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Dante, un uomo moderno venuto dal Medioevo o un uomo del Medioevo straordinariamente moderno?

Un intellettuale del tutto “inattuale” (nell’accezione nietzschiana) è Dante, in quanto ha assunto posizioni spesso divergenti o poco conformiste rispetto ai suoi tempi e si pone tra coloro che “enunciano tesi contrastanti con i valori dominanti e operano per costruire un nuovo futuro”. E’, quindi, un eretico per il suo tempo e un uomo “sovrastorico” perchè produce un’arte che guarda all’eterno. Infatti, da un lato smaschera i mali del suo tempo dall’altro demistifica l’uomo tout court con una vis polemica senza uguali.

E’ certamente indubbio il carattere universale della sua opera in quanto la sua commedia è la rappresentazione della commedia umana, della condizione esistenziale. Scandaglia l’interiorità dell’individuo in tutti i suoi aspetti, con i vizi e le virtù, il bene e il male, le sue debolezze, le sue altezze; sviscera l’animo umano in tutti i suoi anditi più reconditi, capace delle peggiori nefandezze ma anche delle migliori capacità di elevazione spirituale: l’uomo che precipita verso il basso del peccato e della perdizione ma che sa anche raggiungere le vette paradisiache giungendo alla visione di Dio. E scorrono davanti ai nostri occhi i grandi temi, i grandi sentimenti oltre che i grandi valori universali: dalla libertà al valore del sapere e della conoscenza, all’importanza della partecipazione politica, alla giustizia, alla fede, all’amor di patria, al valore dell’amicizia e, sopra ogni cosa, all’amore in ogni sua declinazione.

Ma ha anche carattere di attualità in quanto la sua ideologia, le sue posizioni, che sono certamente espressione del mondo medioevale, sono al tempo stesso decisamente anticipatorie di molte posizioni dell’umanesimo e precorrono i tempi moderni. Crea topoi, alcuni personaggi sono diventati iconici, dipinge iconografie ineludibili, modellizza, inventa neologismi, senza i quali in molti casi non avremmo “le parole per dire”, diventa filtro per raccontare anche il presente.

Levi in un momento topico ad Auschwitz recita il Canto di Ulisse come metafora  della letteratura che salva la vita nell’inferno del lager. Peter Weiss, nella Conversazione su Dante, si pone il problema dell’indicibilità e dell’insufficienza della lingua a raccontarne gli orrori ed equipara l’inferno dantesco all’inferno di Auschwitz ma invertendo il rapporto tra colpa e pena in quanto nell’inferno di Auschwitz le pene le scontano gli innocenti, non i peccatori. Ma a differenza di Dante la sua è una visione nichilista che non intravede salvezza.

Riferimento imprescindibile per tutta la letteratura internazionale di tutti i tempi, anche per il nostro che apparentemente sembra così lontano dal suo.

Potremmo certamente considerare il suo pensiero pervaso da una sorta di pessimismo antropologico che però non gli impedisce di immaginare una via per la salvezza. Direi che si può parlare da un lato di pessimismo dell’intelligenza in quanto il suo viaggio inizia dalla presa di coscienza di una condizione di perdizione degli uomini che hanno perso la diritta via e che quindi, pervasi dal male e dal peccato, vengono precipitati nell’Inferno. Dall’altra, però, c’è l’ottimismo della volontà, infatti il tono profetico che permea tutto l’itinerarium mentis in Deum consente di farci intravedere il mondo ultraterreno attraverso il percorso di liberazione dal male per giungere al Paradiso, con l’approdo alla salvezza eterna.

Questo modello è evidente anche nella Monarchia in cui considera uno dei peggiori mali dell’umanità la cupidigia, che oggi chiameremmo egoismo. Ma partendo da quest’immagine pessimistica dell’umanità macchiata da questa cupidigia riesce ad intravedere una soluzione nel potere imperiale che avrebbe dovuto garantire il controllo della cupidigia umana e tutelare il benessere sulla terra. Ben 3 secoli prima di Hobbes che assegnava allo stato civile, al Leviatano, al potere politico la funzione di garantire pace e sicurezza tra gli uomini, superando quello stato di natura in cui erano in preda a quell’egoismo che si estrinsecava nell’homo homini lupus, in una guerra comune di tutti contro tutti.

