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L’infinito amore che i veneziani nutrono per la loro città si manifesta in mille modi, tra cui il gioco di riconoscere i luoghi di Venezia da una fotografia.

Capita con i gruppi facebook, con i film o le foto dei giornali. È una soddisfazione scovare non tanto Piazza San Marco o Santo Stefano, ma il nome della fondamenta intorno alla Salute, o quel campo a Castello in cui c’era una volta un negozio ormai chiuso da anni.

Questo gioco si rivela molto più difficile con il libro di Giorgio Crovato, Franco Mancuso e Franco Vianello Moro “Venezia nei campielli” (Supernova, 132 pp., 29 Euro), ma è proprio questo che ne rivela l’intrinseco pregio.

Si tratta infatti di una monumentale opera fotografica in cui, davvero per la prima volta, vengono ritratti tutti i campielli veneziani e al tempo stesso ci si accorge della loro esistenza ricchissima e nascosta, scoprendo in fondo di non conoscerli e non riconoscerli, talvolta nemmeno quelli più vicini a casa.

È utile allora partire, soprattutto per i non veneziani ma non solo, da una nomenclatura, per quanto relativa

Tolta l’unica Piazza San Marco e il novecentesco Piazzale Roma, a Venezia i luoghi più grandi sono i campi, anche se ormai privi dell’erba che in passato li ricopriva. I campi si caratterizzano quasi sempre per la presenza di una chiesa (le poche eccezioni sono, per esempio, campo Nazario Sauro, già Tedeschi, o campo Manin dove però c’era San Paternian, o campo De le Gate).

I campielli sono invece semplicemente più piccoli, hanno spesso il pozzo ma quasi mai la chiesa. Diversamente dalle corti, ancor più piccole, solitamente i campielli sono di passaggio, con un accesso e un’uscita.

Scriveva Goldoni, prima della sua Commedia omonima, che “Campiello dunque è il diminutivo di Campo, che vale a dire è una Piazzetta, di quelle che per lo più sono attorniate da case povere e piene di gente bassa. Usasi nell’estate in queste piazzette un certo gioco che chiamasi il Lotto della Venturina”, e da qui comincia il testo, con tutti alle finestre a vedere svolgersi questo lotto, in cui si estraevano delle palle di legno da un sacco.

Ormai lontani dal fasto goldoniano che faceva del campiello la cellula della comunità urbana sovraffollata, con le sedie fuori la sera, i fidanzamenti tra dirimpettai e il pozzo dove rifornirsi, i campielli sono però ancora centrali nello stare a Venezia, come muscoli sotto la pelle dei luoghi più noti.

Vianello Moro mostra infatti una Venezia di scale, trifore, campanelli e pietra d’Istria, foglie e decorazioni, fontane e capitelli, ma soprattutto di tante case, poche osterie e pochi negozi. Una Venezia che è sempre Venezia, che non potrebbe che essere Venezia, ma che ha qualcosa di diverso dalla Venezia che si vede sempre, perché è una parte di città fuori dallo straniante flusso quotidiano, in qualche modo ancora salva, intatta.

Se ogni veneziano è stato verosimilmente in tutti i campi della città, Vianello Moro è probabilmente il primo a essere stato davvero in tutti i campielli, con una caccia che è durata più di un anno, cominciata prima del lockdown e che durante il lockdown ha trovato, forse, ancora più ispirazione e significato.

Al di là di qualche tragitto noto, così, per ciascuno di noi ogni campiello è sempre una scoperta; in un campiello si può essere finiti per suonare un amico o riparare un amore, per una sigaretta o un bacio, una curiosità o un caso, durante una passeggiata senza fretta, o alla ricerca di una meta difficile da trovare.

Questa componente quasi avventurosa, insieme misteriosa e intima, è evidente dalle fotografie di Vianello Moro.

Grande è la varietà dei campielli. Quelli dal maggior pregio artistico, dai Miracoli a San Giovanni Evangelista. Quelli più belli, come il Campiello del Remer in copertina del volume. Quelli più moderni, con “Le case Nove”, a testimonianza dell’edilizia più recente. E poi il numero dei mestieri, dal pestrin (lattaio) al pignater (venditore di pentole), dal forner al marangon (falegname), dalle muneghe al piovan (parroco). E poi i colori del Campiello de la Cason a Cannaregio, il Campiello San Tomà (che molti considerano un campo), e quello intitolato al basegò (basilico) o ai meloni, il bellissimo Barbaro, con l’aiuola e la fontana, dopo la Guggenheim.

Molti sono dedicati a famiglie (Briani, Orsetti, Cappello), pochi a singole persone (Selvatico) nella sobria tradizione veneziana, perlomeno fino alla fine della Serenissima, di non dare mai lustro agli individui, ma solo ai santi, ai mestieri e tutt’al più a un casato.

Il libro, che si apre con un intervento di Giampaolo Scarante, presidente dell’Ateneo Veneto che ha ospitato la mostra fotografica (che segnala che i campielli sono “luoghi dove meglio si contempla la struggente bellezza di Venezia”), ospita una breve presentazione di Vianello Moro ed è poi impreziosito da due interventi, che insieme collocano i campielli nella storia e nella geografia urbana.

Il primo in ordine di lettura è di Giorgio Crovato (“Il linguaggio della toponomastica”) che racconta la storia della toponomastica veneziana anche con dati e curiosità, come per esempio che il nome dei luoghi era affidato alla tradizione orale fino all’Ottocento, quando comparirono prima i nizioleti (i.e. le targhe di denominazione sui muri veneziani, i “piccoli lenzuoli”) tra il 1808 e il 1814, e poi i numeri civici per Sestiere dal 1841.

Il secondo è di Franco Mancuso (“L’identità degli spazi pubblici minori”), che spiega forme e funzioni dei campielli con un interessante corredo iconografico e poi sottolinea che i campielli “hanno risentito, più ancora dei campi, delle trasformazioni urbanistiche e funzionali avvenute a Venezia negli ultimi centocinquant’anni; in particolare, da quando la percorribilità urbana è stata rivoluzionata (e gerarchizzata) in seguito alla realizzazione dei collegamenti con la terraferma”.

Le centinaia di foto di Vianello Moro, dunque, raccontano una Venezia che, pur nella sua affascinante continuità storica, continua impercettibilmente a evolversi e cambiare.

L’esperienza di leggere questo libro ha dunque prima di tutto un pregio documentario e artistico, anche per la tecnica con la quale Vianello Moro riesce a fotografare tutti i campielli, operazione nient’affatto scontata; “Venezia nei Campielli” è uno di quei libri che entrano nella ricca biblioteca veneziana che ha il suo apice nel Lorenzetti e nel Tassini, ma poi si completa con decine di altri libri a modo loro unici. Monografie fotografiche sui campielli, per dire, non ce ne sono altre.

Il libro, quindi, non è certo solo un feticcio per i veneziani, ma è dedicato a tutti quelli che vogliono conoscere questa città e farsela un po’ propria.

Anche perché la lettura, ancor meglio la visione di “Venezia nei Campielli”, è forse più di tutto un’esperienza emotiva, in cui si riscopre la profondità di Venezia, la sua vitalità, le sue equilibrate grandezze che ne fanno ancora una città della misura degli uomini. 

VENEZIA NEI CAMPIELLI, Giorgio Crovato, Franco Mancuso, Franco Vianello Moro SUPERNOVA

Veneziano di Santa Croce, fronte ovest di città storica, è avvocato e scrittore. Il suo ultimo libro è “ Il libraio di Venezia” (Feltrinelli, 2020).