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Qualsiasi prospettiva di cambiamento su Venezia, la si intenda larga, metropolitana, o stretta, solo lagunare, si scontra inevitabilmente con la conservazione del suo ambiente. Pesa questa idea un po’ irenica di un ambiente incontaminato da mantenere. Ci sono buone ragioni di ritenere che questo habitat da cartolina sia percepito molto più statico e fragile di quanto sia e sia stato. Non solo per gli interventi umani, alcuni evidenti e recenti, altri più antichi – ed altrettanto evidenti-; ma anche per le modifiche che la stessa natura ha operato a suo piacimento. Forse se si facesse mente locale che tutto è in divenire ( e può ancora divenire ), la città uscirebbe a testa alta dalla imbalsamazione a cui certa letteratura di maniera romanticheggiante l’ha condannata ….

Spesso il dibattito sulla città, problemi presenti e prospettive future alla luce delle vicende passate, è minato da una conoscenza approssimativa, o piegata a un uso di parte che produce identici effetti, dell’ambiente lagunare e della sua storia: il presupposto la laguna sia un ecosistema naturale da tutelare e difendere a oltranza per come appare oggi, infatti, è completamente infondato. Al contrario, la laguna di Venezia rappresenta il tipico caso di realtà forgiata dall’uomo, quindi artificiale. L’antropizzazione sin dalle origini dell’ambiente lacustre è un dato di fatto, non solo, ma addirittura la sua morfologia è sempre stata in continuo divenire per opera delle stesse forze fisiche.

Negli studi più attenti ancora si discute se addirittura una qualche laguna esistesse in epoca storica relativamente recente, e si parla del periodo romano in particolare, oppure se si debba invece pensare a una sorta di dimensione costiera per così dire “umida” che una serie di eventi atmosferici, alluvioni e altro, e umani, abbandono di qualunque manutenzione idraulica a seguito del crollo politico-economico dell’impero, abbiano prodotto in forma estesa a partire dalla Tarda Antichità/Alto Medioevo. Ci sono numerose testimonianze storiche ed evidenze archeologiche a sostegno dell’ipotesi.

Una volta formatasi, comunque, la laguna, questa è stata sottoposta dai suoi abitanti, che chiamarono se stessi veneziani, a ogni sorta di esperimenti idraulici e interventi radicali. Con conseguenze evidenti sull’aspetto dell’ambiente. Basti pensare all’improvvisa comparsa della zanzara malarica, del tutto sconosciuta nell’antichità, dovuta alle deviazioni imposte al corso dei fiumi, Meduaco/Brenta e Piave formavano due grandi delta che sfociavano dentro i limiti attuali della laguna per esempio, e all’alterazione del regime delle correnti causate dallo scavo di canali, alla realizzazione di arginature, a imbonimenti vari. La prova più evidente è la scomparsa della città di Torcello, primo grande centro lagunare, posto di fronte ad Altino ne diventa il naturale erede urbano e politico, e in generale alla decadenza dell’intera laguna nord, dove storicamente nasce Venezia. Decadenza spinta sino allo spopolamento… bisognerà aspettare il secondo dopoguerra e il DDT per avere ragione della micidiale anofele.

La politica idraulica della Serenissima, dunque, è all’insegna del sistematico interventismo. Non esita a scavare, spostare, tagliare, modificare tutto quanto sia possibile, utilizzando ogni tecnica e infiniti mezzi finanziari. Di passaggio ricordo che arriva a deviare il corso del Po nel Seicento realizzando il Taglio di Porto Viro: e questo per tentare di fermare quello che per i veneziani ha sempre rappresentato il pericolo maggiore e un vero e proprio incubo, vale a dire l’interramento. Un processo altrimenti del tutto inevitabile, come dimostra la gemella laguna di Ravenna, se lasciato al libero corso delle forze naturali.

