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Ovvero la catenificazione di una città.

Un po’ di tempo fa sono stato a mangiare la Pizza a Rosso Pomodoro; mi ero incuriosito perché vedevo sempre la coda davanti e parecchi amici me ne avevano parlato bene. La pizza è stata deludente, stile napoletano come piace a me ingredienti non male, ma non è questo il punto. Non mi sembra il caso di dare una svolta magna e bevi a questo blog.

La cosa che mi ha fatto pensare è che quella pizzeria si riempie molto più di altre, li vicine, che fanno una pizza decisamente migliore. I turisti stranieri sono di sicuro attratti dalla vicinanza con piazza San Marco, ma i veneziani? E anche i turisti italiani che vedo entrare mi pare non facciano una scelta casuale.

Di sicuro gioca un ruolo importante il “brand”; Rosso Pomodoro è presente in molte città italiane e chi viene a Venezia si sente rassicurato. È una trasformazione in atto da anni nei consumatori, lo sono anche i turisti, ricercare il marchio, l’oggetto, conosciuto invece che esplorare.

Questo fenomeno  non vale solo per le pizzerie, in città le attività commerciali si trasformano sempre più in punti vendita di marchi internazionali o di franchising,  non solo per le boutique di lusso che ci sono sempre state. Ormai ci sono più negozi di intimo che cittadini e non credo noi veneziani siamo tutti feticisti, sono anche i turisti che quando vengono qui comprano mutande. Ci sono più turisti che comprano oggetti al Disney Store che dagli artigiani locali; si vendono più scarpe da ginnastica che vetro di Murano.

Ci sono due motivi, secondo me. Il turismo mordi e fuggi non ha tempo per esplorare la città e non si informa se non delle due o tre attrazioni principali. Chi viene qui sa che deve vedere San Marco e Rialto ma non sa scoprire percorsi alternativi e nemmeno i negozi che meritano davvero. Così preferisce comprare da un negozio conosciuto, o anche andare a mangiare al McDonald invece che in un bacaro dove spenderebbe meno e mangerebbe meglio scoprendo cose nuove.

Aggiungiamo poi il costo degli affitti che continua a crescere nonostante la crisi e capiamo perché nessuno o quasi prova più l’avventura neanche nel settore commerciale. Senza una grossa azienda alle spalle, o almeno un marchio conosciuto, il rischio è troppo grosso. Chiaro che una scelta di qualità paga, ma sul lungo periodo. E con i costi veneziani per pensare sul lungo periodo ci vogliono le spalle molto larghe.

So cosa state pensando. “Ok, hai ragione, sarebbe bello avere più negozi artigiani e di qualità; ma dicci come fare!”

Di sicuro si è persa un’occasione con il sistema di punteggi studiato per il regolamento per gli esercizi pubblici; si poteva spingere in più nella difesa della qualità anche se in quest’epoca di liberalizzazioni i poteri del Comune sono decisamente limitati. È un segnale della scarsa attenzione al problema, o della sua mancata comprensione; come è preoccupante che dalla politica non escano idee sul rilancio dell’artigianato. Un solo esempio, vi ricordate che si parlava di una cittadella dell’artigianato all’Arsenale? Adesso che gli spazi sono tornati alla città perché non ci si prova? Proposte di cittadini e associazioni ce ne sono, si sogna un’area che sia si dedicata alla vendita ma allo stesso tempo sia anche museo e polo di formazione. Un’idea buona non solo per l’Arsenale se proprio lì si vogliono fare cose più “importanti”, ma che i politicucci veneziani non sanno fare propria.

Lucio Scarpa, Venezia. Si occupa di audiovisivi e di comunicazione nel senso più ampio, ma con una attenzione particolare a internet in entrambi i casi. E’ convinto che le nuove dinamiche portate dalla rete stiano radicalmente mutando sia lo scenario economico-commerciale sia, ancor più importante, quello sociali. Oltre a lavorare la passione lo porta ad impegnarsi in iniziative parapolitiche o associazioniste, con una netta preferenza per le seconde; non crede che la politica italiana possa essere motore del cambiamento, questo dovrà arrivare da noi cittadini consapevoli.