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La scienza moderna ai suoi albori aveva arrecato un colpo devastante al genere umano. In un sol colpo, con Copernico, era riuscita a smantellare progressivamente quel narcisismo e quel delirio di onnipotenza che aveva sorretto l’uomo per secoli, gettandolo in un’angoscia senza scampo. Grazie al geocentrismo e all’antropocentrismo che poneva l’uomo al centro della terra e la terra al centro dell’universo, l’uomo era stato illuso dal sapere ecclesiastico di essere la misura di tutte le cose terrene e che la terra fosse al centro dell’universo. Così, la rivoluzione scientifica copernicana e poi galileiana è stata considerata la prima frustrazione dell’umanità, generando nella cultura del tempo un senso di smarrimento e nell’uomo quel senso di “gettatezza”, di eccentricità (fuori dal centro) emarginandolo ed esiliandolo in un angolo remoto dell’universo, facendolo sentire solo un granello di sabbia, un “vermuccio” su di una “trottolina che gira senza scopo”. «Maledetto sia Copernico (…) ha rovinato l’umanità, irrimediabilmente. Ormai noi tutti ci siamo a poco a poco adattati alla nuova concezione dell’infinita nostra piccolezza, a considerarci anzi men che niente nell’Universo» (Pirandello, Il fu Mattia Pascal)

Successivamente poi, la scienza, col progredire, con la sua idea di tendere ad una “indefinita perfettibilità” ha restituito all’uomo quel senso di onnipotenza dandogli nuovamente quell’illusione e quella centralità che prima il racconto biblico e la chiesa per secoli gli avevano assegnato. Da allora la scienza si è attribuita anche una superiorità, un potere assoluto e incontrastato sulla natura. Nel gioco tra scienza e natura, tra cultura e natura l’uomo aveva ripreso a credere che poteva diventarne padrone, suo creatore e distruttore.

La seconda frustrazione, invece,gliel’ha data Darwin che ha messo in discussione il fatto che l’uomo non era esattamente fatto ad immagine e somiglianza di Dio ma che addirittura proveniva dalle scimmie. L’evoluzionismo piccona definitivamente il creazionismo, riconducendo l‘uomo in quel regno animale rispetto al quale nella narrazione biblica aveva un posto privilegiato.

Tuttavia ancora resisteva l’immagine di un uomo che si distingueva dalle altre bestie in quanto depositario di quel logos che lo elevava rispetto agli altri esseri viventi, quel logos che faceva progredire la scienza, prendere coscienza delle proprie miserie ma che gli faceva anche elaborare teorie che avrebbero minato dalle fondamenta le sue certezze. Ecco, Freud con la scoperta dell’inconscio smonterà quell’ultima idea, l’uomo resterà disarmato e disarcionato dinanzi alla coscienza che “non è più padrone a casa propria” che gran parte della sfera psichica si svolge nell’inconscio su cui l’uomo non ha alcuna capacità di controllo. La scoperta dell’inconscio, pertanto, è stata la terza frustrazione dell’umanità.

Ed ecco che, nel bel mezzo del ventunesimo secolo, con un Occidente che ha fatto della lotta tra natura e cultura la propria cifra, con un uomo che ha ingaggiato un braccio di ferro con la natura grazie ad una scienza che ritenevamo fosse ormai capace di contrastare i capricci della natura, ci piomba addosso questo virus, questa entità infinitesimale che nemmeno la scienza più evoluta riesce a conoscere, comprendere, contenere e contrastare, tanto meno ad eliminare!

