Quali eccellenze nella scuola?

 •  3

By

Premiare i più bravi a scuola? Pare di sì. La valorizzazione dell’eccellenza scolastica sembra sia diventata un imperativo categorico. Addirittura è stata annunciata dal ministro della pubblica istruzione. E di primo acchito può sembrare una cosa sacrosanta.

In me, personalmente, questo proclama suscita delle perplessità. Non che sia una fautrice della mediocrità e dell’appiattimento. Come insegnante, mi sforzo di dare il meglio e faccio di tutto perché i miei alunni rispondano nelle forme adeguate. Ma spesso i risultati sono deludenti. E’ chiaro che, se tali sono le risposte, la scuola non ne esce molto bene e deve, come prima cosa, rivedere il proprio ruolo, la propria forza e la propria capacità di motivare gli studenti. Ma la scuola oggi deve fare i conti con un’accresciuta complessità di individui. Fa un certo effetto sapere di bambini delle elementari, delle medie, disabili, extracomunitari, culturalmente e socialmente svantaggiati, bocciati perché non sono in grado di svolgere alcune “performance”.

Certo, è compito della scuola e degli insegnanti misurare le competenze degli studenti. Ed è compito degli studenti studiare, responsabilizzarsi e sforzarsi di raggiungerle. Ma chi interviene in ambito educativo non può non tener conto della zavorra di problemi che ogni allievo trascina con sé. E deve sforzarsi in tutti i modi di smorzarne la carica distruttiva, rimuovendo gli ostacoli che si frappongono alla piena realizzazione di un percorso di studi. Lo sforzo comune che deve compiere la scuola è quello di dare spazio e visibilità ai peggiori, a quelli che non sono nati primi della classe. Eh sì, sa tanto di buonismo cattocomunista, ma è troppo facile misurarsi con le eccellenze, ignorando le frustrazioni degli ultimi. Semmai, dando loro la colpa di insuccessi e fallimenti.

Quando Asor Rosa parla di odiosi primi della classe, fa una chiara provocazione. Credo si riferisca al fatto che la scuola non riesce più a svolgere il suo ruolo di ascensore sociale. E la meritocrazia – sia pure sacrosanta in linea di principio – in un regime di povertà e di tagli, è un ritorno al passato perché rende la scuola sempre più elitaria. Un tempo si parlava di “pari opportunità” e di “uguaglianza nelle differenze”. Oggi ci si deve arrangiare. Le classi sono delle arene dove vige il principio darwiniano della sopravvivenza e dell’adattamento alle difficoltà. E in genere si adattano meglio coloro i quali hanno robuste impalcature di sostegno familiare e sociale.

Ben più difficile ma sicuramente più efficace sarebbe lavorare sull‘insuccesso di chi non fruisce degli stimoli adeguati in famiglia, di chi esercita un bilinguismo sottrattivo, dissociante, che divide la lingua del cuore e della pancia da quella delle comunicazioni formali. Ben più arduo sarebbe mirare al successo dei tantissimi – ormai – bambini che vivono e assorbono la precarietà della disoccupazione dei propri genitori e l’ansia di arrivare a fine mese.
Una campagna improntata solo alla valorizzazione delle eccellenze e che tenga in scarsa considerazione lo svantaggio reca con sé il rischio di infoltire la già nutrita schiera dei NEET (Not In Employment Education or Training), dei ragazzi, cioè, tra i 15 e i 24 anni che non studiano e non lavorano.

Non sono solo i bravi che vanno premiati: questi hanno già una motivazione intrinseca o una famiglia solida alle spalle. Una scuola, invece, che non è in grado di accogliere ed incoraggiare i più fragili è perdente, avvitata su se stessa, specchio di una democrazia che ha tradito i più elementari principi di giustizia sociale. Una riflessione più accurata, anche da parte degli addetti ai lavori, non guasterebbe…

