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Qualche mese fa, entrando in un tabaccaio a Mestre, sono stata fulminata da una sfilza di accendini con l’effige del duce. In quell’occasione, mi è mancata la parola per lo stupore. Ripensando alla storia del nostro paese, ai crimini compiuti dal fascismo, mi sono chiesta come fosse possibile la diffusione dell’immagine di un uomo che nulla di eroico ha da ricordare. Se non il peso di troppe croci. Così ho iniziato a notare che in alcune aree di servizio in autostrada, accanto a gagliardetti di Padre Pio e Stalin (tanto in questo paese fa tutto lo stesso. L’importante è essere noti. Non andiamo poi ad approfondire per cosa…), si trovano busti e gadget di ogni tipo con la figura volitiva del soldato Mussolini. L’ho trovato anche dietro il bancone di un oste su bottiglie in bella vista e in quadretti in sughero con slogan neri tipo Boia chi molla. Ma il culmine è stato quest’estate vederlo alla cassa, in un’edicola di Jesolo, in formato magnete accanto a quello del Che Guevara. Lì il mio senso civico ha avuto un conato: ho fatto notare l’obbrobrio al venditore che mi ha guardato in cagnesco facendo spallucce. Ma non esiste una legge sull’apologia del fascismo? Un paese che non fa i conti con la sua storia ha poche speranze e questi oggetti, che sembrano innocui  come le spallucce, sono il sintomo di qualche cosa di più profondo e oscuro su cui vigilare. Proposta: perché non stampare l’effige Don Zeno del giudice Livatino e di Placido Rizzotto… o le loro “rivoluzioni”, da non statisti, sono troppo piccole e oneste per l’Italia?

 

veneziano classe ’66, laureato in ingegneria a Padova è imprenditore nel settore della logistica, sia come agente marittimo che spedizioniere. È raccomandatario marittimo, broker assicurativo e direttore tecnico di agenzia viaggi. Ricopre la carica di presidente nazionale di Federagenti, l’associazione nazionale degli agenti raccomandatari. È consigliere regionale di Fiavet Veneto, l’associazione degli agenti di viaggio.