Il Buon Selvaggio Ambientalista

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C’è un mondo che ruota attorno al concetto di Ambiente che sembra essersi votato alla mitologia del buon selvaggio, dove il “ieri” era sempre bello, dolce e sereno, ordinato e buono, e il presente cattivo, sporco, disorganico, distruttivo, insomma decisamente brutto, non parliamo del futuro un Day After senza eroi a riscattarlo, un mondo di Zombie con pochi Faraoni, tanti Sgherri di frusta armati e un universo di anonimi sofferenti schiavi, una distesa di cemento senza fine che chiameranno civiltà.

Il Buon Selvaggio era una iena, un cannibale, con Dei che esigevano sacrifici umani, abitava in posti immondi, sporchi e malsani, viveva poco o nulla, e quello che viveva più a lungo era il più furbo, il più forte, e meno condivideva, più viveva e più prolificava.

Ma veniamo a noi al nostro quotidiano, al nostro territorio, la nostra splendida e amata Laguna divisa tra chi la difende con unghie e denti, ogni elemento considerato “naturale”, e chi la smembra, la usa, la scava e riscava, bisogna difendere l’ambiente naturale tuonano gli Sciamani del NO, “se non passano le navi no se magna”, rispondono quelli armati di draga e pala e di un consistente conto in banca.

Non hanno ragione i secondi ma nemmeno i primi, se c’è un ambiente “Innaturale” quello è la Laguna Veneziana, che in natura nel 2021 semplicemente non esisterebbe, artificiosamente la Serenissima del 500 decise di impedirne l’interramento, ma non certo per il bene pubblico, non certo per la difesa dell’ambiente, ma perché la laguna come era e dov’era, era l’ambiente ideale per i traffici mercantili, per la difesa dai nemici di terra e d’acqua, la laguna Veneziana si è salvata per un insieme di interessi privati che l’allora Serenissima Repubblica difendeva con Leone, Spada, e qualche volta con l libro, l’esistenza della Repubblica dipendeva dai Mercanti, dagli Armatori e questi avevano bisogno d’acqua, di Canali, di Forti, dell’ambiente in quanto tale non gliene poteva fregar de meno

Immagine che contiene testo, natura, costa

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Venezia Città è un meraviglioso insieme di abusi edilizi, dove chi poteva, erigeva pezzi di case improvvisate arrampicate le une sulle altre, o maestosi palazzi in onore e gloria della propria Casata, un’urbanistica dettata dalla convenienza e dal bisogno che ha creato del tutto casualmente un merletto di inarrivabile bellezza, un merletto rimasto vivo e procreativo, fino alla caduta della Repubblica.

Poi è arrivato il gelo, la cristallizzazione, si è deciso che la bellezza doveva essere una natura morta e che nulla poteva essere aggiunto e tanto meno mutato, ma è questo che fa grande una Città? Oppure una Città e quello che la circonda possono continuare a concepire e produrre utilità e possibilmente bellezza?

Gli artigiani di un tempo producevano oggetti che erano allo stesso tempo funzionali e belli, prendiamo la Forcola uno degli oggetti, uno degli strumenti di lavoro più efficienti e affascinanti prodotti dai Veneziani, anche la Forcola muta, incredibile ma vero, anche oggi si continuano a produrre Forcole, alcune copie conformi al passato, altre innovative, riproducono la stessa forma in nuove e spesso ardite sembianze, si adattano a chi voga, si cercano nuove curve, nuove interpretazioni, si abbassano, si allargano per creare leve più efficienti e redditizie.

Pensare di modificare canali, barene e velme adatte all’oggi è sacrilego o funzionale? Le navi si ingigantiscono e si trovano a non poter più interagire con l’ambiente lagunare, le isole sono sempre più isole, finiscono fuori da un tempo che esige collegamenti e velocità al passo con l’intero mondo, mantenerle come sono e dove sono, le preserva o le inaridisce? L’eterno dilemma del salvare capra e cavoli rimane ancora una volta irrisolto.

