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Sono 7. Come i magnifici del famoso film western, come i nani di Biancaneve, come le meraviglie del mondo antico e, significativamente, come i peccati capitali della tradizione cristiana.

E si possono appunto definire come tali i “7 peccati capitali dell’Occidente” individuati dal Partito Comunista Cinese. Li ha elencati in un documento che avrebbe dovuto rimanere riservato ed essere tradotto in insegnamenti popolari attraverso i mezzi di comunicazione di Stato e che invece, chissà come, è filtrato all’esterno (evidentemente anche i comunisti cinesi hanno le loro “talpe”). All’indice vanno:

  1. la democrazia
  2. i diritti umani
  3. il libero accesso al Web
  4. la libera stampa
  5. la partecipazione civica
  6. il neoliberismo
  7. il nichilismo (quest’ultimo inteso come “critica nichilista al comunismo cinese”).

A parte gli ultimi due, che attengono alla legittima propaganda politica, impressionano tutti gli altri. In Cina, dunque, la classe dirigente teorizza un modello di società dichiaratamente, direi programmaticamente, opposto ai valori, faticosamente elaborati dalla cultura occidentale, su cui si fondano le moderne democrazie.

Quasi superfluo specificare che non si tratta di uno staterello retto da un satrapo pazzoide ma del Paese in cui vive un sesto degli abitanti del pianeta e della seconda, e presto prima, potenza economica mondiale. Quindi un attore del massimo peso sulla scena geopolitica mondiale.

La notizia si presta a diverse letture. La prima interpretazione, tutto sommato consolatoria, è quella di considerare che, se il Partito Comunista ha stilato questa lista di peccati, ritiene che esistano evidentemente anche i peccatori. E questa è una buona notizia. Il Partito sente dunque minacciato lo status quo perché percepisce che nella società cinese crescono esigenze di partecipazione, di condivisione, di informazione e di tutela dei diritti individuali (complice probabilmente anche il manifestarsi di qualche scricchiolio nella formidabile progressione economica degli ultimi anni).

La limitazione delle nascite ad un figlio per coppia: dramma per molte coppie cinesi

La limitazione delle nascite ad un figlio per coppia: dramma per molte coppie cinesi

C’è certamente una componente di questo tipo. Tuttavia, e lo dico per esperienza avendo vissuto in Cina per quasi due anni, di democrazia e libertà, alla stragrande maggioranza del miliardo e passa di cinesi, non gliene può fregare di meno. La mancanza di democrazia non viene affatto vissuta come una limitazione ed i diritti individuali sono vissuti appunto in un’ottica individuale, egoistica (sentitissima per esempio la limitazione della politica del figlio unico), senza la percezione dell’universalità di determinati concetti. È peraltro del tutto comprensibile, manca infatti quella che Hume definiva la consuetudine: è obiettivamente difficile sentire la mancanza di qualcosa di cui non si è mai fruito.

Sta di fatto che l’avanzata sulla scena mondiale di potenze come la Cina mette in crisi la pretesa universalità dei nostri valori e del modello culturale occidentale, che tende a non essere più il baricentro del mondo. Mette in crisi il concetto kantiano dell’io penso universale, dei diritti naturali, della ragione come strumento unificante e condiviso. Si sta aprendo una stagione nuova, che richiederà strumenti nuovi per essere interpretata e vissuta. I nostri figli e nipoti si troveranno a fare i conti con un mondo molto diverso da quello cui siamo abituati. Auguri.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.