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I cosiddetti extracomunitari non sono più un fenomeno marginale ed episodico della nostra società. Sono una realtà tangibile e diffusa. Nelle città grandi e piccole ci sono addirittura intere comunità d’individui provenienti da parti del mondo vicine e lontane, in cerca di una vita migliore.

Col crescere di questa presenza si è andato diffondendo tra i nostri concittadini un nuovo passatempo: quello di sentenziare su quali siano le caratteristiche peculiari, diciamo così le specifiche “etniche”, di questi o quegli “extracomunitari”: i cinesi sarebbero fatti in questo modo, mentre i magrebini invece hanno queste altre caratteristiche; e gli albanesi sono così, i filippini sono in un’altra maniera, i moldavi – ah non parliamo dei moldavi, e i senegalesi avrebbero chissà quali caratteristiche, e gli ucraini hanno le proprie, e via di questo passo.
Quasi sempre si tratta di giudizi negativi o almeno sminuenti e riduttivi. Se non sono ancora razzismo, poco ci manca. Il confine tra ciò che non è e ciò che è razzismo è tanto labile quanto diffusa è la confusione tra due piani che andrebbero invece distinti: la cultura e la natura.

A volte i pregiudizi e le semplificazioni sono così radicate che impediscono di vedere la semplice realtà. Ma chi come me ha avuto la ventura d’insegnare per tanti anni ad adolescenti nella scuola pubblica, si è fatta un’altra idea, che alla fin fine è una grande banalità: ma a volte le cose che abbiamo davanti agli occhi sono quelle che più ci sfuggono.

Cominciamo dagli studenti “nostrani”: come sono gli studenti italiani? Una domanda veramente stupida, in effetti. E’ ovvio che gli studenti italiani sono come sono: ce n’è di tutti i tipi. Però una cosa si può dire, è quasi una costante. Gli studenti svogliati, riottosi, indisciplinati, con cattivi risultati scolastici sono quasi puntualmente (il quasi è d’obbligo) quelli che hanno il vuoto alle spalle: famiglie per qualche motivo assenti, genitori in tutt’altre faccende affaccendati, padri e madri a mezzo servizio, messaggi degli adulti contraddittori o nulli sull’importanza dello studio e della scuola e via di questo passo. E gli alunni migliori hanno (di solito) alle spalle famiglie calde, rassicuranti, coerenti, che sorreggono, accompagnano (e pongono anche divieti).

Il che equivale a dire che l’ambiente ha un’incidenza rilevantissima nella formazione dei caratteri. L’ambiente familiare, anzitutto. Poi l’ambiente sociale, anche. E pure l’ambiente “culturale” ha il suo peso: ove per cultura s’intenda, in senso antropologico, l’insieme di valori e disvalori, priorità e pregiudizi in cui si è cresciuti. Dunque anche il paese di provenienza, la “cultura” in cui si è stati allevati, avrà certo il suo peso. E tuttavia…

Tuttavia, gli alunni straneri, alla fin fine, come sono? Ebbene, sono “diversi”… esattamente come tutti gli altri. Ho insegnato a filippini svogliati e filippini diligenti, marocchini menefreghisti e marocchini volenterosi, egiziani distratti e passivi ed egiziani impegnati e attenti. E così dicasi per moldavi, ucraini, rumeni, pakistani ed altri ancora. Gli alunni non si distinguono gli uni dagli altri per la loro nazionalità, ma sono, in questo senso, esattamente uguali a tutti gli altri alunni (e a tutte le persone). La differenza tra gli individui non ha niente a che fare con l’origine etnica e tanto meno con la fantomatica “razza”. I fatti s’incaricano sempre di dimostrare come le teorie su questo genere di pregiudizi siano bubbole e fole prive di fondamento. Alla fin fine, quelle che contano sono le persone, non le etnie. Siamo tutti egualmente diversi. Siamo tutti, potremmo dire, stranieri.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.
  • Mario Santini

    Viva la chiarezza!

