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Il terremoto. I lutti, la distruzione, lo spavento. I crolli, i feriti, gli incolpevoli che muoiono sotto le macerie. Lo sciame sismico e la paura che perdura. Non si può che rimanere attoniti e sgomenti di fronte alla incontrollabile forza della natura che si scatena. Il terremoto è il venir meno della più animalesca certezza che abbiamo, di un riferimento che sembra indiscutibile: la terra ferma sotto ai piedi.
Poi cominciano le polemiche. Ed è sacrosanta quella più ricorrente: possibile che in un Paese ultrasismico come il nostro gli edifici non vengano messi in sicurezza? Le case non siano costruite con idonei criteri antisismici? Questo è, giustamente, l’argomento che merita oggi la maggiore attenzione. Eppure…
Eppure, a cospetto di questo scatenarsi delle forze naturali un’altra riflessione non è fuori luogo. Essa riguarda il fatto che la natura è pericolosa, sovente ostile all’uomo (e agli altri viventi), non di rado micidiale. Troppo spesso ce ne dimentichiamo. L’era industriale in cui viviamo, a mano a mano che il dissennato e sconsiderato “progresso” rendeva invivibili le città abitate dall’uomo, ha fatto radicare nella nostra mente il mito della natura buona e bella.
Nella pubblicità, come nel senso comune, la parola natura e i suoi derivati sono ormai diventati sinonimo di positivo, di benefico, di desiderabile, di auspicabile. Torniamo alla natura. I prodotti buoni sono quelli “naturali”: basta la parola, per vendere (e vendersi bene), non se ne può quasi fare a meno. Cibi biologici, macchinari e processi che non inquinano, farmaci naturali ecc.
Tutte cose sacrosante, per carità. Ma sotto queste cose si nasconde un sistema di valori che fa della natura la panacea di tutti i mali. A volerla dir tutta, però, anche qui c’è un bel po’ di retorica e falsità. La “natura” stessa è in realtà un concentrato di mali, di fenomeni ostili all’uomo, di pericoli e veleni mortali. Facciamo un elenco? Sismi, eruzioni vulcaniche, inondazioni, maremoti, tornado, cicloni, alluvioni. E poi veleni (la natura ne è piena), belve di vario formato ed animali e piante letali. Gas venefici e radiazioni “naturali”, microbi e virus micidiali, malattie invalidanti ed atroci.
E allora? Allora niente: non c’è rimedio. La natura è così, bisogna rassegnarsi. Ci dà da vivere, ma ci dà anche tanto da morire o da soffrire. I terremoti non li governiamo. Non sappiamo quando arriveranno, né dove, né quanto devastanti saranno. E dunque? E’ forse del tutto inutile prenderne atto, sapere che non possiamo nulla contro di loro, contro la natura “matrigna” (come diceva il Poeta)? Sì, può darsi che esserne consapevoli sia perfettamente inutile.
Ma se saperlo ci aiutasse a vivere senza crederci i padroni dell’universo mondo, senza perderci dietro inutili ambizioni, senza dare importanza a cose transeunti, senza scannarci tra di noi per un nonnulla, ebbene forse saperlo (cioè rendersene avvertiti e consci) sarebbe un po’ utile. Ci farebbe ripensare al fatto che siamo tutti nella stessa barca, sia essa il pianeta intero o la nostra stessa condizione di uomini. Ci farebbe crescere in civiltà, anche senza il ricorso a metafisiche spiegazioni del mondo e relative etiche trascendenti.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.