Schei e partitocrazia: così fan tutti

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Quasi in simultanea a livello nazionale e a livello cittadino si sono imposte vicende di presunta corruzione o di appropriazione personale di denaro che hanno coinvolto nelle indagini esponenti dell’attuale Partito Democratico. Vicende di natura molto diversa tra loro, in parte risalenti agli antenati dell’attuale Partito, vale a dire Diesse e Margherita, per quanto con ricadute nel suo presente o nel passato prossimo, almeno per ciò che riguarda presunti finanziamenti illeciti a campagne elettorali anche recenti. I fatti nazionali sono noti, quelli locali sono noti solo a Venezia e nel Veneto, non avendo per ora travalicato nei mass media le frontiere regionali.

Da copione immediate, nazionali e locali, le prese di distanza da parte delle dirigenze del Partito, gli scaricabarile, i “non sapevo“ e i “noi non c’entriamo”; oppure, prima ancora degli accertamenti, il far passare buste contenenti decine di migliaia di euro come innocenti sostegni elettorali volontari, quasi una colletta da dame San Vincenzo . Ora le vicende sono abbastanza confuse e difficili da ricostruire per essere interessanti di per sé.  E soprattutto, come si usa dire, la giustizia farà il suo corso e un indagato è presunto innocente fino a sentenza, eccetera eccetera. Ciò vale a maggior ragione per il Partito di cui l’indagato fa parte o è iscritto e che può effettivamente non essere responsabile, nonostante la colpevolezza dell’iscritto medesimo.

Ma non è questo il punto. E’ che queste vicende sono utili invece per ciò che ancora una volta dicono dello stato della nostra politica, su chi la dirige, soprattutto su chi la occupa, occupando poi, attraverso la politica, le istituzioni.

Una parola sul PD. E non a cuor leggero, soprattutto per chi ci ha creduto.

Dimostra una volta di più, ma i disincantati lo sapevano da un bel po’, di aver ereditato molte delle caratteristiche, e non le migliori, della partitocrazia della Prima Repubblica e della Seconda nella sua lunga gestazione. A prescindere dai presunti reati, perché il costume di far girar soldi e tanti, fossero, come potrebbero benissimo essere, anche legali, è in linea con un certo modo cinico di intendere la politica.

E’, il PD, un ‘apparatone’ insediato ormai stabilmente in una vasta area strategica di centro sinistra, un ‘apparatone’ in grado ormai con una certa regolarità di intercettare consensi e voti in modo piuttosto consistente, con percentuali ormai stabilizzate intorno al 28/30% nazionale, ma anche molto oltre in alcune aree geografiche; sarà pure diviso come linea, ma, lo rileva di recente anche Diamanti, non sembra flettere poi troppo in questa fase di sfiducia generalizzata, nonostante divisioni di linea e soprattutto a livello locale con una ‘non linea’. E lo si può ben capire che non fletta troppo: è insediato quasi vivendo di rendita su una collocazione politica strategica che obiettivamente non ha alternative per l’elettore che continua ad autorappresentarsi per aree politiche e per schemi ancora, nonostante tutto, ideologici, secondo l’obsoleto ma ancora vitale sistema binario sinistra/destra. E’, il PD, per questo, un ‘apparatone’ che occupa settori di potere a tutti i livelli, anche quando è all’opposizione.