  • Lorenzo Colovini

    Pur essendo totalmente schierato con te sui principi, e concordo assolutamente sul peso del background familiare e sociale. Vorrei tuttavia proporti un approfondimento. La conclusione del tuo scritto infatti è secondo “pericolosamente” irrealistica.
    Ti propongo un esperimento: prendiamo due scolaresche in gita, una romana e una, che so, sarda. Mettiamoli nella stessa situazione, per esempio un treno (o un autobus, un vaporetto, è lo stesso): Proviamo a misurare i.. decibel emessi dalle due scolaresche. Scommettiamo che gli studenti romani faranno una caciara almeno tripla dei sardi?..
    Ora, ho preso apposta un attributo neutro, nel senso che a taluni l’essere caciaroso può apparire un pregio (segno di simpatia, apertura, ecc.) e a talaltri un difetto (maleducazione, fastidio, ecc.). Ho comparato inoltre due soggetti entrambi italiani, quindi vicini per attitudini e mentalità.
    Ora, se riesco a cogliere la differenza tra entità che differisconosolo per la provenienza regionale, ti pare che questa non sussista se confrontiamo etnie diverse? E, così come la differenza si percepisce per un attributo neutro, perché non dovrebbe percepirsi per un attributo che neutro non è?
    Secondo me, negare quest’evidenza rischia di essere un boomerang (in questo senso quel “pericolosamente” di cui sopra) perché si appare come dei velleitari idealisti incapaci di vedere la realtà.
    A mio giudizio, il discorso va impostato diversamente: è lecito dire che “mediamente” i romani sono più casinisti dei sardi, per tornare al mio esperimento. Ma la chiave sta in quel “mediamente”. L’errore concettuale, da cui facilmente si degenera in razzismo, è trasformare questa constatazione diciamo “statistica” in un giudizio aprioristico sul singolo individuo. Singolo individuo che ha il diritto di essere valutato e giudicato per quello che è lui, non per l’appartenenza a questo o quel gruppo.
    In altre parole, è lecito dire “i romani sono casinisti” se sottintendo, ancora, “i romani sono, di norma, casinisti”. In quel caso faccio una constatazione statisticamente fondata. Se invece ad un romano mai visto ne’ conosciuto dico: “con te non voglio avere niente a che fare perché chi fa casino mi sta sulle scatole” agisco un pregiudizio. E questa è l’anticamera del razzismo.
    Sarei curioso di sentire il tuo parere in proposito.

    • Ivo Zùnica

      Non so valutare fino a che punto e in che misura la “cultura” (familiare, sociale, etnica) incida sulla personalità e sul modo di essere di un individuo. Penso che non si possa stabilire in generale e che vada valutato caso per caso. Posto che si conosca veramente a quali influenze, specificamente, un individuo è stato esposto. Mi limito a constatare che può essere fuorviante “leggere” una persona sulla base di caratteristiche (presunte) di tipo ambientale (famiglia, provenienza geografica, provenienza sociale, origine etnica). Mi pare semplicemente che l’esperienza mi abbia mostrato che certe virtù – diciamo – morali assai spesso prescindono da quel genere di contesto. Troppo spesso ho incontrato “belle persone” tra gli analfabeti e fior di delinquenti tra individui che provengono da ambienti “perbene”. Perciò ci vado molto coi piedi di piombo nello stabilire una qualche relazione diretta tra ambiente ed individuo. Credo che in questo genere di collegamenti si annidi un pericolosissimo germe di pre-giudizio. Naturalmente capisco benissimo che un individuo nato e cresciuto in un ambiente di marioli, sfruttatori e violenti ha minori possibilità di altri di non diventare un malavitoso…

      • lorenzo colovini

        Ivo, guarda che nel tuo primo articolo scrivi testualmente (e in grassetto) “l’ambiente ha un’incidenza rilevantissima nella formazione dei caratteri”… Adesso scrivi “vado molto coi piedi di piombo nello stabilire una relazione diretta tra ambiente ed individuo”. Boh..
        Comunque questo non c’entra con la questione che ti avevo posto, cui non rispondi evidentemente non ha acceso la tua attenzione. Peccato perché sarei stato curioso di sapere la tua opinione.

  • ivo zùnica

    Dal mio articolo dovrebbe essere chiaro che quando parlo di “incidenza rilevantissima” mi riferisco soprattutto (“anzitutto”) all’ambiente familiare e, in subordine, all’ambiente “sociale”. L’ambiente “culturale” o etnico lo metto, non a caso al terzo posto. Personalmente penso (ma posso sbagliare) che l’influenza di quest’ultimo sia dubbia, incerta e discutibile (anche se non la escludo), ma generalmente non determinante.
    Quanto alla tua ipotesi che le scolaresche romane siano “mediamente” più caciarone di quelle sarde, non saprei. Potrebbe anche essere. Il punto è che in questa fase il pre-giudizio da contrastare mi pare essere piuttosto questo (ci manca un pelo dal dire: è caciarone “perché” è romano) che non l’altro pregiudizio consistente nel dire: ognuno è quello che è a prescindere dall’ambiente da cui proviene. Perché anche questo, se esasperato, è un pregiudizio: Franti è un mascalzone perché è cattivo di suo (senza stare a vedere in che famiglia dissestata e ambiente degradato è cresciuto il povero Franti).
    Insomma, ciò da cui oggi dobbiamo stare in guardia mi sembra sia piuttosto l’equazione: albanese = imbroglione, ed altre simili amenità. E’ questo, oggi, il pregiudizio da contrastare. Non so se ho reso l’idea.