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Si chiama Rosate ed è un paesino di cinquemila anime, in provincia di Milano, non lontano dal Parco del Ticino. Cercai casa quaggiù fuggendo dalla metropoli per antonomasia: Milano. Sono sempre stato un cittadino e ho sempre vissuto in grandi città: Napoli, Bologna e Milano, appunto. Mi spinse in questo piccolo centro della pianura lombarda il desiderio di evadere nella campagna ed anche, lo confesso, la necessità: comprare casa in provincia era un’impresa più alla portata delle mie tasche.

Quando sono sbarcato a Rosate, più di dieci anni fa, mi sentivo piacevolmente ai confini del mondo: la strada della mia casa andava a morire in una risaia; dalla mia terrazza non vedevo altro che alberi e campi e, in fondo, nelle giornate terse, gli Appennini dell’Oltrepò.
Ma quando io e mia moglie facemmo il grande passo, cominciammo anche a temere di aver fatto una grande sciocchezza: riusciremo a vivere in un paesino sperduto nella bassa, noi che siamo abituati al fermento della grande città?
Non solo ci siamo riusciti, ma siamo contentissimi d’averlo fatto. A Rosate non ci manca nulla. Abbiamo trovato nuovi amici, che possiamo raggiungere a piedi in poco tempo. Abbiamo ritrovato la bellezza della campagna, dei colori naturali, dei suoni “normali” (e dei silenzi, soprattutto), e perfino gli odori del paese e della terra.
E in questa terra di risaie la primavera si accende della luce riflessa dalle acque dei campi, in cui si specchiano a perdita d’occhio i pioppi cipressini. Abbiamo il privilegio di vedere volteggiare e planare gli aironi cinerini a pochi passi da noi. D’autunno qui ci sono davvero i mille colori di porpora e d’oro cantati nelle poesie lette alle elementari. L’inverno ha il fascino antico delle nebbie e delle osterie accoglienti. E l’estate (dalle cui zanzare è facile difendersi con le reti alle finestre) ci regala i concerti notturni del gracidare delle rane.

Tutto bene, dunque?… Quasi. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno, c’è. Uffici, ospedali, supermercati, cinema, trattorie, biblioteche, iniziative culturali. Se non sono qui in paese sono, in fondo, a un tiro di schioppo. Ma – devo ammetterlo – queste cose sono a portata di mano solo perché sia io che mia moglie siamo “automuniti“. Se non lo fossimo, la vita per noi sarebbe indubbiamente alquanto più complicata. Non è che i collegamenti pubblici manchino del tutto, sia per raggiungere la metropoli (Milano) che i paesi vicini. Ma lasciano un po’ a desiderare, almeno quanto a frequenza. Solo certe fasce orarie sono ben servite. E nei giorni di festa o la sera è ben difficile muoversi con i mezzi pubblici.
Morale della favola, vivere in paese è bellissimo, per me che posso fare il confronto con la vita in città. Ma lo è molto meno per coloro che non hanno mezzi propri di trasporto. Basterebbe (si fa per dire) che il trasporto pubblico fosse veramente inteso come un servizio alla collettività, che fosse frequente ed efficiente. Allora vivere in provincia sarebbe addirittura meraviglioso e forse le città si svuoterebbero un po’. Con beneficio di tutti.

Nato a Napoli nel 1953, vive e lavora da quarant’anni a Milano. Insegna lettere nella scuola superiore. Ha collaborato con agenzie pubblicitarie, con società di ricerche di mercato e con numerose testate specializzate in management, packaging, marketing, edilizia, arredamento. Ha pubblicato con la Mondadori alcuni testi scolastici e di recente una raccolta di brevi saggi di costume dal titolo “La bussola del dubbio”.