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Queste elezioni ci consegnano uno scenario politico profondamente diviso e complesso (basti pensare al dato sull’astensione) che si sta delineando sempre di più in un nuovo bipolarismo di coalizione. Da una parte una destra sempre più a trazione Fratelli d’Italia alle prese con le liti per la leadership di coalizione e per i malumori interni alla Lega (oltre che dai recenti scandali giornalistici). Dall’altra parte un centrosinistra allargato anche al Movimento 5 stelle che in queste elezioni, nei comuni dove era alleato al PD, ne ha rappresentato il gregario. Al centro, per ora, poco o nulla. Unica eccezione a questo schema Calenda e la sua lista a Roma. Ma attenzione: come ha detto Calenda stesso, lui ha raccolto parte del voto sia di destra sia di sinistra. Tutto questo facendo una intensa campagna elettorale personale, ben finanziata e durata praticamente un anno. È uno schema politicamente sostenibile? Le elezioni nazionali non sono le elezioni di Roma, fare una campagna elettorale nazionale non è fare una campagna elettorale a Roma.

Lo spunto più interessante di queste elezioni, come accennato, si coglie nei comuni più importanti dove abbiamo assistito ad un ritorno del bipolarismo di coalizione: centrodestra contro centrosinistra. Se da una parte, a destra, il tema della coalizione non è nuovo, a sinistra invece è rilevante: Letta si è persino spinto a proporsi come federatore di nuovo centrosinistra allargato. Dichiarazione post-voto, si dirà, ma ai più attenti non sarà sfuggito che nell’era della politica liquida e degli schieramenti dettati da motivi di opportunismo, il dato della realtà arriva durante le elezioni. Qui il punto non è se occorra o meno proporre questo campo allargato, che a parere di chi scrive non può che essere auspicabile, bensì se si riuscirà a tenere insieme posizioni spesso distanti e quanto potrà pagare elettoralmente: il rischio delle solite liti interni al centrosinistra è alto e un generico richiamo all’unità non basterà, quando non si hanno chiare le condizioni su cui dovrebbe fondarsi quest’unità.

Occorre comunque non distrarsi. Le elezioni amministrative, com’è noto, sono profondamente diverse da quelle regionali e soprattutto nazionali. Le dinamiche di voto sono spesso individuali e non di rado si votano sindaci e consiglieri conosciuti anche a livello personale. L’opportunità, o il rischio a seconda dei punti di vista, di arrivare alle prossime elezioni politiche con due grandi schieramenti distinti esiste e il voto comunale ha confermato questa tendenza.

Ulteriore riflessione da produrre su queste elezioni: guai a strumentalizzare l’astensione, che è un fenomeno complesso dotato di numerose sfaccettature e che non impariamo a conoscere certamente oggi. Sulla carta l’obiettivo di tutte le forze politiche è recuperare i voti dell’astensione (quante volte si è sentito dire?!). Al contrario, però, da molti anni a questa parte la gente che va votare è sempre meno. Non si commetta il solito errore: pensare che le persone che non votano siano potenzialmente tuoi elettori che “semplicemente” non hai raggiunto. Non è così o per lo meno non è così semplice. La politica è lontana dalla gente ma anche la gente è lontana dalla politica. In passato chi scrive ha spesso riservato critiche anche ai cittadini oltre che alla classe dirigente in merito al rapporto tra rappresentanti e rappresentati. È indubbio che è in atto un fenomeno lento ma progressivo di allontanamento e disillusione da parte degli elettori nei confronti della classe dirigente. Bene ha detto chi ha sottolineato che fino a qualche anno fa questa disillusione prendeva corpo in un clima di protesta, anche se spesso confuso e confusionario. Con il passare del tempo quei voti, ma non le loro istanze, hanno trovato man forte dal populismo e dal sovranismo e sono confluiti in parte verso il Movimento 5 stelle e in parte verso la Lega. Oggi, al contrario, quel sentimento di insofferenza sembra assopito e in un certo senso ridotto al silenzio, anche dalla lunga pandemia che viviamo, e ha incarnato altre forme, talvolta incomprensibili, di sfiducia nella classe dirigente (non solo politica) a cui questa volta strizza l’occhio FDI. Spesso la Politica non riesce a parlare ai cittadini, lo si dice da molto tempo, ma questa inclinazione non può essere una condanna perenne. La democrazia, come ricordato di recente anche dal professor Prodi, è faticosa e va allenata ed esercitata costantemente. In questo processo gioca un ruolo fondamentale quella che chiamiamo la società civile. Spesso chi rappresenta la classe dirigente in questo Paese si tiene alla larga dai partiti e dalle loro logiche. Nessun giudizio di merito, per carità. Semplicemente risulta complesso, e di dubbia utilità, pretendere una nuova classe dirigente per governare il Paese, se è la classe dirigente stessa che non vuole fare politica.


