Le due letture della decrescita

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Si è conclusa domenica scorsa qui a Venezia la terza Conferenza Internazionale sulla Decrescita. Ha avuto un grande successo in città , soprattutto ha toccato le corde delle persone attraverso il suo indiscusso profeta Latouche. E’ un fatto di cui non si può non tener conto. In un’intervista apparsa su un giornale cittadino lo stesso Latouche afferma di non amare troppo il termine ‘decrescita’, indubbiamente efficace in una prima fase, e che ce ne vorrebbe adesso uno migliore. E gli si può dar ragione.

Infatti il primo commento che si può fare sulla decrescita è positivo. Se il concetto di sviluppo è legato alla sola crescita del PIL che a sua volta è legato alla crescita della ricchezza intesa come continua produzione di beni materiali, e di relativi consumi, ipotizzare un mondo con un contenimento dei beni materiali e dell’energia per produrli è l’unica ipotesi responsabile per non far implodere il pianeta. Una vita più sobria ne è la diretta conseguenza ed è un’altra ipotesi accettabile, per altro già sperimentata da molti. Non voglio neppure immaginare o considerare che cosa questo comporterebbe sul piano dell’occupazione industriale già in crisi, né che cosa questo possa significare per i paesi in crescita economica che stanno basando tutto, o molto, proprio sulla produzione materiale di beni. Andrebbe trovata come si dice la ‘quadra’ per rendere totalmente compatibili la salvaguardia ad un tempo del pianeta, del lavoro e della crescita economica, senza compromessi per nessuna delle tre . E’ una ‘quadra’ che va trovata per forza. Ma è un’altra storia.

Il dubbio sull’idea di decrescita mi viene invece a proposito di un’idea complementare di sviluppo, divenuta però la principale se non l’unica: sviluppo inteso come crescita di cultura, conoscenze, qualità della vita e sua durata media, crescita tecnologica nell’accezione più generale e positiva del termine, crescita di servizi di base per salvaguardare diritti primari. In questo caso l’auspicio è invece una continua crescita e diffusione nel pianeta in tutti questi ambiti e il termine decrescita diventa un boomerang, perché sono certo che questo tipo di decrescita non è certo nelle intenzioni dei suoi promotori. Che invece sono più consapevoli nell’associare la lentezza alla decrescita. E qui mi trovo in totale disaccordo con loro. Vale a dire con il voler associare a tutti i costi alla decrescita di beni materiali la lentezza come unico valore e, sembra sottinteso, la decrescita della velocità per tornare ad essere lenti, si presume nello spostarsi e nei mezzi di trasporto. Almeno io l’ho capita così. Tant’è che una lumachina campeggiava come icona della conferenza di Venezia.

Chi sta scrivendo è per altro un camminatore e un progettatore di escursioni a piedi. Solo che, laicamente, non faccio della lentezza un dogma, ma un’opportunità buona che va ad affiancarsi alla velocità quando serve e mai ad escluderla. E’ superfluo ricordare che la riduzione continua e progressiva del tempo nel suo rapporto con lo spazio e il lavoro è stata alla base, dalla ruota in poi, della promozione non solo materiale, ma anche e soprattutto sociale e culturale dell’umanità intera. Liberare il tempo è una sfida che continua non solo e non tanto per gozzovigliare ad ostriche, scorrazzare in SUV, avere scarpe nuove e firmate tre volte al mese; ma anche per leggere un libro, ascoltare un concerto, stare di più e meglio con i figli e assistere un parente. Se oggi vado in treno a Roma in tre ore, contro le otto degli anni ’70, ne ho liberato cinque per fare queste buone cose. In questo caso il consumo di energia è ben speso; anche se forse il ‘localismo’ di Latouche lo porterebbe a sostenere l’inutilità di andare così lontani in un mondo futuro tornato a vivere in monadi autosufficienti. Ma ovviamente anche su questo dissento totalmente. Quindi che la velocità di spostamento, non tanto delle merci, che dovrebbero interessarci sempre di meno, ma delle persone continui a crescere come opportunità, data possibilmente senza limiti precostituiti e ovviamente senza che l’ambiente ne risenta in nessun modo. Credo che questa compatibilità nel secondo decennio del 2000 sia assolutamente possibile.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.
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  • Mirco Rossi

    Caro Carlo, non uso mai la parola decrescita per motivi in parte diversi dai tuoi, ed esprimo il concetto usando la perifrasi meno sintetica ma più coerente “crescita impossibile e ricerca di un nuovo benessere”. Inoltre sono più che convinto che la “quadra” tra “salvaguardia ad un tempo del pianeta, del lavoro e della crescita economica, senza compromessi per nessuna delle tre” non esiste. Come l’indispensabile transizione alle energie rinnovabili (tutte “lente” in quanto totalmente dipendenti dal flusso solare, adattissmo allo sviluppo vegetale, al clima, al ciclo dell’acqua ma non certo confrontabili alla densità e alla concentrazione delle energie fossili) non ci permetterà più di muoverci o di esprimerci con grande velocità. Purtroppo bisogna addestrarci e rassegnarci a fare i conti con la realtà ineludibile dei “limiti” e della termodinamica. Al di là e oltre le nostre paure o i nostri desiderata.
    Ciao. Mirco Rossi