per quanto mi riguarda il giudizio sul governo Conte lo misuro con le alte qualità di questo: quel governo Conte più che sbagliato per me era infatti, a differenza di questo, un governo parziale, che non rappresentava tutta la nazione e da tal punto di vista giusto o sbagliato che fosse, era sicuramente divisivo. E tanto basta: aveva cioè il limite di essere permanentemente fonte di guerra sociale e non di pacificazione politica e sociale. Vedo tuttavia che ciò che il Conte2 aveva proposto e realizzato non è stato buttato tutto al macero. D’altra parte, dopo tanto aver combattuto le forze politiche che sostenevano il governo precedente, il nostro Renzi dovrà pur ammettere che, per avere il consenso ampio di tutto l’arco costituzionale, ci son volute anche quelle. Che, rappresentano quasi la metà del parlamento e, se proprio si vuol stare ai sondaggi, ne rappresentano pur sempre oltre un terzo: le istanze che portavano allora e che, immagino, di riffa o di raffa, continueranno a portare non possono essere ignorate.

Se, con questo governo, saranno rose allora fioriranno. Ma se fioriranno qualcosa potrà realmente cambiare non solo per il governo nazionale, ma anche giù giù fino ai gironi più bassi dei territori locali.

Nella nostra Venezietta i partiti tra di loro l’un contro l’altro armati si trovano nella condizione di essere alleati e felicemente concordi e consenzienti a livello nazionale, un bello schiaffone alla loro infantile rissosità. Di fronte a questa lampante contraddizione, di fronte a questo cambio di paradigma non dovrebbero voltare la testa dall’altra parte, facendo finta di niente. I nostri fucsia e congrega, i nostri piddini e congrega, sono abituati solo alla politica politicata, alle azioni solo propagandistiche, di autopromozione per chi comanda in giunta e di stucchevole controcanto per chi fa opposizione solo di principio. Azioni mai credibili, per essere inficiate da posizioni solo di schieramento, in cui i contenuti sono regolarmente piegati all’uso partigiano. Se allora il governo Draghi, come non possiamo sapere ancora, segnerà una svolta attraverso un nuovo inedito sistema di gioco, la svolta riguarderà anche loro, i sedicenti politici di casa nostra e i loro residuali partiti. Purtroppo sono eletti con una legge elettorale che si basa sul principio bipolare, per me sbagliato, dell’alternanza, che non favorisce certo quell’unità nazionale che si sta sperimentando oggi in Italia. E che a livello locale potremmo chiamare unità cittadina, l’unica possibile rappresentanza politica della coesione sociale. Ma un ‘modus vivendi’ collaborativo e costruttivo lo dovranno prima o poi trovare anche sui banchi di Ca’ Farsetti e di via Palazzo. Come già detto lo impongono sfide altrettanto decisive per il futuro della città.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.