By

“Un posto dove stare” di Tiziana Plebani, edizioni La Toletta di Venezia, è un breve ed intenso romanzo che immagina la (ri)scoperta di una scultura (la “Mano” di Mario Irarrázabal) vergognosamente dimenticata a deperire in un anonimo parcheggio tra il Vega e la Fincantieri a Porto Marghera.

L’autrice ne trae spunto per una complessa riflessione sul senso ed il ruolo dell’arte moderna nella città metropolitana, sulla città stessa e sulle sue molteplici facce, senza rinunciare a fugaci ma felici digressioni su temi quali il mondo del lavoro e delle sue regole feroci, la vita di coppia, l’esistenza dei lavoratori extra comunitari. Un’opera ambiziosa e densa, che l’autrice conduce con leggerezza, evitando la pedanteria e la tentazione didascalica in cui pure sarebbe stato facile cadere visto il tema principale e la ricchezza degli spunti accessori. Ne parliamo con lei, già nota per precedenti lavori di saggistica, che per la prima volta si cimenta in un romanzo.   

Tiziana, partiamo dalla Mano, l’indiscussa protagonista del tuo romanzo. Per i lettori che non avessero letto il libro diciamo di che si tratta. È una scultura dell’artista cileno Mario Irarràzabal, rappresentante una mano gigante, che in occasione della Biennale 1995 è stata a lungo esposta in campo dell’Arsenale e che, a seguito delle proteste di molti residenti, il Comune ha spostato con l’intenzione di installarla al Centro Vega salvo poi dimenticarla in un angolo. Il romanzo si articola sulle vicende di svariati personaggi che scoprono l’esistenza dell’opera, imprigionata da una impalcatura per l’infissione della quale è stata peraltro danneggiata e la riportano all’attenzione del mondo, in qualche modo restituendole la dignità perduta. Scusa la banalità della domanda: come ti è venuta quest’idea così particolare?

È stata una scintilla. Mi sono accorta per caso di questa Mano che spuntava tra gli alberi all’entrata della Fincantieri. Ho scoperto che era un’immagine che avevo conservato dentro di me e che mi sollecitava a rimettere in discussione il mio rapporto con la città, le sue parti distinte, quel luogo, Porto Marghera, la sua storia, la mia storia. Ho cominciato i miei viaggi in autobus, a piedi, guardandomi attorno e cercando di far venire a galla ciò che questa Mano mi stava suscitando. E ho sentito che questa storia mi chiedeva di essere narrata, come se mi avesse scelto. E che il registro doveva essere letterario. Alcuni personaggi si sono ‘imposti’ da subito: il bambino, la coppia più matura, ma ben presto dentro di me la storia è cresciuta e si è arricchita di altri incontri all’interno di un processo di scrittura quasi febbrile, che non mi abbandonava mai. Poi invece c’è voluto del tempo e della distanza per rilavorare tutto, ripulire, filtrare, fare leggere, ricevere i primi commenti e pensare di poterlo consegnare alla stampa.copertina

Nel libro, riferendoti alla città d’acqua, scrivi: Città troppo bella per ricevere altra bellezza… troppo sufficiente a sé stessa, troppo conclusa e superba. Vexata quaestio: penso per esempio alle polemiche scatenate dall’Efebo con la Rana di Charles Ray che abbiamo trattato in un precedente articolo di questa testata (http://www.luminosigiorni.it/2013/03/la-colpa-del-ragazzo-con-la-rana/). Sarei curioso di sapere la tua opinione autentica in merito. La frase sopra riflette un rammarico o concordi con coloro che ritengono che la  Venezia storica non possa e non debba accogliere opere di arte contemporanea?

Purtroppo una tematica molto complessa e cruciale per le città storiche – cosa intendiamo oggi per ‘bello’, qual è l’estetica del contemporaneo, chi giudica e secondo quali criteri, quali sono i luoghi più pertinenti alla ‘contaminazione’ con il linguaggio della modernità e come si può far convivere segni di diversa natura che possano reciprocamente esaltare la qualità dello spazio urbano – invece di suscitare un dibattito ‘alto’ che potrebbe nutrire la città trova come controparte quasi sempre una polemica stucchevole, povera di contenuti e conservatrice nel senso peggiore. Il com’era dov’era non può risolvere la richiesta di forme e linguaggi che appartengono alla nostra epoca. Sono molto d’accordo con il tuo articolo e non sono affatto contraria all’arte contemporanea nello spazio urbano, come del resto il mio innamoramento per la Mano dimostra.

