Politici, il tempo è scaduto

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Gigliola Ibba, l’8 ottobre 2011, ancora in epoca berlusconiana, pubblicò a pagamento un’intera pagina del Corriere della Sera contenente una pesante denuncia contro i partiti politici italiani. La pubblichiamo in calce, perché è ancora attualissima. L’unico neo a parer mio è il titolo dell’appello: “Politici, il tempo sta per scadere”. Perché l’impressione è invece che il tempo è già definitivamente scaduto per i politici dei partiti e che anzi l’errore è di aver dato il nostro tempo ai partiti da quando esiste la democrazia moderna. Mi auguro che questa sia anche la convinzione dell’associazione che allora fu fondata a seguito di quella pagina e che ha un bellissimo nome, ‘Etica sempre’.

Libertà e Giustizia (da ora LG), l’Associazione che da ormai dieci anni opera in Italia in difesa dei valori Costituzionali, soprattutto quelli rappresentati dal nome stesso che si è data, ha voluto con un grande incontro tenuto all’inizio di Marzo a Milano al Teatro Smeraldo lanciare un messaggio forte e chiaro ai protagonisti politici del nostro paese. Lo ha fatto cogliendo l’occasione del decennale della sua fondazione e quindi con una grande visibilità. LG, per bocca di uno dei suoi massimi esponenti, Gustavo Zagrebelsky, ha respinto l’immagine che talvolta le viene attribuito di essere portabandiera o uno dei portabandiera dell’antipolitica. LG ha sottolineato di essere non contro la politica, ma contro questa politica di potere e corrotta che alberga in molti se non tutti i partiti. E di farlo in nome di una politica pulita e onesta, partecipata e realmente democratica, l’unica politica possibile per invertire la situazione di deriva etica che pervade l’Italia. E fino a qui mi pare di poter sposare in pieno l’appello dell’associazione a riformare profondamente la politica.

Eppure anche LG alla fine resta dentro lo schema che assegna comunque a questi partiti politici la responsabilità di essere i veicoli principali del confronto politico. Perché a loro alla fine si rivolge. Non solo a loro certo ma anche a loro. Anzi ai partiti si rivolge chiedendo loro di autoriformarsi e di cambiare rotta. E su questa possibilità è lecito esprimere riserve corpose. Riserve intendo sulla riformabilità dei partiti. I partiti non possono riformarsi perché andrebbero contro se stessi, non sono predisposti per fare altro se non quello che fanno. E’ l’equazione politica=partiti a essere il vero equivoco su cui si fonda la partecipazione politica. Perché ormai è chiaro che i partiti da quando esistono si sono fondati su un altro presupposto con il quale sono sempre stati coerenti, vale a dire l’occupazione del potere da parte della loro classe dirigente autolegittimata da sé e autoreferente; e comunque portatrice degli interessi di una parte.

E’ proprio il termine ‘parte’ ad essere la radice autentica della parola partito, participio passato di partiri, che significa dividere (guarda un po’). La partecipazione non c’entra nulla, ma proprio nulla nel termine. La ‘parte’ è sempre stata disposta a tutto pur di far prevalere l’interesse appunto parziale, la ‘parte’ è contraria al bene comune con cui è in evidente contraddizione, perché infatti vuole dividere o da cui vuole dividersi. Quindi stracciarsi le vesti sulla corruzione partitica, confermata dalle ruberie accertate in questi ultimi giorni, è una reazione comprensibile ma in fondo ingenua, perché rimuove la ragion stessa dei partiti, che li porta per loro natura a fare proprio così. Sarebbe invece utile e necessario che associazioni come GL e tutti coloro che hanno a cuore la politica come partecipazione, ma anche fondata sul meccanismo della delega a persone credibili e competenti, facciano lo sforzo di immaginare una nuova stagione dove le formazioni partitiche compiano non uno , ma cento passi indietro, lasciando libera la piazza alle persone; non ai dittatori o al leader, alle persone.

Ancor più ingenua e irrealistica questa prospettiva?

Si potrebbe infatti obiettare che chiedere loro di togliersi di mezzo è chiedere ai partiti un suicidio ancora più irrealistico della loro riformabilità, senza contare che i rischi per la democrazia provocati da un vuoto del genere potrebbero essere altrettanto forti. Qualcuno potrebbe anche mormorare che tenerseli così come sono o con qualche ritocco è meglio che lasciare la piazza libera per gli arruffapopolo e gli imbonitori, ne sappiamo qualcosa. Eppure cercare di toglierli di mezzo è una strada che vale la pena di percorrere perché il momento è favorevole per la sfiducia generalizzate dell’opinione pubblica nei loro confronti. Come? Bisognerebbe costringerli attraverso una radicale riforma elettorale a uscire dalla visibilità istituzionale. Con un sistema maggioritario a doppio turno nei collegi si presentano persone con le loro facce. Chi le sceglie? Si autocandidano liberamente, raccogliendo le firme necessarie. Se poi gruppi politici, associazioni, clubs vorranno sostenerli nella campagna elettorale, lo potranno fare dall’esterno. Come costringerli? Minacciare un astensionismo di massa e appoggiare un comissariamento ad interim com’è l’attuale governo, più o meno ricalcando lo scenario che Gigliola Ibba descrive nel finale dell’appello ricordando il Belgio; la cui situazione economica è migliorata proprio con un lungo anno sabbatico senza politica partitica.

 

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
  • fabio de Battisti

    Buongiorno, tutto condivisibile ma penso che il vero cambiamento avvenga dall’interno di tutte le istituzioni e li è giusto coinfrontarsi e se necessario scontrarsi. Considero troppo facile cavalcare l’insoddisfazione … È questo l’invito che faccio a lei e a tutti coloro che la pensano come lei.
    Buona giornata e buon lavoro! Fabio De Battisti

  • Carlo Rubini

    La ringrazio, ma vedo che non sono riuscito a spiegarmi, colpa mia. Ho in massima considerazione le istituzioni pubbliche della democrazia così come le vuole la nostra Costituzione. Ma i partiti politici non sarebbero proprio un’istituzione pubblica, ma, se capisco bene, un ente, un’associazione privata nella misura in cui rappresenta una parte dei cittadini. Sono una possibilità legittima di associarsi per partecipare, ma non sono la via obbligatoria per la democrazia. Quindi confronto, scontro benissimo, dentro le istituzioni benissimo. Le istituzioni che conosco e riconosco sono gli organi rappresentativi della Repubblica a tutti i livelli territoriali che si sintetizzano nei tre poteri, con tutti i loro derivati, annessi e connessi. Tutto il resto è semmai un valore aggiunto utile, ma non indispensabile, mentre da sempre le nostre leggi elettorali dal dopoguerra in poi ne fanno un passaggio obbligato della rappresentatività. Dopodichè la soluzione migliore non è certo facile, Carlo Rubini