Educare alla bellezza

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Sono un’insegnante di lungo corso. Nella mia trentennale esperienza ho fatto di tutto: dai laboratori di cucina ai corsi di teatro, dalla produzione di video alle gite scolastiche. Senza mai lasciare nulla – mi preme sottolinearlo – allo spontaneismo e all’improvvisazione, ho realizzato qualsiasi intervento con rigore e pertinenza alla programmazione didattica. Purtroppo, negli ultimi anni la scuola è caduta in uno stato di indigenza. Una volta, per esempio, prima che la mannaia dei tagli infierisse sul sistema scolastico, la compresenza dei docenti era un’importante risorsa. Ciò garantiva una didattica aperta, non tradizionale che favoriva preziose forme di apprendimento cooperativo, veloce e divertente. Una volta le gite erano occasioni di conoscenza accessibili a tutti e, anche laddove non erano accessibili, si poteva disporre di mezzi in grado di aiutare i meno fortunati a partecipare. Insomma, in gita potevano andare davvero tutti. E, per rifarmi alla mia esperienza, in un passato neanche tanto lontano, abbiamo offerto ai nostri studenti significativi momenti di svago abbinato all’apprendimento.

I tempi sono cambiati, la crisi morde e la scuola deve adeguarsi a una realtà che è mutata. Se prima si facevano gite di una settimana a Barcellona o a Roma, se un tempo la Sagrada Familia e i Fori Imperiali si sostituivano all’aula, ora dobbiamo accontentarci di gite fuori porta, di uscite di mezza giornata o, al massimo di un giorno, che non superino i duecento o i trecento chilometri.

Ma se una cosa non è cambiata è l’incommensurabile bellezza di chiese, città, monumenti disseminati in ogni angolo del nostro Paese. Il bello, in Italia, è dovunque. E dovunque è possibile assistere dal vivo a lezioni di storia e di arte. Ovunque è possibile vedere, toccare, accarezzare la cultura. Mi è capitato, in passato, su questo giornale, di lamentarmi della scarsa sensibilità all’armonia delle forme riscontrata più volte presso i miei studenti. Ecco, purtroppo non è mutata più di tanto neanche questa attitudine. Non pretendo la sindrome di Sthendal, ma un minimo di attenzione, accidenti, quello sì! Non dico che sia assente in tutti. Al contrario. Scopro con piacere che ci siano allievi educati al bello, incuriositi dall’armonia delle forme, stimolati all’osservazione attenta dell’opera d’arte. Ma sono pochi. Nella maggior parte dei casi scopro freddezza, disinteresse, indifferenza.

La scuola può far poco, se la famiglia offre povertà culturale. E non occorrono grandi mezzi economici per garantire ai propri figli un adeguato nutrimento dell’anima. Basta far capire loro che non esistono solo le tv commerciali e i canali di cartoni animati, e abituarli a guardarsi intorno in un Paese che è un museo a cielo aperto. Cascine e cappelle, palazzi e  muretti, colonne e fontane. Ce n’è per tutti, dappertutto. Abbiamo una “grande bellezza” in grado di folgorare turisti di tutto il mondo. Abitiamoci a riconoscerla e a valorizzarla: non è un’impresa impossibile. E, soprattutto, è a costo zero!

 

 

 

 

 

 

 

 

Laureata in filosofia, insegna Lettere in una scuola secondaria statale di primo grado in provincia di Milano. Si interessa, in particolar modo, di integrazione interculturale e di tecnologie e web applicati alla didattica. Scrive su alcune testate locali dove si occupo di scuola, libri, politica e intercultura.
  • Adriano

    Da un’insegnante mi piacerebbe sapere se, secondo la tua personale esperienza, l’attitudine al bello nei ragazzi d’oggi è diminuita rispetto al passato o è rimasta la stessa. Teoricamente, con l’aumento del benessere e del livello medio non dico di cultura, ma d’istruzione (sono due cose diverse) delle famiglie italiane, dovrebbe anche essere più facile per i ragazzi avvicinarsi alla cultura e all’arte, in caso contrario i conti non mi tornano.

    • Annalisa. Martino

      Non c’è stato, a mio avviso, un cambiamento quantitativo ma solo di qualità. Una volta gli studenti, forse, si facevano guidare dagli insegnanti nell’elaborazione dei propri canoni estetici. Non so, però, quanto la scuola riuscisse a stimolare in questo senso. Gli stimoli forse erano involontari e indiretti, e affidati all’improvvisazione. Se gli studenti rispondevano in maniera più soddisfacente, ciò avveniva perché erano più sensibili alle scarse occasioni formative che venivano loro offerte. Non c’era nient’altro. Oggi, a fronte di un’offerta formativa di sicuro più consapevole e mirata, si arriva a scuola con idee precostituite in campo estetico, spesso filtrate da una sottocultura che per un ventennio ha fatto da padrona. Le bifore, i rosoni e gli archi a sesto acuto non suscitano alcun interesse perché non svettano nella scala delle cose belle afferenti alla cultura di massa. A meno che le famiglie non si impongano e non dettino loro la tabella di marcia. Ma si tratta di casi più umici che rari!

  • Adriano

    Riguardo alla chiusa dell’articolo, quand’ero piccolo io c’era l’ “invasione” dei cartoni, sia sulle nazionali che sulle tv locali che buttavano fuori di tutto. Oggi non c’è quasi più nulla, a partire dai grandi contenitori pomeridiani (che fine han fatto?). A parte produzioni “commerciali”, legate a un merchandising destinato a un target di giovanissimi (tipo Winx per intenderci) ma nulla di paragonabile alla grande ondata di venti-trent’anni fa.
    Oppure dobbiamo concludere che l’offerta televisiva d’oggi (insisto sulla tv perché rimane il primo mezzo “educativo” di cui si servono i ragazzi) è più povera d’un tempo, forse anche a causa di troppi codici di regolamentazione che hanno finito per omologare e appiattire i contenuti. Paradossalmente, forse oggi abbiamo più un problema di qualità che di quantità, causato da un eccesso di attenzione piuttosto che il suo contrario.
    Certo bisognerebbe allargare il discorso al web, la grande variabile assente ai nostri (sia miei che tuoi) tempi, ma la sua influenza è molto più difficile da quantificare proprio per la natura del mezzo.