In una delle presentazioni pubbliche del libro, l’ex Assessore Mara Rumiz, nel ricostruire la vicenda della Mano, ha dichiarato che all’epoca il Comune ha sostanzialmente preso atto delle proteste dei residenti ed ha provveduto a rimuovere l’opera. Mi chiedo, e ti chiedo: non c’è così il rischio di appiattirsi sulle opinione di chi grida più forte (che non è detto sia la volontà della maggioranza)?  Quale ruolo a tuo parere  dovrebbe assumere l’amministrazione pubblica su questi temi? 

Credo anch’io che non si possa agire solo per far tacere le proteste di alcuni, facendo così prevalere delle logiche assai povere e ricattatorie. Capisco che sia molto difficile negoziare con le persone che ragionano con lo schema ‘non nel mio giardino’ senza porsi mai in un orizzonte più vasto e complesso, tuttavia bisognerebbe cercare di innescare in questi processi di reazione immediata degli altri contenuti: provare a coinvolgere le persone chiedendo loro di immaginare soluzioni, di sollecitarli a conoscere i linguaggi dell’arte, a informarsi, a far scattare dell’altro. Perché si rilanci il dibattito e non si appiattisca.

Mi ha incuriosito la frase: c’è solo un maledetto ponte a dividere la città. È un ossimoro: un ponte di norma è qualcosa che “unisce”. In effetti, la complessità urbana della città aleggia lungo tutto il dipanarsi della vicenda. I protagonisti sono ritratti in continuo spostamento tra la città d’acqua e la terraferma, tanto da far assumere all’autobus n°6 il rilievo di un vero e proprio personaggio. In un momento di felice lirismo del libro, Mario percorre a piedi un lunghissimo tragitto (dalla Punta della Dogana al Vega), registra il drastico mutare dello scenario che lo circonda ed al contempo sembra idealmente stringere la città d’acqua e quella di terra in un solo abbraccio.. due metà divise e diverse ed allo stesso tempo inestricabilmente unite. Qual è il tuo sentire personale sull’identità (metropolitana o meno) di Venezia?

Non sono nata a Venezia, ho desiderato sin da bambina viverci e la studio ora anche come storica. Questa è una premessa per spiegare che ho un sentimento profondo di riconoscenza di una civiltà straordinaria, un modello urbano di comunità, fatto anche di un corpo a corpo con un sito naturale che richiede cura e impone limiti, e che ha sempre avuto alle spalle il territorio. Una civiltà d’acqua e di terra. L’identità metropolitana va dunque nutrita di buoni e rapidi collegamenti, non invasivi e rispettosi degli equilibri naturali, la città storica deve dialogare e fare davvero pace con le altre sue parti e rilanciare un modello di comunità che altrimenti va perduto. Come ho scritto nel libro, ‘rifare il ponte con dei sentimenti’.

Che opinione di sei fatta sulle vicende politico – amministrative di questo periodo (da un lato il nascente Ente città Metropolitana e dall’altro l’ennesimo referendum separatista)? 

Sono sempre stata contraria alla separazione perché penso che queste due parti da sole si impoveriscono. Vado a Mestre frequentemente, è stata decisamente migliorata e si può fare ancora molto altro. Credo che bisogna lavorare sulla cultura, sulla consapevolezza delle risorse e della bellezza di questo modello d’acqua e di terra rispettoso di entrambe le componenti.

Mi pare di cogliere una particolare empatia verso i molti personaggi che popolano la vicenda. Sospetto che in ognuno di loro tu abbia messo un po’ di te stessa. Sbaglio? Tutti mostrano una consapevolezza, una curiosità intellettuale (a partire dal piccolo Matteo), una determinazione positiva che non sono certo comuni. Hai rappresentato un’umanità in qualche modo ideale, inevitabilmente molto lontana da un campione rappresentativo della “media”. Mi chiedevo se questa è stata una scelta consapevole o inavvertita.

