By

Ero abituata a vederli seduti sul marciapiede davanti al supermercato Pam di Corso del Popolo. Erano sempre numerosi, almeno una quindicina: aspetto trascurato, sporchi e non sempre educati. Si riconoscono per il fazzoletto a fiori che le donne portano sulla testa da cui spunta una lunga treccia nera. Insozzavano l’area lasciando lattine di birra e carte in giro. Ma no, non avevo paura e non avevano mai fatto del male a nessuno. Finché non ho letto di loro nei quotidiani. Violenti? Ricattavano i passanti? Ladri? Al vertice di un racket? Ora sappiamo tutto di questi rumeni di etnia Rom che vivono di accattonaggio. Non è difficile incontrarli sulla linea 4 per Venezia: appena salgono con i loro vestiti cenciosi parlando una lingua straniera la gente si scansa. Poi coi soldi dell’elemosina raccolta sui ponti di Venezia tornano in terraferma dove acquistano cibo di facile consumo. All’imbrunire si allontanano, spesso alticci, verso via Ca’ Marcello. Così ogni giorno.

Solo quando il livello di accettazione del non rispetto delle regole civili supera il limite la cittadinanza si accorge di loro. Prima non si sapeva bene chi fossero, da dove venissero, dove dormissero. Ora sappiamo che sono cittadini comunitari come noi. Mi viene in mente il primo film di Pasolini dietro la macchina da presa, “Accattone”: per amore di una donna il protagonista prova a cambiare vita ma la redenzione dura poco e presto ritorna a rubare. La fine tragica è la stessa di questa tribù nomade giunta dalla Transilvania: senza sane politiche sociali si compirà il destino che pesa su di loro sin dall’inizio. Fuori di metafora occorre elaborare delle proposte e dei progetti sostenibili per affrontare in maniera strutturale e non emergenziale i problemi connessi alle diverse condizioni dei gruppi rom.