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Nel luglio scorso l’Amministratore Delegato di Enel, Francesco Starace, si lascia sfuggire la frase “la transizione ecologica non sarà un pranzo di gala” suscitando un vespaio. È stato un buon profeta (d’altronde chi altri se non lui?..). A settembre il Ministro alla Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, se la prende pubblicamente con gli ambientalisti oltranzisti, ideologici. A suo dire sono peggio della catastrofe climatica.. sono parte del problema. Subito dopo, complici anche le turbolenze della ripresa economica post pandemia, i prezzi di gas e elettricità schizzano alle stelle, costringendo il Governo ad azioni mitigatrici (comunque parziali).

Roberto Cingolani © Corriere della Sera

In questi giorni, infine, il G20 registra la generale condivisione degli obiettivi di contenimento dell’aumento di temperatura entro 1,5° C e di azzeramento delle emissioni di gas serra entro la metà del secolo, più o meno. Al di là della mancata precisa indicazione della data, la cosa significativa è che tutti i grandi della Terra si sono arresi all’evidenza che il riscaldamento globale è una realtà, che siamo forse appena in tempo a fermarci prima del punto di non ritorno e a prevenire l’apocalisse per i nostri figli e nipoti (letteralmente: stiamo parlando di evoluzioni dei prossimi decenni).

Questa lunga premessa per dire che nel mondo siamo costretti, hic et nunc (o meglio ancora: now or never), a una vera e propria rivoluzione tecnologica, pari come impatto probabilmente a quella industriale di fine ‘700 (solo che su scala enormemente più vasta). Il tema è articolato e complesso e coinvolge aspetti tecnici, economici e geopolitici strettamente intrecciati. E richiede un approccio pragmatico e non semplicistico e meno che meno ideologico (quello che mi pare di capire Cingolani rimprovera a certi ambientalisti). In questo articolo cerco, senza alcuna pretesa di essere esauriente e nemmeno rigoroso, di aiutare chi legge a raccapezzarsi solo un poco, anche a costo di semplificazioni brutali. Vista la complessità, divido l’intervento in tre sezioni rispettivamente dedicate agli aspetti tecnologici, geopolitici e economici.

Tecnologia

Cominciamo dal concetto di fondo: imperativo categorico è contenere l’aumento di temperatura perché oltre a una certa soglia porterebbe a scenari apocalittici tali da rendere questo pianeta di fatto non abitabile (perlomeno non da 8 miliardi di persone). Contenere l’aumento di temperatura significa diminuire drasticamente l’emissione di gas serra, primariamente la CO2. Ora, a livello mondiale, arrotondando, le cause di emissione di CO2 si possono ascrivere a 4 tipologie più o meno equivalenti come impatto: trasporti (primariamente su gomma), industria, produzione di energia elettrica (oggi), riscaldamento degli edifici (NdR: i dati sono tratti dall’eccellente documento del partito Azione, Next Generation Italia vol. 2 – Energia, ambiente e sostenibilità).

La soluzione più fattibile in tempi brevi per il trasporto è la transizione al trasporto elettrico, già in fase di impennata. Relativamente al riscaldamento vi sono consistenti margini di risparmio sulla coibentazione degli edifici e in generale sulla loro efficienza energetica ma poi la botta finale viene, ancora, dall’impiego diffuso delle pompe di calore (che vanno a elettricità) al posto delle caldaie che bruciano gas. Per l’industria l’utilizzo dell’energia elettrica in tutte le produzioni è più complesso ma anche lì la tendenza è quella.

In pratica, semplificando molto, la transizione ecologica consiste nell’alimentare la grande parte delle attività antropiche con l’energia elettrica e nel produrre quest’ultima con metodi che non emettono CO2. Detto per inciso: la conversione all’elettrico comporta anche enormi investimenti sulle reti di trasmissione e distribuzione (che inevitabilmente vanno a gravare sulla bolletta) ma concentriamoci in questa sede solo sulla produzione.