Ho lavorato sui personaggi traendo spunti da molte persone che conosco e ovviamente inventando, modificando, filtrando notizie, vite vere o raccontate, non mi sono posta l’obiettivo di rappresentare una comunità ideale, ma ho cercato di offrire a tutti una possibilità di ripensarsi attraverso l’incontro con la Mano.

Nel libro utilizzi spesso l’espediente di far raccontare le vicende da un narratore. A costo di sacrificare le potenzialità spettacolari di un evento (penso per esempio alla scena finale in cui tutti si accapigliano intorno alla statua, narrata da Toni). Perché questa scelta?

È vero. Ho preferito talvolta dislocare lo sguardo, offrire la prospettiva di un personaggio meno centrale, anche per equilibrare la parte emotiva e molto ‘calda’ che ho affidato soprattutto ad Anna e Carlo.

Ultima domanda: come nasce in una apprezzata saggista e ricercatrice l’idea di scrivere un romanzo? Se pensi a questa ed alle tue opere passate, che differenza di sensazioni, vorrei dire di “sentimenti”, hai provato nei due casi al momento di darli alle stampe?

Amo scrivere: questa passione unisce queste due espressioni così diverse e quando scrivo di storia cerco di usare un registro comunicativo e narrativo. Ma le sensazioni, le emozioni coinvolte nella scrittura di questo romanzo sono state di altro genere, con un’intensità non paragonabile e con un coinvolgimento profondo, duraturo, sorprendente e…. anche felice.

a cura di Lorenzo Colovini

 

  • Mario D’Avino

    Dell’intervista alla Plebani mi ha interessato particolarmente la questione della possibile fruibilità in centri storici di opere ed edifici moderni che potrebbero disturbare non solo il gusto estetico degli “autentici” veneziani ma anche l’armonia e lo stile della città.Questo secondo punto,a dir il vero, mi pare però più importante: ogni città ,ha il suo stile,la sua originalità,la sua storia e di ciò, coloro che producono nuove opere e nuovi insediamenti architettonici non dovrebbero non tener conto.Un esempio attuale di quanto sto dicendo è il ponte dell’Accademia.E’ un ponte ,nato come provvisorio e rimasto così per svariate decine d’anni!E’costruito in legno come tutti i ponti provvisori di Venezia e in poco tempo si logora,si sbriciola,marcisce e ogni tanto si deve riparare.Perchè non dargli una struttura definitiva? Il ponte dell’Accademia,così com’è, ai veneziani “autentici” piace ,ha una bella linea e sembra in stile e in armonia col suo contesto ambientale.Che orrore sarebbe un ponte moderno,magari molto moderno e originale ,forse visto bello per un pò, ma poi considerato stucchevole e fuori luogo!Ci vorrebbe dunque un ponte che fosse in sintonia con i luoghi e lo stile della città, esattamente come sono quasi tutti i ponti a Venezia,costruiti non in legno ma in marmo bianco,con i parapetti in ferro battuto e con la linea che ha il ponte dell’Accademia attuale.Dovrebbe essere un ponte dalla struttura aerea,leggero ma solido come sono ,ripeto,quasi tutti i ponti costruiti da molti anni a Venezia.In tal caso nessuno avrebbe da ridire,ma soprattutto i materiali in ferro(le grandi arcate portanti) e il progetto del ponte che piace ai veneziani verrebbero recuperati.Così tradizione, stile e armonia ambientale concorrerebbero a produrre una novità edilizia a basso costo e di aspetto forse non originale ma piacevole ,come sono i ponti a Venezia, in marmo chiaro,magari costruiti in pietra d’Istria e in ornamentale ferro battuto.Credo,per concludere,che un opera pur bella e vagamente inquietante ,come la Mano installata in Riva degli Schiavoni è stata tolta perchè forse non era o non pareva a molti adatta a un certo luogo storico come Venezia. Forse la bellezza di un’opera per restare a lungo nei luoghi deve rientrare un pò nel contesto storico e culturale della città e sintonizzarsi con le idee di tutti i suoi abitanti ottenendo il loro gradimento o lasciandoli per lo meno abbastanza indifferenti.