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Una monumentale storia della Seconda Guerra Mondiale scritta da un grande giornalista, storico-divulgatore francese, Raymond Cartier, dopo quasi mille pagine di carneficine terrificanti narrate con la freddezza analitica delle cifre e dei calcoli di spietatezza, si conclude con queste parole: “ E’ un omaggio alla vitalità e alla plasticità della specie umana che questa formidabile prova (la guerra mondiale n.d.r.) abbia interrotto solo per pochi anni la marcia dell’umanità verso il progresso”. Questa frase era stata scritta, formulata da Cartier alla fine della sua opera, quasi a esorcizzare il suo crudo racconto, solo vent’anni dopo la fine di quell’evento tragico e quindi quando poteva già avere dei riscontri tangibili sulla sua veridicità, per quanto forse frase velata di un ottimismo persino eccessivo e in qualche modo ostentato e voluto.

E l’umanità nel suo complesso, a distanza di quei vent’anni trascorsi, dopo aver velocemente ripreso il suo cammino di avanzamento delle sue condizioni, si trovava in una fase di grande ulteriore sviluppo pur tra gigantesche contraddizioni e persino regressioni. Sviluppo, progresso sono infatti parole gravide di luci ed ombre, tutte da interpretare e saper leggere per il verso giusto, qualcosa su cui andare molto cauti, anche se, lette nell’arco della storia universale, qualcosa di pur vero dicono. E in effetti la frase di Cartier esprime una sua verità, che, a distanza di settantasei anni dalla fine della guerra, con la dovuta cautela può essere ancora confermata, in una condizione generale dell’umanità forse anche complessivamente migliore rispetto al tempo in cui la frase era stata formulata e scritta.

Sarebbe troppo facile a questo punto essere altrettanto ottimisti nell’osservare la resilienza post bellica, durata quasi un ininterrotto ottantennio, prevedendone un’altra che tutti ci aspettiamo e comunque ci auguriamo alla fine di un evento grave, ma indiscutibilmente meno tragico – spero di non essere equivocato – come la pandemia ancora in corso. Questo sarebbe anche possibile, ma non è il punto che m’interessa principalmente in questo caso, anche se qualcosa ci dice.

Sono nato pochi anni dopo la fine di quella catastrofe bellica e ciò che mi ha sempre colpito riflettendo su quell’evento è il doppio binario del rapporto tra politica e storia, quanto incide o non incide la politica sulla storia e di come ci sia a intermittenza un’autonomia tra di loro, forse salutare e forse preoccupante, anche se osservando le diverse situazioni sembra prevalere l’autonomia. La guerra da sempre è un’espressione della politica, interna se la guerra è civile, estera se tra stati; non una forzatura eccezionale la guerra, ma proprio a volte sbocco ‘normale’ della politica in tutti i sensi, piaccia o no. E quindi non c’è dubbio che la politica di duci e dittatori aveva inciso ed era stata determinante nel trascinare il mondo nel baratro della guerra, così come il consenso o l’acquiescenza sociale delle masse dei loro paesi che li avevano sostenuti, un elemento chiave della politica, a prescindere o meno dagli assetti democratici. In questo caso la politica ha drammaticamente prevalso.

Ma al contrario la politica di due democrazie incomplete e deboli nulla aveva potuto, probabilmente per i loro limiti, in Italia e in Germania al momento della conquista del potere di fascismo e nazismo non troppi anni prima, lasciando briglia sciolta all’aggressiva mobilitazione sociale che li aveva sorretti. Ed ancora come esempio di relativa autonomia, quantomeno in Italia, nonostante l’indirizzo politico filo atlantico di Alcide De Gasperi, ecco dopo la seconda guerra l’immediata e comprensibile voglia di vivere ad esplodere per conto suo e a spingere alla ripartenza dell’economia facendola riprendere a grandi passi. Sulla scia dell’entusiasmo sociale, più che essere politicamente diretta. Autonoma dalla politica la  vigorosa ripresa economica post bellica anche sull’onda lunga, che in Italia giunge fino a quei sessanta in cui Cartier aveva scritto: il boom economico italico tra il ’58 e il ’63 avveniva in una fase di una politica italiana a egemonia democristiana in cui deboli e raffazzonati governicchi di ogni tipo cadevano e si facevano in omaggio a una politica politicata la cui causa principale era il correntismo esasperato proprio del partito maggioritario, in grado di orientare anche le schermaglie degli altri partiti. La realtà socio economica italiana in quel caso se n’era infischiata di una politica di prevalente basso profilo e aveva fatto tutto per conto suo. Anche una ventata di libertarismo modernizzante, il primo di un periodo lungo di questo segno, andava per proprio conto in quel quinquennio, semmai vanamente frenato dal conservatorismo cattolico, ma sul piano culturale più che politico e comunque appunto ‘vanamente frenato’. Si può certo sostenere che una politica inadeguata in quell’inebriante periodo e perennemente litigiosa tra orientamenti diversi ha poi marchiato tutti i limiti e i guasti e le contraddizioni di quel boom, di cui ci si è accorti troppo tardi. L’eterna transizione italiana è lì a dimostrarcelo. E non c’è dubbio che se in certi tempi la società ha una sua dinamica indipendente, l’insufficienza della politica si palesa negli indirizzi contraddittori e negli sbocchi negativi e dannosi che alla lunga la società prende anche a partire dai suoi periodi positivi.