Molti rimpiangono la Venezia dei 170.000 abitanti, non certo quelli che abitavano i piani terra, non certo quelli che vivevano in ambienti piccoli e affollati, in tanti tuonano contro la Venezia turistica, con le calli sgionfe e i negozi di paccottiglia indecente, ma di che deve vivere la gente? A di Cultura, ma chi va a Palazzo Grassi è meno turista di chi si limita a guardare l’area Marciana, e acquista una orrenda gondola di plastica? El primo xe più inteligente el secondo xe un mona, bel concetto di eguaglianza e accoglienza, mettiamo checkpoint in stazione, piazzale Roma, aeroporto, dieci domande di cultura confezionate da Vittorio Sgarbi se non rispondi correttamente almeno a otto, torni indietro da dove sei venuto, oppure vai a Caorle o a Jesolo

Non si vuole una Città Museo, ma si venera una Città Morta, sterile, uscita dalla Storia, certo il contraltare altrettanto nefasto pretende di adattare Città e Laguna alla massa, ora sedata dal Virus ma che non aspetta altro che di essere vaccinata per piombare armi e bagagli per calli e campi e di sfrecciare veloce per i canali senza curarsi che l’onda si mangia tutto.

Gli argomenti di questi giorni sono la Certosa, il Montiron e il suo collegamento con Burano, il Parco del Marzenego, Punta San Giuliano, Canale Vittorio Emanuele, Marittima a Marghera, Porto Offshore, e dulci in fundo il Mose, con i contrari scornati dal fatto che malgrado truffe e tangenti, mannaggia la miseria, funziona.

 Ancora una volta si costruiscono trincee opposte, ci si accampa, si rinforzano le difese e si approntano le offese, sicuri di aver scelto la Bandiera benedetta, su una sventola la A di ambiente sull’altra la S de schei, ma l’ambiente può essere difeso senza investirvi della pecunia? E quanto rende un capitale se investito in un luogo che diventa poco ospitale, “na man lava l’altra” dice il detto, invece di trincee abbiamo bisogno di tavoli e di sedie, non certo di battaglie che fanno gloria solo ai generali.

Guardando e godendo della “mia” laguna in questi giorni, con colori incredibili, acqua tranquilla quasi limpida, senza barchini in gara di stupidità, senza carovane di mototopi a portar merci che nessuno ora compra, senza Taxi e Lancioni con turisti frettolosi, il cuore mi dice, fermiamoci qui, non l’ho mai vista così bella perfino i delfini vengono a vederla, ma poi mi chiedo di che vivremo, di pesca? Magari coltiviamo le ostriche sotto il ponte, la razionalità, il pragmatismo forse possono trovare le risposte, l’utopia promette solo sogni, e l’ingordigia si mangia anche gli ossi.

quale è la risposta giusta? come si costruisce il futuro? come si continua vivere e creare senza perorare un immobilismo bigotto  che non crei disturbo al buon selvaggio, l’uomo ha sempre risposto con la tecnologia, inventando, mutando, costruendo, non fossilizzando, l’ambientalismo deve dialogare con il progresso, non lo deve fermare, bisogna trovare un equilibrio dialettico, riconoscere che l’uomo non può non trasformare l’ambiente ma lo deve imparare a rispettare, altrimenti si fa la fine dei nativi americani, si finisce nelle riserve, magari si diventa gestori di Casinò che infondo è quello che hanno fatto i Veneziani, hanno rinunciato alla loro capacità di modificare e gestire il proprio ambiente, vivendo degli spiccioli che raccattano col gioco delle tre carte

Classe ’49, vicentino di nascita ma residente da molti anni a Mestre, è stato Consigliere di Municipalità di Mestre Carpenedo (PD) e Presidente e anima dell’Associazione UnaeUnica che si è battuta per combattere la divisione del Comune nel recente referendum. È responsabile della sede della Canottieri di Mestre e appassionato di voga.