VITA E POLITICA A UNA SOLA DIMENSIONE

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Società liquida, definizione ormai non più giovane, ma sempre attuale.

Piaccia o no è la realtà del nostro mondo contemporaneo, dove tutte le roccaforti valoriali sono saltate e tutto nuota senza riferimenti. Molto, più che nuotare, annaspa si potrebbe dire, con concreti rischi di affogamento. La crisi economica può sembrare una nuova odiosa solidità, un riferimento obbligato per tutti, solida per forza, assoggettata al pensiero unico della finanza e della globalizzazione. Ma, per quanto tenti di essere ‘unico’ è un pensiero fragile anch’esso, esposto alle reazioni e alla liquidità: oggi non si consente fino in fondo neppure all’’occhio di Dio’ del potere economico il controllo di e su tutto. Molto sfugge anche a quell’occhio. Nelle periferie non più periferie del pianeta l’economia e le società corrono, con rallentamenti, ma corrono. Nel vecchio occidente la crisi morde, ma nicchie di resistenza emergono o, meglio, possono ancora emergere. Bisogna rivedere le politiche per farle emergere. Adattarsi a questa liquidità di fatto.

Tutto ciò è maledettamente difficile, essere ottimisti è una cosa da pazzi, ma lo sguardo deve spaziare oltre il muro, oltre questa siepe che ci ostruisce.

Una politica altrettanto liquida, ma attenta e capace, multiforme, sempre rivedibile ed aggiornabile, diretta quando occorre, ma nuova nelle forme di rappresentanza, sembra essere l’unica possibilità di riscatto. Una politica che si riavvicina alla vita, alle speranze, alle storie di ciascuno.

Guardate. Nella società e nella politica dal basso il decennio tra sessanta e settanta – volutamente non nomino il celebre ‘anno unico’ – ha avuto limiti enormi che scontiamo ancora, sbocchi ideologici drammatici, cecità assolute. Ma una cosa aveva insegnato. A fare di politica, vita privata, vita pubblica, soggettività e collettività un’esperienza unica, dialettica. Non c’erano barriere. La vita fluiva dal basso all’alto e viceversa. A modo suo quel mondo era il preludio di una certa liquidità perché molti vecchi miti erano saltati. Assai presuntuosamente si aveva la sensazione di avere in mano la propria piccola, minima sorte e il destino dell’umanità intera. Ma benedetta quella presunzione che abbatteva i muri o forse credeva di abbatterli. La postuma acquisizione ideologica ne era una sovrastruttura pesante ed ha finito per annullare quella incredibile creatività.

Però dico. Recuperiamola senza ricadere nell’errore.

E’ la ragione per cui nella redazione di Luminosi Giorni, dopo un attimo di perplessità, non abbiamo avuto remore ad accostare nell’ultima settimana sulla prima pagina di questa testata le dirette provocazioni politico economiche di Lucio Scarpa con la dolce e appassionata riflessione di Annalisa Martino, così apparentemente ‘privata’ ; e in altri momenti precedenti alla fine è sembrato assolutamente equilibrato mettere a fianco alla vite quotidiane e alle cronache di Michela Manente le proposte sulle politiche del territorio fatte da Lorenzo Colovini con la sua visione ampia e articolata della nostra città e del suo enigmatico futuro. Solo per citare alcuni dei tanti accostamenti ‘impossibili’. Nella convinzione che tutto, ma veramente tutto si tiene e che a Luminosi Giorni dovremo proprio continuare a  fare così. Dare conto del fluire continuo della vita nelle sue espressioni e nei suoi progetti . Per provare a realizzarli.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti. Pubblicista e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.