Perché ricordo tutto questo? Ritengo che i problemi vadano affrontati con pragmatismo cercando la soluzione migliore per le situazioni reali del presente. Entrando nell’attualità, per esempio, penso che la discussione sulle Grandi Navi e il porto in generale debba ripartire sgombrando intanto il campo da false credenze e pregiudizi derivanti da un’approssimativa conoscenza della Storia (la cui utilità, come diceva Liddell Hart consiste nel “proiettare il film del passato sullo schermo del futuro” al fine, si spera, di non ripetere gli errori). Non ho elementi al momento per affermare se lo scavo del canale dalla Marittima a Porto Marghera e il parallelo ri-scavo del canale Vittorio Emanuele a fianco del ponte rappresenti una buona soluzione, credo però che ogni ipotesi vada vagliata senza paraocchi pseudoidoelogici, cioè per quanto propone e per le conseguenze prevedibili. Punto e basta. Perché, ecco l’insegnamento del passato, ragionando in termini di “com’era dov’era” si commette un tragico errore… sempre e ovunque ma in particolare a Venezia non c’è mai stato nessun “com’era dov’era”!  La Serenissima insegna in proposito: al suo posto ha sempre seguito “quanto serve dove serve”… tenendo conto che la città è viva e deve vivere e non è uno strano animaletto da tenere sotto una teca di cristallo. Del resto, se un tempo non si fosse seguito questo principio ispiratore, oggi non avremmo la città stessa e nessuno dei suoi tanti monumenti, a cominciare dalla Basilica e da Palazzo Ducale, due perfetti esempi di caotici “assemblaggi” prodotti da epoche, circostanze e uomini diversi e lontani tra loro.

Davvero non siamo capaci di imparare niente  dalla Storia?

  • http://www.federicomoro.it Federico Moro

    Ciao Tito,

    indubbiamente per il momento non ci conosciamo. Hai ragione circa la struttura dell’articolo: la parte in grassetto è di Michela. In linea di principio io sono dell’idea che ogn idea vada ascoltata e valutata con serena oggettività. La tua, poi, è particolarmente interessante. Ripropone, infatti, lo schema di “funzionamento” della laguna nell’antichità: il Medoacus come asse navigabile fino a Patavium, con i tre porti sulla gronda a Lova (Medoacus Minor), Ad Portum (Meduacus Maior), Evrone (Retenus); il Silis/Plavis (oggi sarebbe solo il Sile) quale via d’acqua fino a Tarvisium… anche se fino al V secolo d.C. lo scalo portuale all’incrocio della vie Annia, Popilia e Claudia Augusta (noi la chiamiamo via d’Alemagna) era Altinum, alla foce quindi del Silis e non all’interno lungo il su corso. Verrebbe quasi da dire, niente di nuovo sotto il sole! Certo, per “ripristinare” questo antico assetto bisognerebbe affrontare lavori colossali e altrettanto colossali spese. Da un punto di vista dell’idrodinamica, più che gli interventi sulla gronda, bisognerebbe considerare il numero e la struttura delle bocche di porto e dei canali che da qui si dipartono. Oggi esistono tre linee di partiacque, in buona sostanza perchè tre sono le bocche di porto. In epoca medievale, anche se bisognerebbe stabilire quando esattamente, la situazione era diversa. Infine, c’è il Mo.Se. che è destinato a cambiare in modo radicale le cose. A ogni modo, vale la pena discuterne, sempre e comunque. A presto!

  • Francesco Fracassi

    http://eddyburg.it/article/articleview/473/1/37

    All’ indirizzo qui sopra si può trovare un lungo articolo di Eddi Salzano con cui mi è stato risposto all’ aver postato la conversazione con Federico Moro. Mi piacerebbe sapere il parere di Moro in Merito