Venendo allora all’oggi in Italia, ecco il governo Draghi. La soddisfazione che ha preso molti, me compreso, per questa novità e per una formula di consenso inedita, necessaria per guidare l’emergenza, deve accompagnarsi a fondati timori che anche questa prestigiosa direzione politica possa venir risucchiata nel vortice delle contraddizioni sociali italiane, autonome dalla politica non solo nel bene, ma, come si sa, anche nel male. Forse Draghi potrebbe riuscire a richiamare all’ordine la politica e la partitocrazia sempre alla ricerca di distinguo e di identità e a convincerla a riconoscersi in una missione istituzionale superiore; ma c’è anche il timore che nulla egli possa di fronte alle contraddizioni sociali italiane, geo sociali – divario nord sud in primis –, di fronte a istituzioni frenate da enormi ritardi organizzativi e perennemente inefficienti. A farla breve quel che c’è da temere è che questa figura, il cui prestigio si è consolidato peraltro in un settore, quello finanziario, in grado di dettare l’agenda alla politica europea e di non farsela dettare, ancora una volta quindi in una relativa autonomia dalla politica, venga bruciata nel pantano italico.

Ovvio che nell’accettare l’incarico da Mattarella questi rischi Draghi li deve aver valutati e ponderati e non solo nei trenta minuti che hanno separato la rinuncia del predecessore dalla sua accettazione. La scelta su di lui evidentemente era stata preparata per tempo. Se alla fine ha scelto di accettare di condurre uno stato e una società che ritiene di conoscere in tutte le sue pieghe, questo può indurre a un cauto ottimismo, ma saranno i fatti a dircelo. In Italia le dinamiche socio economiche hanno sviluppi a volte imprevedibili nel male e nel bene e sfuggono ad una stretta razionalità.

Vero è che le dinamiche nazionali non possono più  rimanere estranee ad un contesto che supera quegli stretti confini politici che ci siamo dati ormai oltre centocinquant’anni fa. E il contesto generale si muove anch’esso con dinamiche imprevedibili, anche se alla fine sembra sempre prevalere quella “vitalità e plasticità della specie umana” che Cartier ha posto a conclusione del suo ponderoso saggio.  Ed è ben vero che tutti i dati a nostra disposizione confermano che nel suo complesso questa specie umana si è creata condizioni di vita che, confrontate con il passato, segnano un bilancio col segno più in tutti gli ambiti, non solo nei paesi cosiddetti avanzati, non solo in quelli in via di sviluppo, ma anche persino nella fascia più in ritardo in assoluto, in quella che ad un certo punto è stata definita ‘quarto mondo’.

C’è chi attribuisce questi risultati alla globalizzazione economica, ma anche in questo caso non è facile capire se l’avanzamento complessivo sia dipeso dall’economia globale o malgrado l’economia globale, attraverso dinamiche sociali autonome anche dall’economia stessa, oltre che dalla politica, per quella ‘vitalità della specie’ che alla fine prevale di per sè. Sarebbe il caso tuttavia di concentrarsi sui pesanti costi della globalizzazione, in grado di zavorrare quei benefici, ammesso e non concesso che da essa dipendano, e di determinare avanzamenti ancora troppo lenti: disuguaglianze sociali crescenti, interne agli stati e degli stati tra di loro, e pesante aggravamento delle condizioni ambientali del pianeta con le conseguenze che ben conosciamo. Difficilmente e per la prima volta le dinamiche socio economiche generali lasciate a se stesse, pur supportate da scienza e tecnologia, su questi due terreni decisivi potranno essere in grado di svoltare positivamente; e per la prima volta la politica, e le istituzioni che ad essa afferiscono, dovranno essere decisive nell’influire sullo svolgersi della storia come mai è accaduto nel passato. Sono due terreni di sfida che la mia generazione forse non farà a tempo e vedere vincenti, ma che può aiutare a determinare per quelle future sostenendo fin da ora indirizzi politici di alto livello. E anche nella piccola Italia forse (forse) un mattoncino in questo senso è possibile averlo posto con la svolta istituzionale di fine inverno 2021. Se svolta sarà stata. Chi vivrà vedrà.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.