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INTERVISTA AL REGISTA ANDREA SEGRE

 

Una nota distintiva della Sua produzione documentaristica è il tema della migrazione. Ma in passato si è occupato anche di discriminazioni, minoranze, razzismo, differenze culturali ecc. Come si evolvono le tematiche nella sua produzione?

 

All’inizio del mio percorso registico mi sono occupato di storie di migranti, di storie individuali legate al Paese d’origine delle persone. Quando sono nato io, negli anni Settanta, ho assistito al cambiamento di rotta per il mio Veneto: da terra di emigrazione a terra di immigrazione. Assieme è cresciuto un movimento di diffidenza verso lo straniero, legato al consenso e al potere di alcuni gruppi politici. La mia necessità è stata quella di conoscere delle storie e dei luoghi prima a est dell’Europa poi a sud, per capire. Ho confrontato le storie di queste persone con l’attacco ai loro diritti dovuti all’aumento della xenofobia coltivata da una certa demagogia. Con il potere alla Lega, le regole applicate in società si sono dimostrate violente, arrivando a violare importati diritti. Da un lavoro di conoscenza, allora, il mio si è trasformato per forza di cose in un lavoro di denuncia, sempre attraverso il racconto di storie di vita individuali.

 

Film (fiction) e documentari, due generi diversi. Quali sono le potenzialità dell’uno rispetto all’altro (e le differenze)?

 

Mi piace molto giocare con le potenzialità e anche con i rischi dell’uno e dell’altro. Ci possono essere dei limiti del documentario che diventano sue caratteristiche. Ad esempio tipico del documentario è il racconto del reale con l’inserimento di personaggi particolari, troppo inusuali per la finzione. Nel mio documentario del 2007 “La mal’ombra”, uno dei protagonisti era un biker, scacchista appassionato di… insomma un personaggio che nella fiction non avrebbe funzionato già nella sceneggiatura. Rispetto al rapporto di verosimiglianza storica che il documentario deve rispettare, la fiction può prendersi una maggiore libertà. In ogni caso il racconto del reale e il rapporto con la fantasia creano degli spazi di contaminazione e libertà espressiva nei quali mi muovo, perché nell’uno e nell’altro genere ci sono funzioni che si completano a vicenda.

 

Nel film “Io sono Li” è evidente da un lato il funzionamento ricattatorio del sistema cinese nel nostro paese e dell’altro la chiusura, la ristrettezza della mentalità della piccola realtà di Chioggia. Alla fine però a rimetterci è sempre e comunque lo straniero (Bepi il poeta croato e la cinese Shun Li).

 

Il riscatto, la speranza c’è nella poesia di Bepi e nel figlio di Shun Li che alla fine arriva in Italia. C’è nell’andare oltre il sistema della paura, dei ricatti, c’è nella delicatezza, nel coraggio e anche nella debolezza di persone costrette a lasciare il loro Paese come unica alternativa per dare un futuro alla loro prole. La fatica di Shun Li è ricompensata dall’arrivo del figlio. Dobbiamo anche iniziare a pensare che conseguenze può avere lo svilupparsi di un sistema che impedisce gli spostamenti internazionali, di fatto provocando la nascita di organizzazioni che invece li favoriscono, a costi elevati. Probabilmente anche i nostri nipoti dovranno misurarsi da vicino con questi problemi.

 

Guardando il documentario “Mare chiuso” sale la rabbia, non possiamo sentirci fieri di essere italiani. Eppure tutto è successo, tutto è documentato. Come reagiscono le persone alla visione di questo documentario che tratta dei respingimenti italiani degli immigrati provenienti dalla Libia?

 

Gran parte degli spettatori confessa di non sapere, ma ci sono ancora molti italiani che continuano a pensare che i respingimenti siano giusti. L’humus culturale della paura fa giustificare, agli occhi di molti connazionali, le politiche del Governo. Invece queste politiche, a cui dobbiamo reagire, hanno prodotto della drammatiche conseguenze, come l’imbarbarimento del non rispetto dei diritti umani e civili che il mio cinema vuole denunciare. Oggi prendiamo atto che chi ha prodotto quella forma di potere è caduto vittima della propria stessa arroganza.

 

Arte e vita: l’esperienza di ZaLab si lega più alla seconda. Quali campagne/progetti sta portando avanti in questo momento?

 

ZaLab nasce da un’idea molto semplice e chiara: creare occasioni affinché le persone che vivono condizioni difficili abbiano la possibilità di raccontarsi. Al di là di me, altri collaboratori stanno portando avanti un progetto di un racconto in video del cambiamento della vita di alcune famiglie della provincia di Bergamo, a seguito della crisi economica. Un altro progetto internazionale importante è un corso di direzione di video rivolto a studenti tra Padova e Barcellona. Personalmente invece sto curando la produzione di un documentario sulla violazione dei diritti delle minoranze.