Perché la produzione non generi CO2 non deve essere fatta bruciando combustibile (quale che sia). Quindi il mantra è la moltiplicazione e l’utilizzo sempre più intensivo delle cosiddette fonti di energia rinnovabile, eolico e soprattutto fotovoltaico. Le fonti di energia rinnovabile hanno il grande pregio di non emettere un milligrammo di CO2 ma due grandi difetti: 1) la loro produzione non è programmabile ma dipende dalla disponibilità di vento e sole, per loro natura ondivaghe e certamente non costanti nel tempo; 2) sono fortemente impattanti sul paesaggio (l’eolico) e per occupazione di suolo (il fotovoltaico). Vediamo prima il secondo aspetto: nella migliore (ma proprio migliore) delle ipotesi, un GW (Gigawatt = un milione di kW) di potenza fotovoltaico occupa 10 kmq. In Italia il PNIEC (Piano Nazionale Integrato per l’Energia) prevede 31 GW nuovi da installare ovvero 310 kmq (peraltro uno studio del Politecnico di Milano ne considera molti di più). In un Paese fortemente antropizzato come l’Italia, regno del not in my backyard, delle VIA nazionali e regionali, dei veti incrociati di Soprintendenze varie, del Ministero della Cultura, dei Comuni, dei comitati, dei “verdi” (quelli che sono ambientalisti!!) dove caspita li troviamo 310 (o più) kmq? Questo già spiega il grave ritardo di implementazione del Piano nel nostro Paese.

Ma veniamo al problema principale: le rinnovabili forniscono energia solo quando garba al Padreterno. Quindi possono fornirne in eccesso (e in luoghi distanti da dove l’energia è richiesta) oppure, tipicamente di notte, non essere sufficienti al fabbisogno istantaneo. Teniamo inoltre presente che se la mobilità elettrica prende piede, attaccheremo le auto elettriche per ricaricarsi durante la notte e quindi il carico notturno sarà molto maggiore di quello attuale. E l’energia elettrica ha il pessimo difetto di pretendere che in ogni istante l’energia prodotta e quella assorbita devono equivalersi, pena il collasso della rete. Vi sono possibilità di accumulo con batterie ma sono costosissime e sostanzialmente quindi dei palliativi. In Italia abbiamo le centrali idroelettriche che possono essere utilizzate come accumulatori di energia ripompando nel bacino di monte l’acqua ma sono quelle che sono.. insomma non si scappa: dovremo continuare ad avere un parco di generazione autonoma che non potrà che essere di tipo termoelettrico. Anche che si escluda il carbone molto inquinante, comunque si avrà un processo di combustione e quindi produzione di CO2. E, come ho cercato di spiegare, non potrà essere tanto poca perché la notte (quando il fotovoltaico ovviamente non produce nulla) caricheremo i nostri veicoli elettrici, riscalderemo le nostre case.. insomma non ci sarà più il classico abbattimento del carico nelle ore notturne che si vede in  figura.

Come uscirne? Io credo che non si possa non pensare ad altre due misure integrative – non certo sostitutive – dell’utilizzo massivo delle rinnovabili.

Una è il ricorso al nucleare. Che avrà tutti i problemi per il quali (un po’ istericamente) era stato bandito ma ha due grandi vantaggi: non comporta combustione e quindi non genera COe la sua produzione non dipende dalle bizze del vento e del sole. Certo c’è il problema delle scorie, la sicurezza, certo la sola idea a molti ambientalisti fa venire l’orticaria. Ma oggi il problema è la CO2 : primum vivere deinde philosophari.

