Asticelle, calligrafia e tablet

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Mezzo secolo fa, quando a scuola c’era ancora la pedana (di legno) sotto la cattedra e si scriveva con pennino e calamaio (io me lo ricordo), i maestri e le maestre vessavano i “primini” con le famigerate “asticelle”. Si trattava di tracciare sul foglio segmenti obliqui e poi cerchi e cerchietti per un interminabile numero di pagine e di giorni. Vera tortura didattica, per i fanciulli. Oltretutto i segni andavano eseguiti con pennini grondanti o schizzanti un nerissimo quanto indelebile inchiostro. Opportunamente tamponato, via via, con apposita carta assorbente.

Questa severa disciplina era ovviamente propedeutica a ciò che con noto pleonasmo veniva chiamato “bella calligrafia“.
Oggi leggo sovente manoscritti di adolescenti (e non dico bambini) che sono raccapriccianti dal punto di vista grafico: nessuna contezza dei margini e degli spazi; caratteri – all’interno di un medesimo scritto – grandi e piccoli, inclinati verso destra e verso sinistra, col ricorso contemporaneo allo stampatello maiuscolo, a quello minuscolo e, qua e là, al corsivo stesso. Più qualche pittogramma in uso sui telefonini. Testi, peraltro, a tratti indecifrabili. Un vero obbrobrio, insomma, specchio di anime alla deriva.
Qualcuno obietta che sono all’incirca un ottuso conservatore, che tra poco gli alunni andranno a scuola senza libri, quaderni e penne, perché basterà loro, per far ogni cosa, una tavoletta elettronica o qualche ulteriore diavoleria tecnologica.
Ho qualche dubbio in proposito. Dubito cioè che un’invenzione tanto geniale del genere umano come la scrittura a mano sarà mai del tutto soppiantata (come non è stata soppiantata, a suo tempo, dalla macchina per scrivere): con la rudimentale tecnologia di un lapis e di un po’ di carta puoi parlare dell’universo mondo, se ci riesci.
Inoltre mi chiedo, pur senza vagheggiare anacronistici ritorni alle “asticelle“, se la cura della bella scrittura non fosse anche un esercizio di coordinamento spaziale, una disciplina di autocontrollo, di abitudine alla decenza e all’armonia, al rispetto per gli altri e per sé. Una palestra di moderazione, coerenza e precisione. Ma oggi sembra che tutto quello che è nuovo sia bello e tutto quello che è vecchio sia invece, per ciò stesso, superato. Sarà proprio vero?

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.