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Non sono degli esteti: coloro che chiedono all’amministrazione civica di ridisegnare un progetto complessivo per la città non possono essere liquidati come dei nostalgici, o come dei maniaci della programmazione.

Sono in molti, e non solo tra gli esperti di urbanistica, a contestare all’attuale Giunta la mancanza di un filo logico negli interventi sugli spazi pubblici. A creare dubbi, oltre che disagi non è tanto la città trasformata in cantiere diffuso; preoccupa e stupisce soprattutto l’impressione che molti degli interventi siano decisi e realizzati senza una connessione, né razionale né temporale, con le tante altre situazioni aperte e con i tanti altri “luoghi critici” della città in attesa di nuova funzione e di nuovo senso. L’ultimo numero del giornale del Duomo PIAZZA MAGGIORE (lo si può sfogliare in www.duomodimestre.it) propone un ampio servizio con un lungo elenco dei cantieri attivi a Mestre, dove si contano almeno una decina di luoghi-chiave dal futuro non definito – dall’area dell’ex Umberto I a Piazza Barche, da Villa Erizzo alla Galleria Barcella, da Parco Ponci all’area del Centro Candiani –. E’ vero che in alcuni di questi luoghi, si pensi ad esempio a Piazzale Leonardo da Vinci, è stato fatto uno sforzo di comunicazione, per spiegare ai cittadini che cosa nascerà dalla polvere e dai disagi provocati dalle ruspe. Molti cantieri, però, sono inspiegati e incompresi dai cittadini, buchi e deserti che la gente non giustifica, e che sente imposti da un’amministrazione che sembra procedere senza logica.I "buchi" di Mestre

Eppure ci sono molti motivi per cui l’azione di un governo civico dovrebbe essere guidata da una programmazione previa, entro cui si inseriscano tutti gli interventi importanti sullo spazio pubblico. Due di questi motivi sono particolarmente stringenti in questo tempo di dilagante astio tra il cittadino e l’amministratore. E sono i seguenti. Primo: un quadro di riferimento delle scelte urbanistiche riduce la conflittualità; secondo: un quadro di riferimento delle scelte urbanistiche limita il malaffare.

La presenza di un “piano strategico condiviso” riduce la conflittualità perché ogni intervento messo in atto si inserisce in un disegno complessivo condiviso, e da esso trae autorevolezza; la scelta su cosa va fatto e cosa invece non va fatto non è lasciata alla discrezionalità del sindaco o dell’assessore di turno – com’è accaduto per la riapertura del Marzenego in via Poerio – ma tutto si giustifica (o meno) in rapporto ad una visione, a un’idea chiara di città. Non si creano quindi per ogni intervento fazioni pro e contro, portatrici di interessi contrapposti ed equivalenti; al contrario tutto si commisura al progetto complessivo e vince – senza necessità di scontro – ciò che a quel progetto è coerente.

La presenza di un “piano strategico”, poi, toglie discrezionalità all’azione degli amministratori, riducendo i favoritismi, i personalismi e il malaffare: si mette in opera ciò che è coerente con il disegno complessivo ed unitario, e non l’intervento che piace al singolo amministratore o a qualche soggetto privato a cui l’amministratore, decidendo in assoluta discrezionalità, abbia voglia di fare un piacere.

Ridurre la conflittualità tra i cittadini e impedire il malaffare: sono due obiettivi, per nulla estetici, che si aggiungono alle tante altre ragioni per le quali il governo della città dovrebbe avere nel “piano strategico” un riferimento continuo. A Venezia non succede più da anni, nonostante resti nominalmente attivo un “Assessorato al Piano Strategico”. Ma senza un’idea di città, senza una prospettiva chiara, è ben difficile che i cittadini comprendano e accettino di vivere assediati dai cantieri, come accade oggi a Mestre. Senza un’idea di città e senza una prospettiva chiara è ben difficile che l’amministrazione civica resti esente dalle accuse di faciloneria, di dilettantismo e di malgoverno. Ed è più facile che finisca per essere considerata come un’amministrazione di carpentieri e di impresari, dediti al “fai e disfa” per incapacità o, peggio, perché nel “fai e disfa” è più facile imbrogliare, promettere e speculare.

Veneziano per costumi, anche se non per nascita, ha cominciato ad osservare e a raccontare la città attraverso gli articoli e le inchieste di GENTE VENETA, di cui è stato caporedattore per dieci anni. Come portavoce del sindaco Paolo Costa, nei primi anni del Millennio ha seguito da vicino alcuni dei grandi progetti per il rilancio di Venezia, dalla ricostruzione della Fenice al processo verso la Città metropolitana, dall’idea del tram a quella della rete dei parchi urbani alla riorganizzazione delle Municipalità dentro il Comune unico. Dal 2005 al 2015 è stato il responsabile culturale del Duomo di Mestre, che ha contribuito a far crescere come luogo di elaborazione di culturale e di impegno civico attraverso eventi e convegni – dove ha portato Gianfranco Fini ed Emma Bonino, il cardinal Ruini e don Colmegna, Jacques Barrot e Vittorio Sgarbi, Massimo Cacciari e Philippe Daverio, Moni Ovadia e Oscar Giannino – e attraverso le pagine del giornale PIAZZA MAGGIORE. Gli stessi temi tornano nel suo blog www.piazzamaggiore.wordpress.it, e nel suo libricino “Venezia. Cartoline inedite”, pubblicato nel 2010.
Da qualche anno segue la comunicazione dell’Azienda sanitaria veneziana.