In una prospettiva platonica considera, inoltre, l’uomo fatto di anima e corpo. Ma il medioevo privilegiava l’anima e, attraverso l’esaltazione della vita contemplativa e dell’atteggiamento ascetico, assegnava primato alla vita spirituale in una prospettiva trascendente, svalutando la vita terrena in quanto dava priorità alla vita eterna dell’anima. Dante, invece, assegna lo stesso valore all’anima e al corpo, attribuisce alla duplice natura dell’uomo anche una duplice finalità che punta ad una duplice felicità, quella dell’anima che però non esclude affatto quella del corpo. La felicità terrena è vista come ineludibile e necessaria ma al tempo stesso prefigura e anticipa quella eterna, al raggiungimento delle quali sono preposti rispettivamente il potere temporale dell’imperatore e il potere spirituale del pontefice. Questo concetto, che sarà riassunto nella teoria dei due soli, sconvolge il paradigma della superiorità del potere spirituale su quello temporale, collocando Dante certamente al di fuori dalle diatribe medioevali e come anticipatore dell’umanesimo. E vorrei anche spingermi ad affermare che può leggersi come un’anticipazione della nostra odierna teoria della separazione tra Stato e Chiesa in quanto depositari di fini, compiti e ambiti diversi. A ciò si aggiunga anche che ritiene che il Potere, sia esso Temporale che Spirituale, abbia come finalità precipua la felicità degli uomini, 400 anni prima delle idee illuministe e della Dichiarazione d’Indipendenza americana che assume come principio fondante la felicità umana e deve garantire le condizioni per realizzarla.

Se il discorso sul Potere è centrale, fondamentale si pone la questione della politica del suo tempo. E’ noto come il sesto canto di tutte e tre le cantiche sono canti politici per eccellenza in cui denuncia, con una vis polemica senza precedenti, le condizioni in cui versavano i comuni e l’Italia intera a causa di un potere politico latitante (l’Imperatore) e di un potere ecclesiastico corrotto oltre che dal conflitto tra i due poteri. E si pone come critico severo e fustigatore dei costumi e del malcostume. Ovviamente è rabbioso a causa del suo esilio ma soprattutto è consapevole della crisi che attraversa l’Italia intera in preda a conflitti intracomunali tra le fazioni, di cui rimase vittima (e ora in te non stanno senza guerra li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode di quei ch’un muro e una fossa serra.) e intercomunali, tra i vari comuni, lasciati a briglia sciolta e senza freno “guarda come esta fiera è fatta fella per non esser corretta da li sproni”.

E quante volte per descrivere la nostra società ed esprimere la nostra indignazione per la politica odierna abbiamo citato i suoi versi….”Ahi serva Italia, di dolore ostello nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province ma bordello!”….sembrano scritti ieri per descrivere il nostro oggi, come se nulla in questi 700 anni sia cambiato! O per dipingere la precarietà e l’instabilità politica dei governi italiani, che sembra atavica, ci vengono in mente queste parole: “verso di te, che fai tanto sottili provedimenti, ch’a mezzo novembre non giugne quel che tu d’ottobre fili.” E ancora, inorridisce al pensiero che “ogni villan che parteggiando viene” diventa un “Marcel”, un capopopolo: è come se tuonasse contro la mediocrità e la villania della nostra classe politica attuale!Mali endemici e incancreniti!

Ha contribuito, inoltre, a “creare l’identità italiana” (A.Cazzullo) a partire dalla lingua, ha auspicato la creazione di un mondo di pace e di giustizia e ci ha insegnato che bisogna combattere per la nostra libertà ed indipendenza. Come dice Virgilio a Catone: “Libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta”.