Ha una base con molto volontariato umanamente ricco e positivo, con dei valori spesso eticamente ineccepibili, anche partecipe con orgoglio e passione, in totale buona fede; ma nello stesso tempo questa base attua una sistematica rimozione sui quotidiani comportamenti e sulle logiche dei suoi vertici a tutti i livelli territoriali, dal quartiere, dal circolo fino al livello romano e nazionale; ed evita di andare a fondo su quanto la casta interna usi strumentalmente il volontariato politico che essa disinteressatamente offre, il vasto consenso elettorale che non ha alternative, e quindi questa notevole forza sociale, per gestire un potere che si autogenera e, al contrario della base, eticamente molto discutibile. Al più la base manda segnali con le primarie votando l’outsider, ma alla fine elettoralmente vota comunque la lista di partito e come militanza rientra  docilmente a casa. L’uso spregiudicato del potere poi può anche portare alle presunte degenerazioni di cui si ha notizia in questi giorni. Ma non deve destare meraviglia. Non ‘la’ politica in sé, ma questa politica partitocratica, l’occupazione e il mantenimento del poterecosta tanto anche per il PD e costava per i suoi antenati. E si attua e si attuava con uno scambio, anche in tutte le situazioni in cui apparentemente non c’è nessun metodo illecito: nomine politiche, non certo secondo merito e competenza, in tutti i posti di comando possibili – municipalizzate, fondazioni, enti -, logiche spartitorie, occupazione del potere, anche arricchimento personale all’occasione, perché no?, e, quando capita se necessario, finanziamento politico. Tante volte, e sono la maggioranza, l’occupazione del potere può fare anche a meno dei soldi e questo vale soprattutto per il correntismo interno: fedeltà al tale o talaltro capobastone in cambio di posti, in cambio di nomine così conquistate dalla tale o talaltra corrente, a scapito delle altre, o anche favori magari assolutamente ‘leciti’ nel lavoro e nel sostegno sociale. E’ l’antico sistema del baratto, che funzionava benissimo prima che esistesse il denaro.

Questo schema può essere visto come eccessivamente tranciante, è sicuramente imperfetto, ma si sorregge su non poche prove e innumerevoli testimonianze dirette di vita vissuta internamente. E’ utile per provare a capire il sistema generale della politica italiana e soprattutto non va sicuramente riferito solo al PD; che comunque nella corruzione e negli appropriamenti illeciti, da cui era partita questa riflessione, ha manifestato nella sua storia una casistica ben più contenuta di altri partiti. Lo schema è invece applicabile in generale perché tutte le formazioni politiche italiane nazionali e locali non sono immuni da logiche partitocratiche, di cui la corruzione è solo un aspetto, seppure il più grave in assoluto.

I partiti costituiscono tutti senza eccezione una parte del più generalizzato sistema oligarchico che governa la società italiana non solo nella politica, ma in tutti settori che contano, dall’economia alle professioni, persino nella cultura e nelle Università. A dispetto della loro presunta funzione partecipativa, se lo schema descritto ha un senso, i partiti, tutti, sembrano essere oggi non uno strumento della democrazia, ma il principale impedimento della Democrazia; mentre il massimo che, con piglio severo, si sente dire è che vanno riformati. Nessuno sembra riflettere sul fatto che in sé, per la loro logica, anche nel migliore dei casi, costituiscono un impedimento per la democrazia, un corpo intermedio di cui un cittadino moderno e adulto potrebbe finalmente fare a meno per partecipare alla politica. Eppure, nella vulgata, nel pensiero diffuso degli addetti ai lavori e di chi se ne intende o dice di intendersene, sembra al contrario che comunque nella democrazia i partiti siano necessari. Nonostante la Costituzione Italiana dedichi loro un articoletto di tre righette (il 49), come diritto, ma non certo come via obbligata della partecipazione dei cittadini; e soprattutto non menzioni minimamente il fatto che essi possano o debbano entrare nei meccanismi elettorali e nei relativi organi elettivi con visibilità ufficializzata e istituzionalizzata. Da quel che si legge in quell’articolo l’organizzazione dei partiti potrebbe benissimo consistere, come tutte le normali associazioni, in libere forze di appoggio esterne a persone che poi, una volta elette, agiscono senza limite di mandato, come è pure chiaramente e sacrosantemente scritto nella Costituzione all’art. 67. Visto che a quel punto rappresentano solo e soltanto la Nazione. Tutta. Al massimo questo. Sarebbe un sogno, l’inizio di una nuova era, la fine di una glaciazione. Per ora basterebbe approssimarsi a questa utopia con qualche passo significativo.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.