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.
  • lorenzo colovini

    L’articolo è chiaramente una risposta al mio “l’insostenibile pesantezza della responsabilità” e mi sento in obbligo di replicare. Non voglio tediare te e gli lettori e vado per punti, cercando di essere sintetico.
    1. Apprezzo moltissimo, e non è una dichiarazione di maniera, la tensione emotiva che dimostri nei confronti degli ultimi, di coloro che partono da situazioni ambientali e familiari che li svantaggiano
    2. Nel tuo scritto dimostri (“troppo facile misurarsi con le eccellenze ignorando le frustrazioni degli ultimi”) di ritenere che il perseguire l’eccellenza in chi ne ha le possibilità e il seguire con passione e intelligenza emotiva chi è meno dotato siano attitudini alternative. Qui dissento. Commetti a mio parere lo stesso errore di Asor Rosa. Ti dirò di più: penso che siano in un certo senso la stessa cosa. Per chi è vissuto in una casa in cui non esiste un libro che sia uno, dove magari non si parla in italiano, riuscire, che so, a commuoversi con “Il passero solitario” ha lo stesso valore di chi, cresciuto in un ambiente colto e stimolante, traduce Senofonte come un insigne grecista. È lo sforzo, l’applicazione, la tensione all’eccellenza (mutatis mutandis), quello che conta. È proprio il sapere/volere riconoscere il merito, appunto commisurato alle condizioni “di partenza”, che consente alla scuola di essere un fattore (solo uno dei tanti, naturalmente) che favorisce l’ascensore sociale
    3. Fai delle affermazioni apodittiche e a mio parere eccessivamente tranchant. Per esempio: “la meritocrazia rende la scuola sempre più elitaria”. Non è vero: la meritocrazia, se correttamente agita come ho cercato di descrivere al punto precedente, è un elemento propulsivo per il miglioramento del livello medio della classe
    4. Infine, e mi scuso per l’autoreferenzialità, vorrei precisare che nel mio articolo (che ricordo riportava considerazioni esperite in due licei, non in scuole di frontiera) me la prendevo proprio con quei ragazzi che pur disponendo di tutte le precondizioni (famiglia, contesto sociale, ecc.) per poter aspirare non dico all’eccellenza ma almeno ad essere .. promossi, si acquattano in una condizione di mediocrità assoluta, non sentendo minimamente la responsabilità del loro agire e dei loro risultati. Tutto un altro paio di maniche, come spero comprenderai
    Ti saluto caramente.

    • lorenzo colovini

      PS quel “gli lettori” all’inizio è una svista.. uno parla tanto di eccellenza e poi si sputtana così…
      :-)

      • Annalisa Martino

        E’ vero: sei un po’ autoreferenziale ma ti si deve riconoscere il merito di dare pepe ai dibattiti. Individui, senza indugi e con la dialettica degna di un Gorgia da Leontini, quelle che sono le mie argomentazioni che collidono con le tue, ma non sei sfiorato dal dubbio: il mio articolo, forse, non voleva essere solo una risposta al tuo. In realtà l’avevo già in qualche modo partorito prima di leggere “L’insostenibile pesantezza della responsabilità”. Naturalmente mi hai offerto degli ulteriori spunti, ma la struttura di base era già presente, perché si tratta di un problema tanto vecchio quanto attuale che anima quotidianamente i nostri consigli di classe. Se hai notato, infatti, me la prendo con tutti quegli insegnanti senza scrupoli che fanno della bocciatura la loro unica strategia di compensazione didattica.
        Apprezzi la mia tensione emotiva (forse c’è dell’altro… della consapevolezza professionale, per esempio… ma questo è irrilevante) verso gli ultimi e me ne dai atto, ma mi rimproveri di vedere la valorizzazione delle eccellenze e l’attenzione allo svantaggio come un insanabile ossimoro. Non pensavo che la lingua italiana potesse essere così ambigua! Non vedo affatto i due atteggiamenti in antitesi. Dico solo che il primo non può prescindere dal secondo. Non possiamo valorizzare le competenze se prima non abbiamo messo tutti nelle condizioni di apprendere. E di insegnanti che preferiscono ricorrere alla bocciatura (mandando a ramengo questo sacrosanto principio di deontologia professionale), se non hanno davanti a sé dei geni – credimi – ce ne sono tanti! Mi dici che faccio delle dichiarazioni apodittiche quando metto in relazione meritocrazia (“sacrosanta, in linea di principio”) e scuola elitaria. Ti è sfuggita, però una conditio essenziale che pongo in essere perché questa bizzarra equazione avvenga, che è il regime di tagli e di scarsi investimenti, in cui si vuole attuare la meritocrazia nella scuola italiana.
        Quanto alla tua tesi, concordo pienamente sull’ultimo punto che hai citato, su cui, nell’articolo, non mi sono soffermata per un’esigenza di brevità. È vero, molti ragazzi oggi sembrano essere immuni dal senso di responsabilità di fronte agli impegni scolastici. Titolari di diritti sempre più estesi, si aggrappano sempre più spesso al salvagente delle ripetizioni private, compensando, in extremis, il loro disimpegno. La famiglia, in questi casi, offre una solida rete di protezione che consente di andare avanti e ottenere talvolta dei risultati anche brillanti. E la scuola diventa un luogo meramente accessorio per la loro crescita.
        Prima di premiarli, questi studenti, desidererei aiutare (e premiare anche) quelli che vedono ancora nella scuola un veicolo di emancipazione sociale. Una rilettura di Don Milani non guasterebbe, ti assicuro….
        Ti giungano i miei saluti.