By

Le dinamiche politiche che hanno preceduto la presentazione del Piano d’Assetto del Territorio del Comune di Venezia (PAT), che in questi giorni, dopo un ulteriore rinvio, sarà approvato e reso pubblico per le osservazioni dei cittadini,hanno richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica su un terreno che riguarda non solo le questioni di carattere tecnico e urbanistico che interessano la città; al suo interno infatti si definiscono le prospettive a lungo termine di un disegno globale sulla città, che intreccia le politiche sulla mobilità alle politiche sulla conservazione ambientale e architettonica, e più in generale al suo interno si stabiliscono le scelte decisive per la definizione a lungo termine (almeno dieci anni) degli obiettivi politici e strategici per la città.
Il problema che emerge, però, scorrendo le varie proposte che il PAT prevede su Venezia e sul suo territorio, è che purtroppo a mio avviso non si individuano ancora in modo del tutto chiaro quei nodi centrali da sciogliere e che tengono Venezia negli anni intrappolata alla propria contraddittorietà di città ‘incerta’; di città in costante e perenne tensione tra antico e moderno, tra lento e veloce, tra ricco e povero, tra natura e tecnica, tra nativo e straniero, tra padrona di casa e ospite. Non si riesce in sostanza a delineare pienamentel’orizzonte comune che orienta queste scelte, che anima investimenti e attua infrastrutture di impatto non indifferente. Venezia più di altre città, anzi direi unica rispetto ad altri contesti urbanistici, non riesce a venir fuori da questo empasse. Ed è un’empasse che ha accompagnato quel realismo decisionistico dell’azione amministrativa degli ultimi vent’anni (Cacciari-Costa-Orsoni) in costante galleggiamento tra le infinite forze esterne che sulla città hanno esercitato poteri enormi, e sulle quali il governo stesso della giunta è del tutto impotente: si parte da una difficoltà economica per mantenere il patto di stabilità che soffoca tutti i comuni (in sintesi: il mercato), ad una gestione territoriale della laguna (in sintesi: deficit democratico) in mano ad autorità governative nazionali (Magistrato alle acque e Autorità portuale, entrambe istituti del Ministero delle infrastrutture) e ad una costante e fisiologica mediazione con le politiche amministrative e legislative della regione (in sintesi: scarsa autonomia amministrativa). A questo si aggiunga la natura sociale della città, che inglobata nei corporativismi atavici del suo tessuto culturale e storico (non più di altre) non è in grado di concepire una politica totalmente orientata ad azioni con finalità di interesse pubblico, ma spesso si abbassa a mediocre agenzia di mediazione tra interessi di categoria.
A questa paralisi governativa, di galleggiamento strutturale (forse l’ambiente lagunare, torbido e stagnante, favorisce ulteriormente questa tendenza) che ha caratterizzato e che continua a caratterizzare le azioni di politica strutturale sulla città, ha reagitoun movimento d’opinione (che in quanto tale non ha responsabilità di governo, e spesso neppure le conosce) che mi sembra assumere una posizione anch’essa priva di prospettive a lungo termine. O meglio, probabilmente le presuppone, le possiede implicitamente soggettivamente nella propria protesta, ma poiché deve svolgere azione d’opposizione (il movimentismo è per sua natura d’opposizione, il movimentismo propositivo, con le strutture che abbiamo oggi, è una contraddizione in termini) banalizza assolutamente qualsiasi analisi teorica e disinteressata sulla città , per creare consenso esteso e immediato, mediante una comunicazione demagogica d’effetto (si vadano a sentire su youtube le interviste alle vecchiette in tema di grandi navi e di sublagunare). Perché come si sa, il consenso immediato non lo si raccoglie con una comunicazione metapolitica a lungo termine, tematizzando trasversalmente i nodi del problema (le analisi storiche e meta politiche come tali richiedono stratificazioni generazionali per acquisire degli effetti concreti). E’ un movimentismo miope, privo di qualsiasi cultura di governo; tendenzialmente autoreferenziale, incapace di affrontare il toro per le corna. Un movimentismo identitario (identitario, non su Venezia, ma su sé stesso), che non critica la natura strutturale di questo empasse ma lo presuppone come fisiologico e allo stesso tempo ne critica gli effetti. Se non si va alla radice dei problemi, le azioni di protesta rimangono l’esito di un processo di autoassolvimento che dà il risultato di un nulla elevato al cubo. (Inoltre è curioso come parte di chi alimenta la protesta spesso è la stessa che ha votato il programma elettorale, nel quale tali provvedimenti sul territorio sono linearmente espressi).Il movimentismo può essere il punto di partenza, non il punto di arrivo per un reale cambiamento di prospettiva.
Venezia è sempre stata storicamente un grande laboratorio politico, avanguardia per nuove sintesi politiche e di governo. E così potrebbe esserlo ancora. Le contraddizioni e le tensioni enormi che vive questa città possono essere la molla per forgiare davvero una cultura delle nuove sintesi (oltre la destra e la sinistra). L’analisi deve partire dalla straordinaria unicità di Venezia. Il rapporto tra tradizione e modernità (quale modernità?) e la questione democratica dei rapporti gerarchici tra i poteri istituzionali (quale federalismo?) è lo snodo essenziale su cui muoversi per proiettare delle prospettive innovative anche su scala nazionale. E’ un equilibrio precario, che necessita di idee forti e di una cultura d’appartenenza su cui non si può retrocedere.

Pietro Rubini abita a Roma. Si è laureato in Filosofia, si occupa da anni di psicologia dell’apprendimento e lavora nell’ambito dei BES/DSA come tutor e formatore. Oltre a Luminosi Giorni scrive e collabora con altre testate web.