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In un momento di crisi come quello che stiamo attraversando la cosa più facile per i partiti e i movimenti populistici di tutta Europa è parlare malissimo, appunto, dell’Europa; il volerne uscire, almeno a livello monetario, mandare a catafascio la già fragile costruzione che si è messa in atto. Da questo punto di vista in Italia l’azione politica di Beppe Grillo è addirittura paradigmatica.

“Te la dò io l’Europa” questo il titolo del nuovo spettacolo che il comico genovese si appresta a portare in giro per l’Italia tra qualche settimana. Ma non ci si dovrà aspettare un monologo vecchia maniera, bensì una astuta forma di comizio allargato ad un mese dalle elezioni europee.

La stessa frase utilizzata per il titolo dello spettacolo è ancora molto usata nel quotidiano da un certo italiano popolare che non vuol perdere tempo in ciance, una frase preambolo di un brusco cambiar regime fatta di quel pragmatismo tra il saggio e il minaccioso, che va per le spicce e che non vuol sentire ragioni o voli pindarici troppo alti e avverte: guarda che la ricreazione è finita. La ‘ricreazione’ è per l’appunto il parlar d’Europa in termini ideali e morali, qualcosa che gli antieuropeisti come Grillo sembrano paragonare al ballo del Titanic mentre il transatlantico affonda. Sappiamo che questo euroscetticismo o eurosfascismo di fondo attraversa tutto l’arco parlamentare e di fatto tutto il corpo sociale italiano; con accenti diversi la Lega Nord e la sinistra-sinistra che sta aggregandosi nella cosiddetta ‘lista Tsipras’ alla fine convergono nello stesso giudizio del giullare di Nervi . E’ probabile che all’interno di movimenti come quello dei ‘forconi’ serpeggino analoghi sentimenti e anche in molti comitati che sorgono come funghi coagulati da comune incazzatura verso tutto e tutti. E’ difficile trovare argomenti pragmatici per contrastare il loro ragionamento che suona più o meno così: è l’euro che ha costretto all’uniformità economica, è l’economia che detta legge alla politica e il rientro nei parametri economici che ci viene imposto comporta sacrifici durissimi per una società già provata. Quindi non rompeteci le palle con queste storie ideali della grande famiglia europea. La realtà è tutt’altra, andiamone fuori e ricominciamo da zero nel nostro ‘particulare’. Chiaro che tutti i pensieri populistici menzionati pensano che ciò possa avvenire con una palingenesi e uno sconquasso politico interno determinato dal confluire di tutte le incazzature del ventre molle della società italiana. A questi umori fatti di concretezza spiccia si possono probabilmente opporre obiezioni anche pragmatiche che fanno leva sul danno economico ancor più grande, quantomeno per l’Italia, derivato da un uscita dall’euro. Gli argomenti non mancano, ma ho la sensazione che facciano poco più che il solletico a gente che appunto è abituata ad agitare “forconi”.

Bisogna provare a sottrarsi a questo tipo di ragionamenti al ‘te la do io…’ e provare ad andare su un altro livello. Mi rendo conto perfettamente che non si può solo tirare fuori soltanto e sempre  la solfa dell’idea della fratellanza europea sul piano ideale, etico, culturale in un contesto in cui la politica unitaria, che dovrebbe rappresentare tale fratellanza,  mostra un profilo altalenante, sia in politica per così dire interna, per la continua umiliazione che le forniscono i particolarismi nazionali, sia in politica estera, per quel che capisco anche in questa recente crisi ucraina.

Sottrarsi e riuscire a dimostrare che le integrazioni, a qualsiasi scala si giochino, sono utili e portano benefici concreti se si guarda un pò più avanti del naso. Personalmente pongo la questione sul piano politico che è quello che un pò mi compete, ma la dimostrazione delle utilità economicamente concrete la chiedo, ma dovrebbero chiederlo in tanti, a chi sa di economia e non vuole rinunciare comunque a una democrazia ‘alta’. Sulla carta tutto però dovrebbe essere perfino ovvio. Anche con un approccio elementare alla politica economica ci si rende conto che unificare, mettere insieme,  crea forza. Il detto, per quanto banale e pur sempre un pò rituale, che l’unione fa la forza  non è nato però a caso e rispecchia una palmare evidenza; in politica estera sicuramente, anche economica-estera, nei confronti dei sempre più grandi e numerosi competitor internazionali, e all’interno del continente. Non credo per esempio che il vantaggio di un’economia ‘di scala’ razionalizzata sia un principio che può valere solo per la pianificazione di un comune o di una provincia, livello di utilità a cui arriva anche un profano dotato di buon senso. Lo stesso buon senso mi fa dire che i vantaggi possano estendersi anche alla scala continentale, che, tra una Olanda e una Grecia, possiede comunque nonostante tutto un certo grado di omogeneità ( perchè è chiaro che la razionalizzazione della globalizzazione planetaria in un mondo diseguale ha invece un tasso di cinismo alto che si ritorce sui deboli). Così la solidarietà che porta a risollevare situazioni in crisi non è un bel principio solo sul piano etico, ma, mi pare, anche su quello dei vantaggi reciproci. A chi può giovare l’avere aree economiche depresse e in crisi a un passo dai propri confini in un’Europa che resta piccola come superficie? L’idea che un nord Europa virtuoso stia bene isolato mi sembra che alla lunga sia una condizione che questo nord non possa realmente desiderare perchè danneggia proprio lui che sta bene. Star bene isolati infatti a cosa può servire?  E per chi sta meno bene dover render conto dei propri…conti come anche la modesta Europa sta chiedendo ha posto in ogni caso già ora la politica per la prima volta di fronte a una responsabilità che, per ciò che riguarda l’Italia, è stata latitante, almeno su questo punto, per oltre mezzo secolo. Si potrà obiettare, a ragione, che i costi son ricaduti sui ceti più bassi, ma per la prima volta si è compreso quanto è costato a intere generazioni sperpero, clientelismo, corruzione. Questo, nonostante i limiti delineati, l’ha fatto già ora la smandrappata Europa.

In definitiva a me pare che, se ci si sottrae al livello in cui ci vuol portare la canea populista, andando su ragionamenti che ricercano ‘altre’ e più ‘lunghe’ utilità, si può poi proporre anche la solfa dell’idealità della fratellanza culturale europea. Che poi è una solfa che non mi dispiace per nulla, sia ben chiaro. Prendermi anche un gelato a Vienna, a Berlino, a Parigi e pagarlo tirando fuori dalla saccoccia gli stessi  luccicanti euro che tiro fuori sotto casa mia in Campo Santa Margherita mi dà un certo qual senso di libertà a cui non vorrei più rinunciare; e, perchè no?, un senso anche di fratellanza con quella gente con cui ho condiviso attraverso i miei antenati da qualche millennio un pezzo di storia comune. Tu me la dai e io, allora, me la tengo l’Europa, Beppe.

Carlo Rubini (Venezia 1952) è stato docente di geografia a Venezia presso l’istituto superiore Algarotti fino al congedo nel 2016. Giornalista Pubblicista, iscritto all’albo regionale del Veneto e scrittore di saggi geografici, ambientali e di cultura del territorio, è Direttore Responsabile anche della rivista Trimestrale Esodo.