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Vorrei segnalare due articoli sulla prima pagina di LUMINOSI GIORNI come base per una riflessione politica ampia, che dal nostro paese si allarga al pianeta intero. Sono gli articoli di Marco Michieli e di Silvia Rizzo.

Il primo scrive un articolo molto utile perché fa il punto su quanto spazio ci sia per un progetto socialiberale in Europa e in Italia. La cosa ci riguarda da vicino perché LUMINOSI GIORNI fin dal suo nascere ha investito sul socialiberalismo tutte le sue energie, non per crearsi un’identità a tutti i costi, ma perché l’ha ritenuta la sintesi politica che più si attaglia ad una concreta democrazia moderna, fondata sullo stato di diritto. Marco, con la sua articolata analisi, ci mette in mano uno strumento per capire in prima istanza “di che cosa stiamo parlando”. Mette soprattutto in guardia dagli equivoci, dai fraintendimenti, dalle diverse interpretazioni, obiettive o faziose che siano, della formula socialiberale. Soprattutto per il termine ‘liberale’, che acquista connotazioni diverse in diversi ambiti e che necessita del supporto lessicale ‘sociale’ per non vedersi relegato, come di per sé non dovrebbe, ad una posizione ideologico politica di destra, spesso volutamente reso sinonimo di liberismo, soprattutto in chiave economica.

Ho già avuto occasione di scriverlo e però vorrei ribadirlo. Il ‘socialiberalismo’ è di fatto la formula che sintetizza le Costituzioni Democratiche ispirate alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Si potrebbero fare numerosi esempi, ma la Costituzione Italiana ne fornisce uno limpido e trasparente. A chi è uso attribuire scarso valore politico ai patti costituzionali come quello italiano, va ricordato che essi non sono solo una cornice di metodo o un codice di regole formali, ma che in ogni loro articolo entrano con precisione nel merito con scelte politiche inequivocabili e non solo di principio. Non a caso la Costituzione Italiana è nata dal ripudio politico di una dittatura e dalla liberazione altrettanto politica da un’invasione militare straniera. Si fa fatica, perciò, ad immaginare che coloro che si riconoscono nell’inquadramento politico della Costituzione Italiana possano differenziarsi politicamente tra di loro in modo es-clusivo e alternativo. Con ciò non si tratta di svilire la dialettica politica democratica affermando un pensiero unico, ma di ricondurla alle sue funzioni originarie, quella della scelta delle persone, delle forme, delle modalità programmatiche più adeguate a perseguire obiettivi politici che tuttavia non possono che essere comuni e condivisi, se stanno dentro al perimetro politico costituzionale.

In Italia nel Novecento l’unico esempio di un certo rilievo che ha cercato di dar sostanza di riflessione al socialiberalismo è il pensiero politico dei fratelli Rosselli,  che vengono ricordati dall’immagine che correda l’articolo di Marco Michieli. Ma l’espressione politica che negli anni immediatamente successivi ha provato a sperimentarne l’attuazione, vale a dire il Partito d’Azione, ha manifestato sin dall’inizio la sindrome del radicalizzarsi al suo interno delle posizioni, inevitabilmente irrigidite nel dar prevalenza all’una o all’altra delle due componenti ideali, quella sociale e quella libertaria, ridotta, questa, a libertà solo economica. Inevitabile ne è seguito il fallimento e lo scioglimento senza che mai più in seguito venisse riproposto una formazione partitica con questo carattere, neppure con il Partito Democratico che pure ne avrebbe avuto l’intenzione, rimasta fino ad ora solo intenzione.

Si può concludere allora che è forse troppo pretendere che una formula ‘alta’ come il socialiberalismo sia identificato in un partito unico, anche perché, come puntualmente rileva Marco, esso è presente in modo sostanziale in più formazioni partititiche. Ma non è troppo pretendere che dalle scelte degli elettori emerga sempre, finché vige la Costituzione Italiana, una maggioranza che abbia questo fondamento e solo questo fondamento.

Una maggioranza che non può che essere molto larga perché diversamente si palesa una contraddizione insanabile. Se la stragrande maggioranza dei cittadini italiani si riconosce nella Costituzione, come si evince dalla sua intangibilità che, salvo lievi ritocchi, non è mai stata messa sostanzialmente in discussione dai tempi della maggioranza ampiamente qualificata che l’aveva votata allora (oltre l’85%, ben di più dei due terzi necessari come quorum, e non poteva essere che così per una rappresentatività reale); se la totalità dei parlamentari eletti si riconosce nella Costituzione per la medesima ragione, ciò vuol dire che a monte di qualsiasi elezione i cittadini e i parlamentari che li rappresentano si riconoscono in quel progetto socialiberale che la carta esprime in ognuno dei suoi 139 articoli e possono promuovere una maggioranza ampia che vi si ispira quotidianamente.

Il “Partito della Nazione” di cui parla Marco alla fine del suo articolo è di fatto questo, anche se il termine Partito è riduttivo nel designarlo: è semmai il “Governo della Nazione” promosso da tutti i partiti costituzionali che non possono che concordare anche nel dettaglio con gli obiettivi di fondo del patto politico rappresentato dalla nostra Magna Carta.

La vera dialettica politica e anzi, a questo punto, lo scontro politico si attua tra questa maggioranza qualificata e chi si chiama fuori dal perimetro costituzionale. Ed è scontro perché non si negozia con chi si chiama fuori, anche se gli si concede rappresentanza, parola e persino ascolto di istanze, che pur sono lontane.

Ma c’è chi si chiama fuori?

