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Ci si  è mai provati ad interrogare seriamente sul significato autentico di “città culturale” e di “città d’arte”? Forse si potrebbero impegnare diversi anni di ricerca accademica per sviscerare la storia di quest’espressione così comune, ma secondo me mai realmente condivisa nella sua molteplicità di significati. Forse la questione di fondo si annida proprio nei significati stessi di arte e cultura, che in quanto tali, già di per sé così irriducibili a definizione da vocabolario, si aprono a una ampissima sfaccettatura di possibili orientamenti di significato. Abbandonando però la ricerca scientifica delle sfumature semantiche legate a questo discorso , se utilizziamo il termine città d’arte potremmo indagare per lo meno intorno alle percezioni soggettive che ad ognuno di noi evoca questo termine , che in quanto tale non è rappresentazione di un concetto reale e razionale, ma sicuramente di un onesto e credibile senso comune. L’idea che una città d’arte sia di per sé anche una città culturalmente viva mi sembra il punto di partenza per iniziare ad approcciarci a questo problema di significati.

Ritornando al senso comune, mi permetterei di evocare un’idea assai diffusa che ruota intorno all’immaginario di città d’arte: l’idea più comune è quella di una città che raccoglie in sé, all’interno del suo tessuto urbano,  il patrimonio artistico e architettonico più rappresentativo della propria storia, lontana e recente. Patrimonio che è dunque testimonianza di un passato ancora vivo nelle sue espressioni artistiche più classiche e nei richiami costanti alla propria tradizione storica. Ma si può anche associare un immaginario più attuale alla città d’arte , legato all’idea di città che, ben oltrepassando l’immobilità del proprio passato, investe nei grandi eventi artistici di respiro internazionale spesso inseriti nel contesto delle grandi manifestazioni d’arte contemporanea.

Venezia, intesa soprattutto nel suo nucleo di città storica, raccoglie molto bene, in una sintesi perfetta , questi due aspetti della città d’arte. L’immenso patrimonio storico e artistico che si porta dietro da secoli di storia si affianca alla vivacità del coinvolgimento di grandi manifestazioni artistiche internazionali (Biennale, François Pinault per citare alcuni). Ma se poi si cerca di andare al di là di questa ben riuscita sintesi, e ci si chiede se, per esempio,Venezia, modello perfetto e magicamente riuscito di città d’arte del passato e del presente, sia a tutti gli effetti una città culturalmente viva, si dispiega improvvisamente  un velo di imbarazzo quasi inspiegabile. Probabilmente la risposta è negativa.

Gli argomenti in questioni non sono troppi complessi e si spiegano con qualche esempio e dei facili procedimenti logici.

La città d’arte per come l’abbiamo delineata fin’ora investe nell’arte come attrattiva turistica. Venezia in questo senso adempie perfettamente a questa propria vocazione, muovendo da delle necessità oggettive legate ad un bisogno materiale di auto sostentamento economico. Per l’evidente incapacità (oggettiva?) di investire in risorse diverse da quelle artistiche e culturali, Venezia punta tutto su questo modello di offerta culturale: la manutenzione dispendiosa (e necessaria)  del proprio patrimonio storico e artistico, la grande manifestazione cinematorgrafica internazionale, il megafestival rock italiano al parco San Giuliano, le innumerevoli installazioni museali per la Biennale d’arte. Insomma, tutti investimenti che fanno i conti con una fruizione di pubblico in grandissima parte estraneo alla città. E in un certo senso la città ospita tanto l’arte quanto il turismo nella stessa condizione di passività. Ed è in questa paradossale contraddizione che emergono nodi reali di questo tema: la città che ospita una delle mostre internazionali di cinema più importanti al mondo (e sicuramente la prima d’Italia) ha solo un cinema a disposizione. Una città che ospita le grandi star della musica leggera contemporanea a San Giuliano e in piazza San Marco non tollera e non concepisce forme musicali alternative a quelle del mainstream. I megapadiglioni della Biennale vengono tenuti in totale abbandono fuori dal breve periodo estivo (ogni due anni) durante il quale sono utilizzati. Partendo da questi apparenti e casuali paradossi si può capire perché Venezia, nonostante gli sforzi per apparire aperta alla cultura e all’arte in tutte le sue forme, antiche e nuove, rimane costantemente una città ‘morta’ nell’immaginario comune. Perché è una città che non sa fare i conti con la propria cittadinanza, anche da un punto di vista culturale. Fa fatica a confrontarsi con una dimensione popolare della dimensione artistica. Quella dimensione non utilitaristica ma totalmente gratuita del carattere espressivo e creativo di una collettività. L’arte intesa come fruizione effettiva dell’esperienza artistica è prima di tutto partecipazione, condivisione, autoaffermazione. La vivacità culturale di una città si manifesta per l’appunto nella capacità di dare spazio ad un linguaggio che nella città è vivo e che ha bisogno di esprimersi attraverso gli spazi che la città offre. Il radicamento sociale e comunitario nella città genera l’esperienza artistica dal basso, in stretto contatto con la dimensione materiale dello spazio urbano, che deve essere per questo motivo fatto proprio.  Se non si fanno i conti con queste dure contraddizioni, forse non così evidenti, l’immaginario comune di Venezia rimarrà ingessato in questo contrasto senza via d’uscita. Solo dal basso si può partire per un ripensamento vero di cosa tutti noi intendiamo per cultura.

Pietro Rubini abita a Roma. Si è laureato in Filosofia, si occupa da anni di psicologia dell’apprendimento e lavora nell’ambito dei BES/DSA come tutor e formatore. Oltre a Luminosi Giorni scrive e collabora con altre testate web.