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In Italia il finanziamento pubblico ai partiti è stato (politicamente) interrotto dalla vittoria plebiscitaria di un referendum, che richiamò l’attenzione su alcuni articoli di una legge degli anni Settanta che legittimava l’elargizione  di finanziamenti pubblici ai partiti politici. La questione politica, però, come la storia recente intorno agli scandali di Lega Nord e Margherita ha ben dimostrato, non si è tradotta in una risposta legislativa coerente. Come è noto, la funzione abrogativa di un referendum popolare, proprio perché  abrogativa, può solo annullare l’efficacia di una norma, ma in questo caso non ha potuto evidentemente  frenare le istanze antidemocratiche della partitocrazia nostrana, che sono conseguite a quel referendum: una nuova legge, che manteneva la sostanza, ma ne cambiava la forma; rimborso elettorale invece che finanziamento.
Se prima della nuova legge i partiti disponevano di un finanziamento preventivo per finalità elettorali e di sostentamento del partito, oggi questa disponibilità economica da parte dello Stato viene rilasciata a seguito delle spese, più o meno dichiarate, che il partito sostiene.

Ma esiste davvero una differenza reale tra le due formule appena brevemente descritte? A me (ma non solo a me) non pare. Gli scandali, di cui si è accennato sopra, hanno dimostrato,  con evidenza fin troppo dettagliata, come il sistema dei rimborsi elettorali sia nei fatti una forma di finanziamento posticipato (appunto un rimborso), privo di alcun controllo sui bilanci reali dei partiti. Il regime giuridico che dovrebbe regolare la trasparenza dei bilanci e una certa limitazione nella spesa privata della politica all’interno dei partiti è totalmente assente: libertà di spesa, garanzia di rimborso.

A fronte di questa verità, imbarazzante nella sua palese manifestazione pubblica, l’unica conclusione che se ne può trarre è di natura formale nel senso delle regole democratiche. Il sistema rappresentativo della nostra democrazia (almeno in Italia) è intrinsecamente schizofrenico, contraddittorio nelle sue espressioni rappresentative e partecipative (è una verità evidente da tempo). Se da una parte esiste una espressione popolare, per quanto ‘distruttiva’ nella sua veste di istituto abrogativo, che si esprime in una certa direzione, dall’altra parte esiste per converso una rappresentanza parlamentare democraticamente eletta, solitamente dagli stessi, e che legifera in direzione diametralmente opposta, aggirando nei fatti con una nuova legge, un’abrogazione che viene percepita come un ostacolo alla propria volontà politica.
Per quanto paradossale possa sembrare, la questione sul finanziamento pubblico dei partiti si mostra come il sintomo lieve di una patologia sistemica ormai inglobata nell’organismo della nostra democrazia presente.

Infatti trovo piuttosto curioso e contraddittorio l’atteggiamento indignato di gran parte dell’opinione pubblica in quel tentativo di smarcamento autoassolutorio e di condanna verso questo stato di cose; è l’atteggiamento di chi forse sa di avere una responsabilità elettorale effettiva ma non lo può ammettere neppure a se stesso: difatti la maggioranza che ha abrogato la legge sul finanziamento pubblico ai partiti è probabilmente la stessa che ha poi eletto la maggioranza che ha varato la legge ‘truffa’ sui rimborsi elettorali e che contraddice la scelta abrogativa.

Mi sembra utile dunque ricollocare il problema dei finanziamenti pubblici alla politica all’interno di un discorso più ampio sulla relazione problematica tra società civile e politica, come si è visto spesso incoerenti tra ciò che vogliono o dicono di volere e ciò che fanno. Ma con un’avvertenza: se le ragioni di aiutare o meno la politica con una certa forma di finanziamento pubblico deve dipendere dalla scelta collettiva di chi poi questa politica la vive e la sostiene in modo più o meno diretto, credo che una discussione aperta sulle possibili scelte da fare in questo senso abbia una sua logica; se invece l’autoreferenzialità della politica autogestisce ogni forma di discussione interna sulla razionalità o meno di legittimare un possibile finanziamento pubblico a se stessa, mi sembra fin troppo inutile e controproducente dedicarvi trasmissioni televisive , dibattiti e pagine di giornali; per una questione, in questo caso, su cui concretamente non si ha capacità e possibilità di intervenire.

Pietro Rubini abita a Padova. Si è laureato in Filosofia e lavora per una cooperativa sociale in qualità di insegnante/tutor (DSA). Oltre a Luminosi Giorni scrive e collabora con altre testate web.