Una considerazione a parte la merita Calenda e il suo partito Azione: il risultato di Roma, benché sia rimasto fuori dai ballottaggi, non è irrilevante. Ci si chiede però cosa accadrà adesso. Calenda è riuscito ad attrarre una fetta importante dell’elettorato romano, su questo non c’è dubbio. Ma a livello nazionale riuscirà a fare lo stesso? Azione non ha ancora organizzato un congresso fondativo e la gestione dei territori è lasciata quasi del tutto ad un modello autogestionale senza alcuna selezione della classe dirigente, come si nota d’altra parte dai risultati elettorali in quei comuni in cui Azione si è presentata. Ecco perché se quello strano riformismo incarnato da Calenda non vuole rimanere un fenomeno esclusivamente romano, Azione (Calenda) ha delle scelte da compiere:

  1. Continuare in assoluta autonomia cercando di replicare il modello Roma ma facendo un congresso e dotandosi di una struttura e dei rappresentanti locali all’altezza e con un programma chiaro e definito per le prossime politiche nazionali (obiettivo 10%);
  2. Dialogare con il PD e costruire insieme una nuova federazione di centrosinistra, potenzialmente come seconda forza in campo sempre in vista delle politiche nazionali (obiettivo governare il Paese);
  3. Guardare al centrodestra e proporsi come alternativa moderata ai partiti di quell’area;
  4. Costruire un nuovo campo politico insieme a Italia viva, Più Europa e tutti quelli che si definiscono più o meno liberali.

Senza un’attenta riflessione ed una conseguenziale spinta decisionale, si rischia di disperdere il lavoro portato avanti su Roma e la derivante risonanza mediatica che queste elezioni possono avere.

Per quanto riguarda Bologna, c’è poco da dire. I conti tornano, il risultato era abbastanza scontato: a fare qualche calcolo prima delle elezioni si ipotizzava Lepore verso il 60%, il centrodestra intorno al 30% e la restante parte diviso a suon di 1-2% per gli altri candidati minori (con buona pace del centro moderato). Insomma, nessuna sorpresa. Forse gli elementi più interessanti da raccontare, soprattutto a chi non vive a Bologna, sono due: da una parte l’inconsistenza di quel che rimane del Movimento 5 stelle, schierato a supporto di Lepore, che ha preso poco più del 3% e dall’altra la totale assenza, anche questa ampiamente preventivata, di uno spazio fuori da questi due poli: Sermenghi, tanto per fare un esempio, ha preso il 2%.

Anche se il tema meriterebbe un approfondimento specifico, mi limito ad un’ultima considerazione, con giudizio di merito questa volta: il bassissimo numero di candidati sindaci donna a queste elezioni amministrative è semplicemente imbarazzante e non degno di un paese occidentale sviluppato.

Nato nel ’93 in Sicilia ma lavora e risiede a Bologna. Laureato in Filosofia e Scienze Politiche, si occupa di finanziamenti e agevolazioni. Curioso e critico di indole, si ritrova spesso nella logorante posizione del “problem-maker”: costantemente alla ricerca di domande a cui dare risposte. Legge ma non quanto vorrebbe. Scrive ma non quanto vorrebbe. Discute di economia e politica appena può. Ama il buon cibo e il buon bere e non perde una partita dell’Inter da quando ha memoria.