E ci è piombato addosso in maniera imperscrutabile, insondabile, generando una quarta frustrazione. L’intero pianeta è diventato il suo tempio, ogni cosa si è ritrovata sottoposta al suo dominio. E’ un’entità invisibile, quasi metafisica, sovrasensibile che ci sovrasta, su cui sembra che non abbiamo alcun potere! Pare che lui abbia una vita autonoma e che ci trascenda! Pur nella sua immanenza ha un potere trascendente, alla cui volontà l’umanità intera supinamente si è assoggettata! In pochi mesi é riuscito a devastarci, ad azzerare decenni di conquiste sul piano delle libertà, dei diritti, della crescita economica. Affermando la sua onnipotenza, ci ha dimostrato la nostra finitezza, la piccolezza della condizione umana, l’inessenzialità del genere umano nell’economia della terra e del cosmo, l’essenza infinitesimale dell’uomo, talmente piccolo che quest’entità (il virus) ben più infinitesimale di lui lo ha schiacciato, ha paralizzato miliardi di esseri umani e potrebbe farli sparire senza che la terra ne risentisse.

E’ nell’intera opera di Leopardi che l’essere umano è descritto come ontologicamente inessenziale nell’economia della natura, della terra, del cosmo. Basti pensare al Dialogo del folletto e uno gnomo per cogliere la sua denuncia contro l’antropocentrismo degli uomini che ritenevano che tutto fosse stato creato finalisticamente per loro. Con la sua capacità di demistificazione ci racconta come tutto sulla terra continua a vivere anche dopo che l’intero genere umano è sparito dalla terra: il sole continua a splendere, i fiumi a scorrere, le stelle a brillare anche dopo la scomparsa dell’uomo, e la natura, “madre di parto e di voler matrigna” è del tutto indifferente alle sorti delle “umane genti”. Ma l’uomo non vuole credere di “non sapere nulla, né di non essere nulla, né di non avere nulla a sperare”. Infatti, in molte sue opere aveva denunciato “il secol superbo e sciocco”, quel “secolo decimonono” che aveva propinato agli uomini quella fiducia nella scienza, quelle “magnifiche sorti e progressive”, che però si erano rivelate decisamente illusorie e delusorie alla luce della finitezza e precarietà ontologica dell’uomo. Ed è proprio il senso di precarietà e di imprevedibilità che connota anche questo nostro tempo.

E noi che pensavamo di avere tutto sotto controllo!

E in questo stato di sospensione dal quale non si sa quando usciremo, viviamo in un eterno presente dove non esiste alcuno spazio per progettare alcun futuro. E’ lui, il virus, che detta legge e i tempi e i modi! Come ogni cosa in Natura, dai terremoti, agli tsunami, alle eruzioni! E la Natura ne esce sempre trionfante perché possente e onnipotente! Non matrigna ma indifferente. Lei fa il suo corso!

E la scienza annaspa, è nullificata e svela la sua inadeguatezza!

E’ anche vero, però, che stiamo vivendo un tempo di crisi da tutti i punti di vista sanitario, economico, sociale. Ma ricordiamoci che sul piano etimologico crisis dal lat. crisis, gr. κρίσις significa “scelta, decisione” (Treccani). Se è certamente un punto di arrivo dovremo, soprattutto, considerarlo un nuovo punto di partenza per nuove opportunità. Vediamo, quindi, come la crisi altro non è che un momento di scelta, di decisione forte. E se pensiamo che ogni crisi è una cesura tra ciò che è stato e ciò che sarà e potrà essere, tra la fine e un nuovo inizio, il superamento dell’oggi e la proiezione verso l’oltre, possiamo anche immaginare che possa anche essere un’occasione per una rinascita e per reinventarci.

E, sempre per citare Leopardi, bisogna guardare in faccia a quella “filosofia dolorosa ma vera”, rifiutare gli inganni e le illusioni di cui gli uomini hanno bisogno perchè alla fine dobbiamo essere consapevoli che “La grandezza dell’uomo sta nell’avere coscienza della propria miseria!” (Pico della Mirandola).

Docente di lettere presso il Liceo L. Stefanini di Mestre per una vita, da un anno in pensione, attualmente docente presso l’Università del tempo libero, si diletta nella produzione di video letture, video lezioni , articoli e attività di volontariato nell’ambito dell’accoglienza ad immigrati.