  • http://www.federicomoro.it federico moro

    L’opinione di Eddi Salzano è quella tradizionale e probabilmente anche la più diffusa, si basa però su un presupposto, Laguna di Venezia quale ecosistema naturale da preservare dov’era e com’era, che l’indagine scientifica ha da tempo smentito. Lo riconosce implicitamente lo stesso Salzano quando elogia la politica idraulica della Serenisisma: tutta volta com’è stata a “cambiare direzione” alla naturale evoluzione dell’ecosistena, si colloca nel solco dell’interventismo dell’uomo sull’ambiente. Si palesa qui la maggiore contraddizione di cui è vittima la posizione di Salzano: l’evoluzione naturale dell’ecosistema avrebbe prodotto l’interramento della laguna o la sua trasformazione in mare aperto, con ogni probabilità la prima ipotesi un po’ come successo nella “gemella” laguna di Ravenna, quindi l’uomo ha deciso, per preservare il proprio “nido” come dice Salzano, di “metterci mano”. Ha fatto bene a mio parere, certo così si è intromesso in maniera decisa nell’ecosistema stesso, piegandolo alle proprie necessità. La politica idraulica della Serenissima ha “creato” una laguna che non c’era stata in passato, e gli studi in materia ormai l’hanno provato per quanto possibile allo stato delle conoscenze, e che sarebbe altrimenti ricordata come una sorta di “incidente” naturale a tempo determinato. Sulla scorta di queste considerazioni, i contemporanei hanno tutto il diritto, direi addirittura il dovere, di mettere in atto ogni modificazione che ritengono a loro necessaria o anche solo utile. Sostenere che bisogna preservare a ogni costo un ambiente rimasto immutato per mille anni o giù di lì significa negare l’evidenza storica, che racconta una vicenda di cambiamenti continui e profondi… a cominciare dal livello del’acqua all’interno della laguna. Uno studio davvero interessante in proposito è Metamorfosi di un litorale di Davide Busato, Marsilio 2006 se non ricordo male, il quale esamina il caso di Sant’Erasmo e lo illustra con grande riccheza di dati e mappe: impossibile qui riassumerlo in due parole, vale la pena leggerlo. Dopo, credo, molti pregiudizi cominceranno a cadere…

  • http://associazionecanoisticaarcobaleno Tito Pamio

    non vedo il mio intervento, nonostante Federico Moro lo habbia commentato qui sopra…. spero di non floddare riproponendolo per chi non lo vedesse, come me
    Alla Capitaneria di Porto di Venezia
    A’’autorità portuale di Venezia
    Al Magistato alle Acque di Venezia
    Al Consorzio Acque Risorgive di Venezia
    Ai cittadini italiani
    Ai Ministeri competenti in materia
    Oggetto: ipotesi alternativa per la portualità ed il bacino scolante del Veneto
    Campalto, 3 Ottobre 2013

