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Sajjad Ahmed e Muafia Bibi erano un giovane uomo e la sua sposa. Pakistani del Punjab, si sono sposati nonostante l’opposizione della famiglia di lei che riteneva Sajjad di estrazione sociale troppo inferiore. Incuranti di ciò, se ne sono andati a vivere il loro amore lontano dal paese natale, a 60 km di distanza. Non sono bastati: la famiglia di Maufia ha organizzato una vera e propria spedizione punitiva, li ha rapiti, li ha riportati a forza nel loro paese e, nel giardino di casa, pure invitando allo “spettacolo” i vicini, li ha decapitati entrambi. Hanno arrestano gli assassini, nonno, zii e mamma (la mamma!) ed è andata pure bene se si pensa che in India, a fronte dell’orrendo susseguirsi di stupri a ragazzine inermi che poi vengono trucidate un ministro regionale si è permesso di dire che si, ci sono stupri “cattivi” e stupri “buoni” (chissà quali stupri quest’illuminato intellettuale ritiene siano buoni..).

Le due sorelle prima rapite e poi impiccate in India

Le due sorelle prima violentate e poi impiccate in India

Sempre nel Punjab, è stata bruciata viva una ragazza perché si rifiutava di sposare l’uomo scelto per lei dalla famiglia. Nel 2013 si sono contati nel solo Pakistan 869 delitti di questo genere.

In Nigeria le soldataglie di Boko Haram continuano impunite a fare strage di civili colpevoli solo di essere cristiani. Questo gruppo di fanatici sanguinari è balzato alla cronaca per il clamoroso rapimento di circa 300 studentesse perché contrario alla loro scolarizzazione (davvero terribile ed emblematico: la colpa delle ragazze era quella di studiare..), le hanno forzosamente convertite all’Islam, mostrando successivamente un lugubre video dove alcune di loro, avvolte nel chador, dichiaravano la loro adesione all’Islam. Con un effetto peraltro grottesco: le povere ragazze portavano stampati in faccia l’umiliazione ed il terrore e tutta la loro comunicazione non verbale confliggeva plasticamente con il compitino che erano state costrette a recitare. La dimostrazione di forza di Boko Haram, per effetto di una fortunata eterogenesi dei fini ha portato all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale l’orrore per i crimini di questi fanatici ed, in un singulto di dignità, si è diffuso nella rete l’hashtag #bringbackourgirls per chiedere il rilascio delle ragazze. Artisti, intellettuali, politici e perfino Papa Bergoglio hanno aderito ma per molte settimane non se ne è saputo più nulla. Il mondo presto ha ripreso ad occuparsi d’altro fino alla bellissima notizia che una sessantina di loro è fuggita agli aguzzini. Dal racconto delle testimoni emergono comportamenti raccapriccianti e di crudeltà gratuita e inaudita. Notizia riportata peraltro distrattamente e non da tutti i media.

Michelle Obama che vuole "our girls back"

Michelle Obama che vuole “our girls back”

Appunto: il mondo ha già preso ad occuparsi d’altro. Questioni serissime, sia chiaro: scandali, tragedie in mare dei migranti, crisi economica, riforme, la crisi in Ucraina, la Siria… O anche meno importanti ma certamente altrettanto serie, tipo il Mondiale di calcio. Tutto questo però non deve mai far dimenticare che esistono vaste zone del mondo in cui esseri umani, e segnatamente donne, vivono (e soprattutto muoiono!) avendo negati i pur minimi diritti individuali. E non a causa di circostanze incontrollabili o comunque esterne alla limitata condizione di noi umani (non per povertà, per carestia, neppure per una guerra). Bensì per la deliberata, cosciente, pervicace prepotenza e violenza di altri esseri umani. Ed in tutto questo un ruolo pesantissimo, ancorché non esclusivo, lo svolge l’integralismo islamico, vera e propria piaga della nostra epoca.

Non ho in mente soluzioni, non ho ricette. Vorrei solo condividere il grido di dolore per una situazione che non deve cessare di indignarci, cui mai ci potremo concedere di assuefare.

Se non per altro, per doveroso rispetto di tutti i Sajjad e le Muafia del mondo.

Nato a Venezia, vi ha sempre risieduto. Sposato con una veneziana, ha due figli gemelli. Ingegnere elettrotecnico, all’Enel dal 1987, è stato Responsabile della Zona di Venezia. Attualmente lavora come International Business Development Manager, sempre per l’Enel, lavoro che lo porta a passare molto tempo all’estero. È stato presidente del Comitato Venezia Città Metropolitana.