Beh, si, anche se formalmente sembra accettare i principi di fondo fin che stanno solo sulla carta. Per esempio, c’è un disagio permanente per quel pilastro costituzionale che è la contribuzione che ogni cittadino deve alla Repubblica per solidarietà e redistribuzione del reddito. Basta vedere la recente canea scatenata sulla riforma del catasto per il solo sospetto che comporti aumenti di contribuzioni e le contorsioni ogni volta che si accenna ad una contribuzione patrimoniale. Mettersela via, miei cari, perché il socialiberalismo Costituzionale questa contribuzione, equa e non penalizzante per nessuno, la prevede in modo sostanziale. La prevede semplicemente per poter rimuovere, attraverso i servizi e sostegni economici, come puntualmente vuole il Testo, le cause che non consentono a tutti i cittadini una reale parità di partenza, di diritti e di fronte alla legge; peraltro, con buoni vantaggi nella qualità della vita anche per il resto dei cittadini più fortunati. Punto.

Chi non ci sta si chiama fuori. Punto.

Ma non è l’unico chiamarsi fuori. C’è dall’altra parte, per esempio, un disagio permanente, un riflesso pavloviano istintivo negativo e ribellistico, una faziosa attribuzione di liberismo economico (che con il liberalismo non c’entra niente) ogni qual volta la Repubblica o altri organi decentrati come i Comuni assegnano ad un altro pilastro costituzionale, l’iniziativa economica privata, un compito; che può essere di servizio o di carattere culturale o sociale (esplicito vincolo costituzionale per qualsiasi iniziativa privata) o semplicemente gli si dà licenza di operare senza ricadute negative per la collettività e per l’ambiente (altro vincolo costituzionale). Mettersela via anche in questo caso, miei cari: l’impresa privata e individuale il socialiberalismo Costituzionale non solo lo prevede ma lo promuove come motore sociale e come opportunità per quel lavoro su cui si basa prioritariamente nel suo primo articolo il nostro patto costituzionale. Punto.

Chi non ci sta si chiama fuori. Punto.

Questi due corni, socialità e libertà, si puntellano e si sorvegliano a vicenda e si è già visto che sono le linee portanti del “Governo della Nazione” di Mario Draghi. Per questa ragione, e noi saremo in prima linea, deve nascere un ampio movimento popolare di sostegno a questo “Governo della Nazione” in carica, che gli dia un’investitura politica, al di là delle emergenze; nella misura in cui chi governa governa politicamente sempre emergenze, cioè problemi che ‘emergono’ come pressanti e fondamentali. Affinchè porti a scadenza il mandato nel ‘23 e ne possa proseguire un altro fino al ’28, e diventi un modello per tutti i successivi, e applicabile costantemente anche nei decentramenti locali. Marco dice che in Europa una cosa del genere non si è mai vista. Bene, una volta tanto saremo i primi almeno in qualcosa che può fare la ‘storia’.

All’articolo di Silvia dedico meno parole perché conferma una parte delle cose già scritte sopra, ma le inquadra e dà loro senso in un contesto più globale come lo sono i diritti e i doveri umani e di cittadinanza a livello universale. Devo dire che in questo caso si sente il piglio dell’insegnante, quale Silvia è stata, per la ampia ed esaustiva trattazione della materia, ma una volta tanto è una bella lezione che ci sta e che ci vuole.

Perché da una parte conferma che la democrazia fondata sul diritto, sulla laicità e sulle libertà non può avere alternative e sottrazioni sul piano planetario. Con buona pace del relativismo che vorrebbe subordinare i diritti universali alla pluralità delle culture e dei contesti; mentre Silvia ci dice che va fatto proprio il contrario, adattando i contesti, pur ovviamente non ignorandoli. Dall’altra si denuncia, al livello di molti governanti del pianeta, esattamente lo stesso espediente di cui si diceva sopra circa la nostra Costituzione: quello di aderire formalmente a patti di diritti universali e di disattenderli sistematicamente, qualcosa che andrebbe denunciato con conseguenze nei confronti di queste manifeste ipocrisie, che invece la fanno sempre franca. Ciò vale soprattutto per quelle situazioni in cui i diritti sono umiliati perché manca quello primario costituito dalle condizioni materiali per poter vivere con dignità. Non sembri irriverente il richiamo che Silvia fa ad un’universalità dei diritti “senza Dio” e basati solo sulla forza della ragione, perché non è questa una professione di ateismo, almeno non qui: ma una volontà di ricollocare il tema del divino, che mai può essere eluso, al posto giusto, quello della libera opzione di ogni coscienza individuale.

Un’appendice vorrei infine dedicare ad un uomo, un intellettuale, un filosofo profondo, estraneo ai riflettori massmediatici, che ieri ci ha lasciato, Salvatore Veca.

Una dedica non casuale, la mia, nel contesto delle riflessioni appena concluse.

E’ il filosofo della politica che ha avuto l’intraprendenza e il coraggio di riaggiornare la cultura dell’illuminismo e di riproporla come soluzione della democrazia moderna, dimostrandone i fondamenti etici. Ha rimesso al centro della politica categorie come giustizia e cittadinanza, dimostrandone l’universalità e le potenzialità per l’elevamento della condizione umana. Non amo mitizzare, ma a volte è doveroso dare il giusto peso a chi ha svolto un’opera di formazione per le persone, individuali e collettive. Se esiste un Pantheon per LUMINOSI GIORNI, Salvatore Veca lì dentro ha un suo posto insieme al suo maggiore ispiratore, Immanuel Kant.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.