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C’è in un cantiere qualcosa di festoso: un’ipotesi si concretizza; una novità spezza la monotonia del già noto; qualcosa che non c’era prende una forma e cerca il suo spazio tra le cose esistenti. Il paesaggio si trasforma. Questa novità, però – e la trasformazione dell’esistente in qualcosa di diverso – dovrebbe rispondere a un disegno che l’abbia concepita in relazione con il contesto, in un dialogo sensato. Non ha caso l’espressione “mettere in cantiere” vale “progettare” e con ciò “dare corpo a un’idea”.

Lo skyline di Teheran – quel panorama che dovrebbe essere lo sguardo d’insieme che armonizza tra loro diversi elementi – è fatto di grattacieli che sembrano inciampare uno nell’altro, di torri e palazzi che in file diseguali si inerpicano sulle pendici della montagna e ancora oltre.

Mettersi sulle tracce dell’architettura tradizionale persiana significa qui, oggi, scovare poche decine di case basse, dai cui vecchi portoni di legno si accede in quieti giardini- belle e eleganti-, “districandole” dal groviglio del cemento.

Il ritmo stesso di questa città è segnato dal ritmo del demolire e costruire: di giorno di salda, si assembla, si innestano pali di ferro uno sull’altro per piani e piani, di notte si scava, si getta il cemento armato.

Come in tutto o quasi tutto, anche in questa attività incessante che diventa qui cacofonico paesaggio sonoro e paesaggio urbano, Teheran manifesta le contraddizioni di un paese dove energia e nevrosi, creatività e rassegnazione si mescolano.

Stretto tra i limiti economici imposti dalle sanzioni che rendono quasi impossibile investimenti finanziari o economici fuori dal paese – e l’edilizia in questo senso è un’attività irrinunciabile –  e i limiti culturali imposti dal governo, l’Iran sembra incanalare il bisogno di espressione, di azione e di sfogo psicofisico in un’ attività edilizia ipertrofica e  autodistruttiva.

La politica, ce lo insegnano i greci, è l’arte di dirigere la città, di coagulare una comunità intorno a un progetto, di dare visione all’energia indeterminata.

Dove la politica viene meno a se stessa, vengono meno, appunto, progetto e visione.

Ciò che si vede è. Come dire che il paesaggio è la cartina di tornasole del cattivo o del buon governo.

In Italia, come ha sottolineato recentemente il presidente del consiglio Mario Monti, è stato divorato solo negli ultimi decenni una quantità di suolo pari alla superficie di tre grandi regioni.

Bruttezza, e con ciò cattiva qualità della vita e dunque povertà, sono anche qui l’evidenza dell’incapacità di fare politica, di fare comunità, di essere città.

Clara Corona ha studiato Lettere a Padova e, dopo alcune esperienze in campo editoriale in Italia e in Inghilterra, ha cominciato a insegnare nelle scuole medie superiori. Attualmente, dopo un quinquennio berlinese, vive e lavora a Teheran, dove è lettrice di italiano presso l’università Azad.