Conversazione con Moony Witcher

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CONVERSAZIONE CON MOONY WITCHER

1) Scrittori, ma anche musicisti, intellettuali e studiosi che da Venezia e dal Veneto parlano al mondo hanno un merito che va riconosciuto. Quello di essere dei protagonisti, portatori di novità, da qui, vivendo qui e soprattutto producendo qui. Ti senti portatore di questa centralità veneziana e veneta nella produzione culturale della città e della regione?

Devo dire con grande amarezza che le istituzioni veneziane mi deludono moltissimo. Sebbene i miei romanzi siano tradotti in ben 34 Paesi del mondo e l’accoglienza che ricevo quando gli editori esteri mi invitano a presentare i romanzi e incontrare i lettori, non riesco ad aver alcun contatto con la cultura della mia città: Venezia. Nonostante le ripetute sollecitazioni al Comune e la presentazione di progetti culturali per i bambini e i giovani non ho mai avuto risposte positive e neppure cortesi. Anzi. Ciò mi porta ad allontanare il pensiero e svolgere altrove il mio operato. L’incanto, la bellezza, il mistero e l’unicità di Venezia resta nel cuore e naturalmente i miei sentimenti si posano sui fogli e solo scrivendo riesco a stare in equilibrio e amare la città che mi ha visto nascere.

2) Nel Veneto è possibile essere universali e locali, “glocal”, come usa dire oggi, anche identitariamente, come riusciva ad esserlo Zanzotto che poetava al mondo anche nel suo dialetto…? E’ possibile non sentirsi in periferia? Attraverso voi, uomini di cultura, la si può far finita per sempre con l’immagine del Veneto “Sacrestia d’Italia” (laddove la Sacrestia non alludeva solo alla religiosità popolare, ma anche alla perifericità del luogo)?

Ritengo sia indispensabile far scivolare come polvere lo stereotipo del Veneto bigotto. La cultura, sia essa espressa in arte pittorica, musica o scrittura, non può chiudere le idee nello scrigno del passato e del “tradizionalmente accettato”. I confini non esistono per chi guarda l’orizzonte e dunque, io per prima, allargo le braccia e accetto il vento che arriva da luoghi lontani. Resto ferma nelle mie radici, e per nulla al mondo rinuncerei al Dna veneziano. Però questo non significa essere spinosi nei confronti del cambiamento che ci circonda.

3) Sei d’accordo con “Luminosi Giorni” che ritiene molto dannosa  la drammatizzazione dei mali della Venezia storica? E che questa drammatizzazione non faccia fare un passo alla comprensione reale del reale fenomeno urbano? Che ritiene dannosa una drammatizzazione frutto di un approccio solo percettivo alla realtà urbana e non contestualizzato nella “normalità” di tutti i centri storici d’Europa?

Venezia è unica. Il suo centro storico è irripetibile e per questo ha punti critici che nessun altro centro urbano può avere. Detto ciò, concordo che la lagna e la lamentela – che spesso accompagna coloro che in realtà non vogliono mai cambiare status – siano strumenti che strozzano il futuro. Ma tengo a precisare che il rispetto e la tutela del patrimonio architettonico ed artistico debba essere conservato e mantenuto con serietà e competenza. Spesso vado in Austria e Germania e mi mortifico guardando quanto riescono a fare le donne e gli uomini di cultura di questi Paesi avendo disponibilità di luoghi e spazi dove aprire dibattiti e confronti. Perché mai Venezia non solleva il capo e ruggisce? Venezia non è solo hotel di lusso e bacari per turisti. Venezia è una vecchia signora aristocratica che a mio modesto parere è in grado di vivere senza piagnistei.

4) Parafrasando e un po’ provocatoriamente ribaltando un titolo di un libro di Tiziano Scarpa, Venezia, dal ‘900 in avanti, anche sul piano identitario e quindi “culturale”, non è solo un “pesce”. Nel tuo rapporto con la città non la vedi piuttosto come un “pesce attaccato ad una corda tesa” che si protende da una terraferma che si allarga come un ventaglio ad ovest? Terraferma come settimo sestiere, diventato “un” (e non “il”) nuovo  centro cittadino,  in una città sempre stata policentrica, dalle origini ad oggi (e che non elimina i vecchi centri, ma ne aggiunge sempre uno nuovo)?

Francamente non ne farei un discorso geografico e neppure di limite dei confini territoriali. Ed è vero che alla Giudecca, dove sono nata e ho per fortuna ancora una casa, si dice “Vado a Venezia”, quando si intende prendere il vaporetto e andare a San Zaccaria. Il fatto è che Venezia è intesa come Piazza San Marco, Palazzo Ducale, etc. etc… e questo per il rispetto al cuore di ciò che rappresenta nel mondo intero. Nessun turista spedirebbe mai una cartolina con l’immagine di Porto Marghera o di Mestre, ovviamente. Ma una cosa è certa, l’ampiezza degli strumenti culturali non deve trovare limite geografico e culturale. Però bisogna anche saper “fare cultura”. Bisogna saper proporre azioni e progetti che facciano vivere la città, i cittadini e naturalmente anche il resto degli occhi che guardano il tesoro che abbiamo.