Conversazione con Paolo Ruffilli

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CONVERSAZIONE CON PAOLO RUFFILLI 

1) Scrittori, ma anche musicisti, intellettuali e studiosi che da Venezia e dal Veneto parlano al mondo hanno un merito che va riconosciuto. Quello di essere dei protagonisti, portatori di novità, da qui, vivendo qui e soprattutto producendo qui. Ti senti portatore di questa centralità veneziana e veneta nella produzione culturale della città e della regione?

Sì, di questa centralità veneziana mi sento parte. A maggior ragione, perché la mia è una scelta. Non sono uno che crede alle radici. Dovunque ti capiti di nascere, poi dipende da te scegliere il luogo che corrisponde al tuo essere. E, per me, è Venezia. Perché Venezia è radicata, eppure fluttuante. Viene dal passato e, dentro i suoi percorsi storici, veicola il futuro. È un punto fermo proprio perché mobile. E la deriva delle acque ha il suo peso in questo. È un luogo in cui si arriva da tutti i luoghi. Già nel Settecento, la città ospitava stabilmente venticinquemila stranieri, da tutte le parti del mondo. È una città del melting pot ante litteram, un incrocio di tutti gli incroci del mondo. E, proprio per questo, ha un’apertura fuori dal comune. Una città multiculturale, eppure fortemente culturale. Una città multilinguistica, eppure fortemente monolinguistica. La lingua veneta, come lingua di Venezia, è decisiva nello sviluppo stesso della lingua italiana. Per quanto mi riguarda, per il mio interesse letterario, sono approdato qui di fronte all’evidenza che, se la letteratura italiana nasce toscana, ha la sua piegatura moderna in virtù della lingua veneta.

2) Nel Veneto è possibile essere universali e locali, “glocal”, come usa dire oggi, anche identitariamente, come riusciva ad esserlo Zanzotto che poetava al mondo anche nel suo dialetto…. ? E’ possibile non sentirsi in periferia? Attraverso voi, uomini di cultura, la si può far finita per sempre con l’immagine del Veneto “Sacrestia d’Italia” (laddove la Sacrestia non alludeva solo alla religiosità popolare, ma anche alla perifericità del luogo)?

La fortuna del Veneto dipende da Venezia. È Venezia che ha consentito e consente al Veneto di non affogare nel localismo (che è sempre un limite, una riduzione di orizzonte, una mancanza di respiro ampio). Dunque, indipendentemente dalle sacrestie passate e presenti, il Veneto è sempre stato all’avanguardia, pur in presenza di retroguardie: capace di essere avanzato pur in mezzo a isole di arretratezza. Anche prima di diventare il laboratorio postindustriale d’Europa negli anni ottanta/novanta, quando ancora era poveramente la terzultima regione italiana, il Veneto aveva i suoi fari puntati in alto, verso il futuro. Il discorso sarebbe lungo e ha comunque ragioni storiche che si legano alla presenza di elite intellettuali. Non c’è solamente Venezia, che pure è il fondamento di tutto e attirava e attira creativi da tutto il mondo, ma ci sono state molte altre occasioni altrettanto importanti intorno. Un esempio per tutti: nel 1200, nella marca di Treviso, c’erano i da Romano e i da Camino, due delle dieci famiglie più potenti italiane dell’epoca, e accolsero qui quasi tutti i fuoriusciti della diaspora trobadorica. Quella dei trovatori era la intellettualità più avanzata e sofisticata del tempo e ha avuto le sue conseguenze. Non per caso a Treviso risiedeva la più vasta comunità di esuli fiorentini, e ci passava Dante, e ci si è stabilito suo figlio Pietro di Dante, e ci viveva la figlia di Petrarca…

3) Sei d’accordo con “Luminosi Giorni” che ritiene molto dannosa  la drammatizzazione dei mali della Venezia storica? E che questa drammatizzazione non faccia fare un passo alla comprensione reale del reale fenomeno urbano? Che ritiene dannosa una drammatizzazione frutto di un approccio solo percettivo alla realtà urbana e non contestualizzato nella “normalità” di tutti i centri storici d’Europa?

La drammatizzazione fa parte della farsa quotidiana soprattutto politica e ha come suo scopo quello di alzare il polverone a coprire e nascondere responsabilità. Diciamo le cose come stanno: Venezia ha avuto pessimi amministratori da decenni a questa parte. Del resto, come la gran parte delle nostre città. Politici attenti a ben altro che all’interesse comune della città e della sua collettività. Faccendieri, uomini di potere, esibizionisti… in ogni caso, cinici o incapaci. E, nonostante tutto, Venezia ha la fortuna (assicurata dalla sua natura anfibia e dal suo passato) di limitare i danni e di non avere miracolosamente tutti i problemi che hanno i grandi centri storici in Europa, pur avendone qualcuno di grande e tipicamente suo.

4) Parafrasando e un po’ provocatoriamente ribaltando un titolo di un libro di Tiziano Scarpa, Venezia, dal ‘900 in avanti, anche sul piano identitario e quindi “culturale”, non è solo un “pesce”. Nel tuo rapporto con la città non la vedi piuttosto come un “pesce attaccato ad una corda tesa” che si protende da una terraferma che si allarga come un ventaglio ad ovest? Terraferma come settimo sestiere, diventato “un” (e non “il”) nuovo centro cittadino, in una città sempre stata policentrica, dalle origini ad oggi (e che non elimina i vecchi centri, ma ne aggiunge sempre uno nuovo)?      

La mobilità è la garanzia della tenuta: continua solo ciò che si trasforma. È l’elasticità il segreto della vita. E Venezia appunto si è sempre dimostrata capace di inventare la soluzione (il mare, l’oltremare, la terraferma) che consentisse di durare… è riuscita perfino a far convivere l’archeologia architettonica più raffinata e la fantascienza industriale di Marghera. Continuerà in questa sua capacità di variazione, io credo. Restare fermi, credere di conservare: ecco il principio della fine. Ma non è un’ottica facile per gente come noi italiani, allevati all’ombra del totem del Passato.