    La portualità veneta, in particolare quella lagunare, non può prescindere, in fase progettuale, dagli scenari e dalle problematiche idro-geologiche attuali e future, cioè dalla “natura dei luoghi”….
    Relativamente agli aspetti idro-geologici del nostro futuro ambiente naturalistico ritengo di poter dire che:
    – i fiumi e le correnti marine continueranno a depositare e a distribuire limo e sabbia davanti alla laguna di Venezia, soprattutto in continuazione di Punta Sabbioni… La sempre crescente antropizzazione della stessa laguna produrrà depositi di “detriti umani” (sedimenti di liquami, ma anche la buccia di banana che il veneziano butta dalla barca,,,,”tanto è biodegradabile”…) soprattutto in alcune zone dove i flussi di marea sono lenti e depositi di materiali, soprattutto “inerti”, che vengono chiamate casse di colmata, sacche, barene ….
    – – I fiumi ed i canali del Veneto continueranno a provocare allagamenti e non credo di essere lontano dalla verità pensando che sono in massima parte imputabili a diversioni degli stessi operate nel tempo dalla Serenissima Repubblica di Venezia per evitare l’interrimento della laguna. Quando agli allagamenti si aggiungono le “acque alte” dell’alto Adriatico è in pericolo anche ciò che rimane della stessa Serenissima…..
    – – …ancora….
    – ….gli stessi fiumi, soprattutto quelli di risorgiva, nel Veneto antico erano le naturali vie di comunicazione tra i popoli veneti e tutti i popoli che come i veneti potevano accedere all’Adriatico….. La più antica raffigurazione dell’Europa, la Tavola Peutingeriana, inserisce l’indicazione AD PORTUM in corrispondenza della laguna veneta e tale complemento di “moto a luogo”, se non altro, significa che tra le isole che allora delimitavano la laguna esisteva il passaggio verso un approdo che non poteva che essere nel continente, magari sulla sponda di fiumi come il Brenta od il Sile facilmente risalibili in regime idrico normale….
    – – le diversioni artificiali dei fiumi hanno assicurato a Venezia un avamposto portuale verso l’Adriatico, ma hanno altresì quasi annullato all’entroterra veneto la continuità delle sue vie d’acqua verso l’Adriatico. Eppure è facile immaginare che in antico siti come Metamaucus, Sant’Ilario, Altino, ecc fossero avamposti portuali di Padova e Treviso e la stessa Venezia si può considerare figlia di questi due centri veneti più antichi di lei: la loro figlia più famosa, ma anche la più ingrata, visto quello che con i suoi “savi alle acque” ha loro combinato poi….…..
    – – Credo sia lecito affermare che l’intervento dell’uomo nel modificare l’uscita in Adriatico di vari fiumi veneti, quelli che sfociavano in laguna, sarà stato sì funzionale alla navigabilità delle imbarcazioni veneziane in laguna, ma ha trasformato una tranquilla foce a delta in cui l’azione di deposito di detriti “puliti” fluviali prevaleva sull’azione di asporto e distribuzione degli stessi nei fondali adriatici, in una foce ad estuario (giustamente, si usa l’espressione “isole dell’estuario”) in cui l’azione di allontanamento e dispersione di limo e sabbia oltre le bocche di porto tende a far diventare certe zone lagunari dei veri e propri “bracci di mare”che incutono timore quando questo è “grosso”….
    – Le ipotesi di sistemazione della portualità veneziana di cui riferiscono ampiamente i giornali in questi tempi , con escavazione di canali, spostamento o creazione ex.novo di banchine, ecc, a mio avviso devono essere considerate soluzioni provvisorie in quanto relativamente facili da realizzare ed utili al mantenimento dell’apporto all’economia veneziana derivante dalla stessa portualità, ma nel lungo periodo la stessa natura imporrà soluzioni che ricalcano quello che lei stessa avrebbe prodotto se l’uomo non fosse intervenuto…. a pro quasi esclusivo dei veneziani ( ricordiamo le diatribe tra il Cornaro, che protestava con i padovani per le frequenti “brentane,” ed il Sabbadino) ed ora anche contro di questi…….
    – Recentemente si è affacciato sul tabellone delle “alternative” all’attuale portualità veneziana l’idea di Gino Gersich che con un tunnel tende a superare l’inevitabile frattura e la antieconomicità di una ipotizzata portualità con scalo in alto Adriatico ed un centro di smistamento merci e passeggeri nel continente. Il punto debole anche di questo progetto è sempre la problematicità del bacino scolante nel territorio veneto…..
    – …Quindi?….
    – ….Non vorrei, ma sono costretto a sposare come minor male e migliore soluzione alle criticità ambientali ed economiche della portualità veneziana un progetto che tenda a ripristinare le antiche e naturali vie di comunicazione acquea tra Adriatico ed interno del territorio veneto che hanno fatto grande Venezia e che la stessa ha tagliato a partire dal XV secolo… tra l’altro acquisterebbe più senso anche la cosidetta città metropolitana (PA-TRE-VE)…se tre città dovessero gestire la stessa portualità…. .per cui….
    – …provo a concretizzare….
    – – … l’idrovia Adriatico-Padova, portata a termine, attraversa ARGINATA la laguna e sfocia al largo in mare, ma è provvista di necessarie aperture/chiusure per il ricambio dell’acqua in laguna e per assicurare all’interno della stessa opportune vie d’acqua e diventa non solo l’alveo che raccoglie le acque del bacino imbrifero veneto, in continuazione ed in sostituzione di Brenta, Bacchiglione e Muson, fiumi non di risorgiva ormai ridotti a canali, ma anche il porto-canale sulle cui sponde si vanno via via a spostare sia il grosso delle attività portuali oggi ubicate in luoghi inadeguati sia alcuni assi viari funzionali a quelle….
    – – Venezia e Chioggia rimarrebbero con la loro storia, il loro fascino e la loro tradizione all’interno di due bacini con idrodinamiche assolutamente “soft” che permettano la navigabilità solo ad imbarcazioni la cui stazza non si discosti più di tanto da quella delle galee veneziane della Serenissima…… Tito Pamio . Campalto
    pamio.tito@libero.it – tel.: 329 0993382