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Si è parlato a lungo, nei giorni scorsi, di aumento delle ore degli insegnanti. Giornali e televisioni, senza una cognizione precisa dell’impegno della professione docente, hanno informato sulla rivolta degli insegnanti di fronte alla proposta di aumentare da 18 a 24 ore il loro carico di lavoro. Scandalo! Come? Ci sono operai che lavorano 40 ore settimanali e i soliti lazzaroni si ribellano a questo timido aumento di ore ? C’è gente disoccupata, licenziata che vorrebbe lavorare 30, 40, 50 ore settimanali, pur di lavorare, e questi parassiti obiettano di fronte a cotanti privilegi? Impudenti, sfrontati, svergognati!

Il governo dei tecnici ha imparato presto le regole della demagogia. Era troppo ghiotto il bocconcino dell’orario dei professori per lasciarselo scappare! Avrebbe suscitato senz’altro l’indignazione dell’opinione pubblica e spinto a un facile cannibalismo! E così è stato.

Per fortuna il tanto discusso aumento dell’orario degli insegnanti non c’è stato. Una riflessione sull’importanza di questo lavoro? O  solo un’anticipazione di provvedimenti ben più severi che di qui a poco saranno presi? Chi vivrà vedrà. Sta di fatto che il vespaio è stato scatenato.

Allora chiariamo, una volta per tutte, il significato di questi conteggi orari. Non tutti sanno che le 18 ore settimanali frontali di lezione presuppongono, come minimo, 14 ore di preparazione. E siamo a 32 ore. Vogliamo aggiungere almeno sei ore settimanali per correggere verifiche, compiti e materiale vario prodotto dai ragazzi? E arriviamo a 38. Non dimentichiamoci delle ore di colloquio con genitori (minimo un’ora settimanale, suscettibile di aumenti, se ci sono emergenze o impossibilità da parte dei  genitori di venire nell’ora preposta al ricevimento). E siamo a 40. Vogliamo metterci il tempo per tabulare, incasellare voti, compilare registri, redigere verbali, riordinare e schedare verifiche e compiti in classe? Minimo 2 ore settimanali. E siamo a 42. Ci sono poi i consigli di classe, i collegi dei docenti, gli incontri con gi psicologi, i consigli e i collegi straordinari. E qui mi perdo. Ne abbiamo per una media di due ore settimanali. Gli incontri preparatori con gli esperti che intervengono nelle classi richiedono altro tempo: ma passiamoci sopra. Crepi l’avarizia. Ah, dimenticavo, l’organizzazione delle gite: i contatti con i musei, le guide, gli alberghi (ho smesso di quantificare). E… a proposito di gite… tutto “gratis et amore dei”. Senza retribuzione alcuna. Per la gloria e per quel senso del dovere che suggerisce ad ogni insegnante di offrire a ragazzi privi di strumenti delle occasioni irripetibili di apprendimento.

Non trascuriamo, poi, il fatto che l’insegnante ha il compito di formare, di motivare e invogliare allo studio. Perché ciò avvenga, deve essere costantemente aggiornato, deve leggere (non solo per il piacere di leggere), andare al teatro e al cinema. Il trasmettere cultura presuppone che si costruisca a priori cultura e sapere. E, con uno stipendio fermo al 2008 che ha perduto una rilevante fetta del suo potere d’acquisto, bisogna essere proprio molto bravi per ottemperare agli innumerevoli doveri del buon professore.

Ho sentito nei giorni scorsi tanti begli slogan. Uno tra tanti: “adeguarsi agli standard europei”. Ma lo sa il Ministro Profumo che stipendio percepiscono i nostri colleghi danesi, finlandesi, tedeschi, francesi? Lo sa il Ministro Profumo che i più fortunati colleghi dispongono di un ufficio personale dove svolgere le attività funzionali all’insegnamento, tutte quantificate e profumatamente (giacché siamo in tema) retribuite? Lo sa il Ministro Profumo che nelle scuole pubbliche di questi Paesi gli alunni non comprano una matita, un libro, un abbonamento dell’autobus né un buono mensa? Lo sa il Ministro Profumo che siamo in linea con la media europea solo (e dico “solo”) come orario di lavoro frontale con la classe? Io credo che sappia tutto questo e che abbia un quadro ben preciso di quello che si spende per l’istruzione negli altri paesi europei, ma ha scelto la strada più breve ed economica della demagogia e del pregiudizio, quando ha pensato di alzare di un terzo il carico di lavoro degli insegnanti, senza che a questo corrisponda un aumento di stipendio. Trovatemi in Italia un professionista pronto ad accettarlo.

Gravare sul già gravoso lavoro degli insegnanti è come sparare sulle generazioni future che saranno costrette ad  avere docenti sempre più poveri, depressi e vecchi. Ma forse le nuove generazioni cui pensano i nostri governanti frequentano patinate scuole private alle quali invece sono state date, con il decreto di stabilità, centinaia di milioni di euro. Poco importa se nelle scuole pubbliche si debba ricorrere alle famiglie per comprare i fogli delle fotocopie, la carta igienica o  ci si debba ingegnare con le gare di torte a fine anno per raggranellare qualche spicciolo!  Una scuola pubblica funzionante e adeguatamente finanziata è un indicatore di civiltà ed è una garanzia per tutti i cittadini. Non è solo una sacca di privilegi per pochi fortunati lazzaroni illicenziabili (finora). Una scuola pubblica funzionante è garanzia di libertà e di crescita del pensiero critico. Ma è proprio questo che si vuole? Io me lo sto chiedendo da qualche anno e ho maturato seri dubbi!

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.
  • Adriano

    Non posso che sottoscrivere ogni singola frase, virgole comprese. Purtroppo la risposta al “cui prodest?” è quella contenuta nell’ultima riga. E poi mi vengono a parlare del governo dei “tecnici”. Patetici.