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“Le tasse sono una cosa bellissima”. Così all’incirca ebbe a dire, non molto tempo fa, un ministro della Repubblica. Apriti cielo! Tutti subito a dargli addosso. Certo, l’uscita forse fu un po’ infelice, in un paese come l’Italia, in cui la pressione fiscale tocca livelli a volte grotteschi, mentre il ritorno per i cittadini, in termini di servizi, è spesso dubbio.
Eppure il senso di quelle parole era chiarissimo: le tasse sono una cosa bella perché sono uno dei fondamenti della cittadinanza democratica. Ciascun cittadino concorre, in ragione del proprio reddito, alla “cassa comune”, a finanziare quel bene pubblico, che, come dice la parola, è di tutti e serve a tutti.
Dunque perché mai gli individui di origine straniera che lavorano regolarmente in Italia (e ce ne sono tanti) e che pagano le tasse in Italia non dovrebbero vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana e anche i conseguenti diritti politici? Essi sono a tutti gli effetti cittadini italiani.
Ma che tale cittadinanza venga addirittura negata ai loro figli nati in Italia pare davvero troppo. Un bambino nato e cresciuto in Italia, per quanto sia partecipe, nell’ambito familiare, della cultura e della lingua dei suoi genitori, è, a tutti gli effetti, un bambino italiano: ha fatto in Italia le sue esperienze formative, parla e pensa italiano (se così si può dire) tanto quanto – e spesso meglio – dei suoi coetanei che hanno genitori italiani. E beato lui che può trarre contemporaneo nutrimento spirituale da due culture diverse.

 

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.