Un “catturatore” di CO2

L’altra è quella di catturare direttamente la CO2 dall’atmosfera. La soluzione principe naturalmente sono boschi e foreste (che oggi compensano circa il 10% delle emissioni). Ma sarebbe già un enorme successo mantenere intatto il patrimonio boschivo attuale (minacciato da molteplici insidie). Una misura interessante è trasformare la CO2 in liquido da confinare opportunamente. Similmente al nucleare si avrebbe dunque il problema di immagazzinare “scorie” anche se certo non radioattive. Gli impianti sono costosi ma qui possono giocare positivamente le eventuali economie di scala. E sono molto energivori ma, qui il vantaggio molto significativo, potrebbero essere alimentati di giorno dalla produzione rinnovabile in eccesso che altrimenti rischia di essere sprecata perché senza un carico. In altri termini, se facciamo fatica a non produrre la maledetta CO2 possiamo attivamente assorbirla. Una ulteriore alternativa offerta dalla tecnologia è adottare tecniche di assorbimento del carbonio da implementare nei processi termoelettrici che di fatto rendono “CO2 free” le centrali che utilizzano combustibili fossili. Dal punto di vista concettuale l’idea è meno accattivante degli impianti che assorbono direttamente CO2 dall’atmosfera ma ha importantissimi riflessi nel campo geopolitico ed economico. Il che ci introduce nella seconda sezione.

Geopolitica

Come scrive Enrico Mariutti https://www.econopoly.ilsole24ore.com/2021/09/13/ambientalismo-transizione-energia/?uuid=96_js9zlmpp che ci piaccia o no, i combustibili fossili danno da mangiare a 2 miliardi di persone. Le rinnovabili, invece, stanno diventando un monopolio della Cina, dato che sono prodotti manifatturieri e Pechino è la fabbrica del mondo. In effetti, la Cina da sola produce oggi il 68% di tutti i pannelli fotovoltaici al mondo (se consideriamo l’intera produzione asiatica arriviamo a oltre il 90%), ha una posizione di assoluta primazia nel mercato delle terre rare, degli impianti produttivi, della tecnologia. Insomma, la conversione verso il rinnovabile comporta il consegnare alla Cina una posizione di vantaggio strategico che ha pochi precedenti nella storia. Al contrario, gli idrocarburi sono più “democratici”. Danno risorse e lavoro in Messico, Venezuela, Medio Oriente, Asia Centrale, Nigeria, Russia.. tutte economie fragili il cui export è costituito quasi esclusivamente da petrolio, gas o carbone. E che crollerebbero drammaticamente dando luogo quindi a un’emergenza umanitaria di proporzioni bibliche. Per questi due motivi la ricerca di rendere CO2 free le produzioni termoelettriche è una strada da considerare molto seriamente.

Economia

Come evidente, l’enorme aumento della produzione di materiale per il rinnovabile comporta parallelamente l’impennata del fabbisogno dei molti materiali rari (litio, soprattutto) il cui costo sicuramente aumenterà di molto sia per l’effetto propulsivo della domanda sia perché, oggettivamente, aumentando la richiesta e quindi la necessità di procurarseli, bisognerà andarseli a cercare nei giacimenti meno comodi (banalmente: si dovrà ”scavare più a fondo”). Quindi è verosimile che i costi del fotovoltaico aumenteranno in modo significativo.

Infine, come è apparso evidente, le voci di costo “in più” sono, da qualsiasi parte la si rigiri, molteplici. Gli investimenti sulle reti, le batterie per l’accumulo, i dispositivi per catturare la CO2, il costo unitario del kWh per le centrali tradizionali che non saranno utilizzate a pieno regime (perché solo di riserva quando non disponibili le rinnovabili), la trasformazione infrastrutturale per convertire all’elettrico i consumi industriali.. siamo di fronte a un impatto economico gigantesco che farà guadagnare molti ma farà altresì molte vittime.

Si deve sperare che il processo sia affidato a persone con la testa sulle spalle, sagge e competenti (e se pensiamo a certi figuri della nostra politica vengono oggettivamente i brividi).

In ogni caso, ha ragione da vendere Starace: la transizione ecologica non sarà un pranzo di gala.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.