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Quello del fine vita è uno dei temi della più ampia riflessione sulla tutela della salute come stabilita dall’art. 32 della Costituzione che dà valore al sistema sanitario nazionale. La scienza medica negli ultimi trent’anni ha fatto dei progressi molto importanti ma è soprattutto nel campo del fine vita che si sono sentiti maggiormente i suoi effetti. Infatti si è riusciti progressivamente a prolungare la vita con atti farmacologici e strumentali a pazienti precedentemente destinati a morte certa. I casi di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro sono i casi più conosciuti e sono stati importanti perché hanno spinto la medicina ad interrogarsi sul rapporto fra progresso ed etica.

Piergiorgio Welby

Piergiorgio Welby

Tanto che il primo e più importante documento della Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici italiani sulle problematiche di fine vita è stato redatto nel giugno 2009 e ha affrontato questo tema sottolineando che ci sono due principi fondamentali nell’agire del medico ovvero da una parte il rispetto dell’autodeterminazione del malato quando si dice che “Ai medici pertanto spetta il difficile compito di trovare, all’interno dei suddetti principi, il filo del loro agire posto a garanzia della dignità e della libertà del paziente, delle sue scelte, della sua salute fisica e psichica, del sollievo della sofferenza e della sua vita in una relazione di cura costantemente tesa a realizzare un rapporto paritario ed equo, capace cioè di ascoltare ed offrire risposte diverse a domande diverse” e dall’altra il fatto che il medico deve creare un’alleanza terapeutica con il paziente “quale espressione alta e compiuta di pari libertà e dignità di diritti e doveri, pur nel rispetto dei diversi ruoli. L’autonomia decisionale del cittadino, che si esprime nel consenso/dissenso informato, è l’elemento fondante di questa alleanza terapeutica al pari dell’autonomia e della responsabilità del medico nell’esercizio delle sue funzioni di garanzia.” È indubitabile che questo documento ha gettato le basi per il riconoscimento delle “dichiarazioni anticipate di trattamento” (DAT) meglio conosciute come testamento biologico quale espressione particolare ed eccezionale del consenso del paziente che, informato, consapevole e quindi al momento capace, dichiara i suoi orientamenti sui trattamenti ai quali desideri o non desideri essere sottoposto nell’eventuale sopravvenire di una condizione irreversibile di incapacità di esprimere le proprie volontà. Desidero sottolineare quello che sempre nel documento di Terni si dice cioè che “Le dichiarazioni anticipate rappresentano scelte libere e consapevoli che possono essere in ogni momento revocate o aggiornate e non devono contenere richieste di atti eutanasici o riconducibili a forme di trattamenti futili e sproporzionati (accanimento terapeutico).” Il medico deve prendere atto della volontà del malato inguaribile espressa o verbalmente o attraverso le DAT e porre in essere l’accompagnamento.Diventano quindi importanti i Registri comunali delle DAT in quanto sono dei punti di raccolta delle dichiarazioni dei cittadini sottoposte ad un atto notarile che danno la possibilità al medico di avere un luogo certo dove siano custodite le espressioni della volontà dei cittadini sia che vogliano utilizzare ogni risorsa della medicina sia che intendano accettare la fine naturale della vita, se un giorno perdessero la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi. Nella nostra Provincia il Registro delle DAT è stato approvato ed è funzionante nei Comuni di Marcon e Spinea mentre il Consiglio comunale di Venezia ha approvato la delibera ma ad oggi deve ancora essere firmata la convenzione con l’ordine dei notai.

 

  • Adriano

    Un altro punto su cui l’Italia dovrebbe darsi una mossa è la terapia del dolore e le cure palliative. Una mia collega venezuelana è rimasta scioccata quando partorì in Italia senza poter fare l’epidurale, disse che per lei era inconcepibile. E veniva dal Venezuela!