Conversazione con Andrea Molesini

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CONVERSAZIONE CON ANDREA MOLESINI

1) Scrittori, ma anche musicisti, intellettuali e studiosi che da Venezia e dal Veneto parlano al mondo hanno un merito che va riconosciuto. Quello di essere dei protagonisti, portatori di novità, da qui, vivendo qui e soprattutto producendo qui. Ti senti portatore di questa centralità veneziana e veneta nella produzione culturale della città e della regione?

Non sono d’accordo sul fatto che Venezia sia parte integrante del Veneto. Venezia è un’isola circondata da una laguna dove l’acqua del mare, dei fiumi, della palude e dello stagno si contendono lo spazio obbedendo a leggi che assomigliano a quelle del sortilegio, più che a quelle della fisica. Un’isola unica, straordinariamente sola nel mondo. Considerarla, come molti fanno oggi, centro storico di una città più grande, è sbagliato. Quando un americano o un cinese dicono “Venezia” pensano a case sospese sull’acqua, non a una via di Mestre, per quanto graziosa possa essere. In tutta la sua lunga storia i veneziani si sono sempre distinti per essere esploratori, navigatori, cittadini di ogni luogo, e dunque dei senza patria, o meglio, degli esiliati che ritornano e ripartono a seconda del vento, da Marco Polo a Casanova.

Io ho avuto una formazione internazionale, ho studiato negli Stati Uniti e mi sono sempre ritenuto poco veneto – pur amando visceralmente questa regione e il suo popolo operoso –, il mio essere veneziano sta anche in questo, nel sentirmi legato a molte terre anche lontane da casa, questa è sempre stata la cultura di Venezia, e continua ad esserlo per me.

2) Nel Veneto è possibile essere universali e locali, “glocal”, come usa dire oggi, anche identitariamente, come riusciva ad esserlo Zanzotto che poetava al mondo anche nel suo dialetto…? E’ possibile non sentirsi in periferia? Attraverso voi, uomini di cultura, la si può far finita per sempre con l’immagine del Veneto “Sacrestia d’Italia” (laddove la Sacrestia non alludeva solo alla religiosità popolare, ma anche alla perifericità del luogo)?

Zanzotto è universale perché è un poeta di vaglia, non perché è nato e vissuto a Pieve di Soligo. La qualità di uno scrittore è la sola garanzia di universalità. I differenti dialetti delle Tre Venezie hanno dato all’Italia e al mondo dei grandi poeti, come Giacomo Noventa e Biagio Marin, poeti davvero grandi, che reinventano, in qualche misura, la lingua di Venezia e di Grado, meritando di far parte delle rispettive gloriose tradizioni.

3) Sei d’accordo con “Luminosi Giorni” che ritiene molto dannosa la drammatizzazione dei mali della Venezia storica? E che questa drammatizzazione non faccia fare un passo alla comprensione reale del reale fenomeno urbano? Che ritiene dannosa una drammatizzazione frutto di un approccio solo percettivo alla realtà urbana e non contestualizzato nella “normalità” di tutti i centri storici d’Europa?

Venezia è unica – mi ripeto, lo so – sia per le sue doti che per i malanni. È come una nave di legno che ha bisogno di una continua, amorevole manutenzione, e noi la trattiamo come se fosse di ferro o, peggio ancora, di plastica.

Come si fa ad autorizzare il passaggio, nel bacino di San Marco e nel canale della Giudecca, di quegli smisurati condomini galleggianti che sono le navi da crociera? Il principio di Archimede non è un’opinione: “Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del volume del liquido spostato”. Ciò significa che il peso dell’acqua spostata è pari al peso della nave. Provate a immaginare l’impatto che ciascuno di quei mostri galleggianti ha sulle fondazioni della città: non sono certo state concepite per subire una tale pressione; e tutto questo perché i turisti possano godere, per una mezz’ora, la vista del gioiello lagunare da una tolda che sovrasta perfino il Palazzo Ducale. Quanto durerà Venezia con questo trattamento? E se succedesse quello che è successo all’isola del Giglio? Improbabile, certo, ma se accadesse sarebbe la fine della città. Vi sembra opportuno correre un simile rischio?

Si dovrà pur mettere un limite anche all’ingordigia di chi vive di turismo! L’immensa fragilità della nostra laguna – un universo ricco di fauna e di flora straordinarie – è nota al mondo, ma non a chi specula sulla sua bellezza. O forse non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire…

Venezia va ripopolata e per farlo bisogna rendere conveniente alle aziende che negli ultimi decenni sono emigrate in terraferma tornare qui. Temo che ci sia un solo modo: detassare per vent’anni tutte le attività commerciali che s’impegnino, in cambio, a ristrutturare, dalle fondamenta al tetto, gli immobili che usano. Anche i residenti dovrebbero godere di qualche “favore” fiscale: cinquantanovemila residenti non possono farcela a tenere in piedi una attività di manutenzione così grande come quella richiesta da case che poggiano sull’acqua salmastra. Bisogna raddoppiarne il numero, creare occasioni di lavoro. Le nostre acque e i nostri monumenti sono un’occasione meravigliosa, di cui Venezia non sa approfittare. Un esempio: l’Arsenale. Perché non farne una serie di darsene per l’ormeggio di barche di lusso. Verrebbero da tutto il Mediterraneo pur di avere la propria barca ormeggiata in un simile contesto, e il lavoro generato da un posto barca è enorme: maestri d’ascia, motoristi, meccanici, elettricisti, ristoratori, magazzinieri, piloti, eccetera. Davvero la Marina Militare Italiana ha ancora bisogno delle Gaggiandre del Sansovino?

4) Parafrasando e un po’ provocatoriamente ribaltando un titolo di un libro di Tiziano Scarpa, Venezia, dal ‘900 in avanti, anche sul piano identitario e quindi “culturale”, non è solo un “pesce”. Nel tuo rapporto con la città non la vedi piuttosto come un “pesce attaccato ad una corda tesa” che si protende da una terraferma che si allarga come un ventaglio ad ovest? Terraferma come settimo sestiere, diventato “un” (e non “il”) nuovo centro cittadino, in una città sempre stata policentrica, dalle origini ad oggi (e che non elimina i vecchi centri, ma ne aggiunge sempre uno nuovo)?

La Venezia insulare è stata unita a quella di terraferma – Mestre e dintorni – per praticità amministrativa, ma l’identità dei due centri urbani resta distinta. Mestre è una città come tante. Venezia è quella “che caga in acqua”, e lo sappiamo tutti. Nessun mestrino dice di abitare a Venezia, tranne quando è fuori città o all’estero, per ovvie ragioni. Ridurre Venezia a centro storico di una città più vasta, grande magari come l’intero Veneto, significa contribuire alla sua rovina. Se è vero, come è vero, che solo la più assoluta sincerità sotto il cielo può portare a mutamenti, bisogna cominciare a chiamare le cose con il loro nome: Venezia è soltanto Venezia, un arcipelago di fango su cui un pugno di uomini audaci e fortunati ha edificato qualcosa la cui bellezza, da più di mille anni, ferisce lo sguardo. Purtroppo noi veneziani, veneti e italiani d’oggi, tutti insieme, stiamo mostrando al mondo di essere indegni di questa eredità.