Profondamente cattolico, fa propri tutti i dogmi della Chiesa nessuno escluso, dalla Trinità alla verginità di Maria, il valore delle preghiere, tutta l’iconografia del mondo ecclesiastico e i regni dell’oltretomba tra i quali il Purgatorio, che era stato da poco introdotto e definito dal concilio di Lione del 1274. E il suo amore per Dio è inversamente proporzionale all’indignazione che prova per la sete di potere e di denaro delle gerarchie ecclesiastiche e ha parole davvero feroci nei confronti del Potere temporale della Chiesa, “là dove Cristo tutto dì si merca”. Indignato contro i papi corrotti e simoniaci, nel canto XIX dell’Inferno assegna loro delle pene severissime sprofondandoli a testa in giù con i piedi che scalciano e con le piante dei piedi con fiammelle accese e soprattutto contro quel Bonifacio VIII che riteneva il responsabile del suo esilio. Un coraggio straordinario, decisamente fuori dal coro e con un atteggiamento di resistenza allo squallore e alle meschinità, in un contesto in cui la Chiesa versava sì in una situazione di crisi ma era pur sempre il potere dominante. Ma soprattutto è profondamente cristiano, ama sinceramente figure come Francesco d’Assisi che credevano nella povertà della chiesa e nel ritorno al messaggio evangelico, auspicando quindi una Chiesa autenticamente cristiana e basata sulla povertà e sui valori di giustizia e fratellanza. Quella che ci fa intravedere oggi Papa Francesco.

La sua inattualità e la modernità del suo pensiero si manifestano anche relativamente al ruolo e alla funzione della donna, posta al centro del suo universo e in cima a quel percorso che lo porta fino a Dio. Se nella Vita nova la sua Beatrice era oggetto di contemplazione estatica, veicolo di elevazione spirituale verso Dio, conclude l’opera sostenendo “mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei.  Io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna.  Così nella Divina commedia Beatrice assume un ruolo del tutto diverso, diventa soggetto attivo. Sarà colei che guiderà il Dante personaggio verso l’Empireo riconducendolo verso la diritta via, assumendo, quindi, una funzione salvifica di guida verso la conoscenza, di insegnamento, di maestra di verità, incarnazione della rivelazione divina. La cosa straordinaria è che sarà lei che, sostituendosi a Virgilio (“anima fia a ciò più di me degna”) come guida severa oltre che materna, gli consentirà l’ascesa al Paradiso e lo guiderà per tutto il terzo regno. E’ grazie a lei e al suo sguardo che in lui avverrà quel processo di trasumanazione che gli consentirà di infrangere le leggi della gravità e di ascendere al Paradiso. Ma, in un momento di forza interiore e spirituale straordinaria, si pone in sintonia empatica, entra in una sorta di con-fusione con lei, si com-penetra profondamente nel suo spirito, affonda nella sua coscienza, nel suo sentimento. E quando usa quello straordinario neologismo: “S’io m’intuassi, come tu t’immii” credo che raggiunga l’apice dell’amore sublime inteso, ancora oggi, come capacità di comprensione e di compenetrazione che gli consente di camminarle a fianco ed entrare in connessione spirituale con l’altra/o.

Non c’è nulla, quindi, che lui non abbia già detto o su cui non ci abbia invitato a riflettere! E ciò che Virgilio è stato per lui, lui lo è stato per tutta la nostra cultura! “Fonte che spande di parlar sì largo fiume”… “sei lo mio maestro e il mio autore”;

Ed è eterno il suo monito volto all’umanità intera e di tutti i tempi: “fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

Inattuale per il suo tempo, attuale in ogni tempo.

Docente di lettere presso il Liceo L. Stefanini di Mestre per una vita, da un anno in pensione, attualmente docente presso l’Università del tempo libero, si diletta nella produzione di video letture, video lezioni , articoli e attività di volontariato nell’ambito dell’accoglienza ad immigrati.